Viaggio in Russia

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Chertkowo – Monumento ai caduti

Fin da quando ero ragazzo mi ero ripromesso, un giorno, di visitare quelle terre lontane; Chertkowo, il Don, i piccoli paesi traversati dai soldati italiani in ritirata; come diceva mio padre.

Finalmente, ormai ‘in pensione’, cioè in una stagione in cui si può ‘ragionare’ di una vita vissuta, l’occasione si presenta attraverso la conoscenza di una signora russa, che chiameremo Irina, quasi coetanea, quindi cresciuta nella Russia dell’Unione Sovietica, mentre io la mia crescita umana e professionale l’ho fatta nell’Italia della NATO e potenza scientifica ed industriale. Irina parla correntemente l’italiano e conosce, dopo lunga permanenza, il nostro Paese.

Si ripresentano i ricordi degli antichi (ma allora freschissimi) racconti di mio padre, soldato della divisione Torino; del grande freddo, del terrore e della tensione dei combattimenti, del dolore delle ferite e delle urla dei colpiti e degli assalitori, della combattività ma anche della slealtà degli alleati tedeschi e nazisti di allora.

Per la preparazione del viaggio comunico a Irina i nomi che mio padre ricordava, delle località limitrofe o direttamente conosciute, insieme a quelli che, negli anni, leggendo i libri scritti dai reduci-scrittori italiani di quella guerra, mi si sono fissati nella memoria; Tally, Pisarevka, Popovka, WerchMamon, Filonovo,Arbusov o Arbuzovka, Mankovo, e infine Chertkowo dove egli giunse solo per l’aiuto dei suoi commilitoni e fu, dapprima ricoverato in un ospedale improvvisato e in seguito evacuato a bordo di un aereo tedesco. A Chertkowo i resti delle divisioni italiane di fanteria insieme ai ranghi, pure ridotti, della 298^ divisione tedesca si attestano a caposaldo, resistono fino a metà gennaio; in seguito, lasciando indietro alcune migliaia di feriti, impegnano le linee russe e si dirigono verso occidente.

Nelle tappe dell’ itinerario fissiamo Arbuzovka; in questo villaggio agricolo, allungato in una bassa valle ed ora in parte abbandonato, prima di giungere a Chertkowo, le truppe di quelle stesse unità vengono circondate, nei giorni precedenti il Natale, da quelle russe; in tre giorni di combattimenti vengono quasi annientate prima di riuscire a riprendere il cammino verso Chertkowo (i caduti, principalmente italiani, nella battaglia di Arbusovka sono valutati in 10.000).

Arbuzovka - La valle della morte

Arbuzovka – La valle della morte

Ad Arbuzovka viene dato l’ordine, agli ufficiali italiani, di bruciare le bandiere dei reggimenti; eppure la bandiera dell’ 82esimo reggimento di fanteria (cui apparteneva mio padre) viene nascosta, indossata, dal suo comandante; verrà sepolta, insieme a lui, nella sortita da Chertkowo verso ovest, del mese seguente, in una tomba sconosciuta, senza croce e senza riconoscimenti.

Che effetto fa, nell’ Italia 2014 (dopo 70 anni da quelle vicende) pronunciare i nomi di quelle divisioni: Celere, Sforzesca, Ravenna, Pasubio, Torino, Cosseria, raggruppamenti CCNN (si proprio camice nere) Tagliamento, Montebello e Leonessa? quanto è diversa l’Italia di oggi da quella di allora (fisicamente, istituzionalmente, nei sentimenti dei cittadini, nella politica)? e quanto è la Russia di oggi, di Putin, da quella di allora che si batteva, oltre che nella operazione contro il dispositivo militare italiano (piccolo saturno), in quella ancora più determinante di Stalingrado? E ancora quanto è diversa la Russia di oggi dall’Italia e dai paesi occidentali avanzati e quanto è diverso il mondo o in cosa è uguale il mondo di oggi rispetto a quello di allora? Queste domande mi sono state sempre presenti alla mente durante questo viaggio nello spazio e nella memoria.

