Il rifiuto della condizione

pensionatoLa nascita è inconsapevole, l’adolescenza è un fatto biologico, il diventare adulti è un punto di arrivo.
Alla senilità ci si appressa quasi sempre con lo stato di quiescenza. L’ingresso nella “terza età” è un momento delicatissimo della vita che richiede equilibrio, perché governare le incertezze del passaggio è una delle prove più difficili dell’esistenza di un individuo.
A differenza della donna che vede scandite certe fasi della vita da eventi fisici ben precisi, come le mestruazioni e la menopausa, l’uomo si ritrova ad affrontare i cambiamenti quasi sempre segnati da eventi legati alla salute o al lavoro. E quasi sempre impreparato.
Importante, comunque, è non farsi travolgere dal concetto di anziano in quanto tale, che può evocare una “specie” con inevitabili handicap dovuti al collasso dell’organismo e all’esaurimento delle energie. Assumere in sé questa condizione psicologica potrebbe indurre a immedesimarsi in un ruolo di rinuncia alla vitalità o viceversa a opporvisi con tenacia e praticare sfrenate e improprie attività fisiche. Nel primo caso, si diventa un peso e non è raro che gli altri rifuggano la nostra gemebonda compagnia (ricordiamoci che molte patologie che scaturiscono dal senso di vecchiaia risiedono nell’idea negativa che abbiamo di essa). Nel secondo, invece, avanza un bisogno di farcela a tutti i costi, suscitato dalla mancanza di accettazione del fisico che va perdendo il vigore giovanile.

anzianoViviamo in una società dove è possente la convinzione secondo cui conta più quello che si è in grado di fare piuttosto ciò che realmente si è. È sempre più frequente, infatti, assistere a ultrasessantenni impegnati a fare appello alle proprie residue risorse fisiche pur di raggiungere risultati stabiliti da un anomalo concetto del valore della persona. Non farcela, in costoro, fa nascere un senso di insufficienza. Sentono irresistibile il bisogno di mostrarsi sempre all’altezza del valore massimo che la società dell’efficienza e del successo considera essenziale e, se le performance non soddisfano lo standard stabilito, si fa ricorso a qualsiasi espediente in grado di migliorarle. Anche farmacologico o chirurgico.

Nel disperato tentativo di opporsi all’inesorabile declino del fisico, costoro sono sempre all’erta nel cogliere il minimo segno di decadenza. E mentre si fa insistente il ricorso alla bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio, si creano i presupposti affinché ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventino le malefiche compagne delle proprie giornate. Si tratta di persone condannate al parossismo della condizione, nella più assoluta incapacità di essere sé stessi e ragionevoli. La ragione è misura. Chi ignora questo assioma è destinato a finire in uno stato di “fuori misura”, che lo colloca al di là della ragione stessa.

Le modificazioni innescate dal processo di invecchiamento interessano soprattutto il corpo e aumentano la sensazione di fragilità della propria condizione fisica. In genere, chi ha superato i sessant’anni vive il rimpianto di non avere più l’energia e l’agilità tipica dell’età giovanile e di non avere più un fisico che lo possa accompagnare con facilità e senza sforzo durante la giornata. Vale per gli uomini, ma naturalmente (e forse di più) anche per le donne, dove la bellezza perduta assume i contorni di una dolorosa nostalgia.

ornella vanoni 3Spesso si ricorre alla chirurgia estetica per ringiovanire l’aspetto esteriore, ma in molti casi il risultato dà luogo a un volto finto o una procacità innaturale, non consonante con il contesto generale del corpo. Un volto trattato col bisturi può presentarsi anche come una maschera e, non di rado, lascia trasparire l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporre le proprie fattezze.
Al contrario, una faccia autentica è sempre un atto di Anna Magnani ridottaverità. Un viso originale rappresenta le abitudini contratte, l’ambiente frequentato, le avversità incontrate e le gioie ricevute, le ambizioni inseguite. In un volto sono riflesse le persone conosciute, gli amori consumati, le delusioni patite.
Si racconta che Anna Magnani, grande interprete del cinema neorealista italiano, a un truccatore che faceva del suo meglio per nascondere i segni dell’età che il suo viso inesorabilmente manifestava, avesse detto: «Non mi togliere nemmeno una ruga. Le ho pagate tutte care».

Perché, allora, cancellare una parte importante di sé stessi e mostrare sembianze inanimate? Quale bizzarra ragione ci fa preferire fattezze giovanili, spesso dai lineamenti inespressivi, piuttosto che mostrarsi come una persona vera che comunica un vissuto? sia pure con tutte le grinze della pelle e il bianco dei capelli? Meglio sarebbe accettarsi e farsi coinvolgere dalla condizione che la vecchiaia comporta e spostare l’attenzione sul senso profondo delle cose. Leggere i suoi fenomeni non come una china che conduce al decadimento, ma come l’iniziazione di una modalità di vita diversa, tutta da scoprire.

mimmo

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