Soldati cosacchi

Soldati cosacchi

Irina vive a Rostov, città posta quasi alla foce del fiume Don, sul Mar d’ Azov; quindi ci rechiamo a Rostov, via Mosca, in aereo con l’intenzione di risalire verso nord fino a Chertkowo con la ferrovia, strategica ora come allora, che congiunge Rostov a Mosca. Sono trecento chilometri percorsi, in treno, nella steppa, nel mese di marzo di quest’anno che non ha visto un inverno particolarmente freddo; gli ultimi sprazzi di neve cedono la vista ad una rada vegetazione rinsecchita dal gelo. Pianure vaste che fanno riflettere, nel confronto con i paesaggi italiani, sia per l’ ampiezza e la piattezza, ma sopratutto, per la molto rada urbanizzazione. Oltre alle immagini del fiume Don intravvediamo, in lontananza la città storica dei cosacchi, poi Millerovo ed infine Chertkowo.

A Chertkowo Irina ha rintracciato delle persone che, per tutto il giorno seguente, ci faranno da guida nelle località che desideriamo visitare; intanto, nella loro casa, dopo uno scambio reciproco di regali e di cimeli, brindiamo come fanno i soldati russi; due volte con due giri di bicchieri; nel primo giro i bicchieri non si battono e questo viene fatto a ricordo dei soldati caduti. Nella casa delle nostre guide-ospiti possiamo osservare le tracce della guerra passata; elmetti, distintivi, fregi, medaglie, baionette, italiane e tedesche; fa un certo effetto la M rossa sulle mostrine di una camicia nera; ma anche oggetti di uso quotidiano, posate di alluminio, leggere, e un piccolo calendario tascabile (plastica?) di una ditta di Milano (originale, 1942 EF).
Chertkowo è una cittadina di circa 15.000 abitanti, un po’ ingrandita rispetto a quella del ’42, e suddivisa, proprio dalla ferrovia, in zona russa e zona ucraina; le case sono un po’ dimesse, principalmente a un piano, con il proprio orticello, e le strade si intersecano ad angolo retto, sul fianco un po’ scosceso di una bassa collina; non abbiamo osservato alti edifici moderni, almeno nella zona visitataq, e anche l’ospedale, o almeno l’edificio in cui era stato allestito, non è più visitabile perché andato distrutto in un incendio.
Proprio l’essere disposta, la città, a cavallo delle frontiera con l’Ucraina, ha costituito un certo fattore di incertezza sulla fattibilità del viaggio, precedentemente dimostrata da Irina, per i noti, attuali, fattori; ma in seguito tutto si è svolto regolarmente e senza nessuna difficoltà. Chertkowo non ha presentato, almeno a noi, neanche un albergo e per pernottare ci siamo dovuti recare in un motel sulla autostrada M4 che, con un percorso sud-nord di quasi mille kilometri, congiunge Rostov con Mosca (1).

Una vecchia chiesa abbandonata

Una vecchia chiesa abbandonata

Ovviamente, per me, l’emozione e’ stata grande; quelle strade, quegli edifici, 70 anni fa hanno visto transitare, alloggiare e combattere i soldati italiani; mio padre poté giungervi, sebbene ferito, e, ricoverato, ebbe le prime cure. I nostri ospiti ci hanno detto che, nonostante i danni dell’occupazione e della battaglia (l’artiglieria russa prendeva di mira anche le case dei civili perché consentivano l’alloggiamento dei militari), gli abitanti di Chertkowo mantengono un buon ricordo degli italiani; i feriti italiani lasciati in città, dopo la sortita delle truppe combattenti, furono assistiti dalla popolazione locale fintantoché non fu possibile avviarli nei campi di prigionia.

Sempre su questo argomento mi e’ stato riferito che ad Arbuzovka (che dista 30 o 40 km da Chertkowo), chi si prese cura dei corpi dei caduti (italiani la maggior parte, ma anche tedeschi ed, evidentemente, russi) furono le donne del villaggio e quelle dei villaggi vicini; furono loro a provvedere alla sepoltura dei corpi in fosse comuni; nonostante le riesumazioni, pur effettuate dagli anni ’90, è da ritenere che la maggior parte dei resti giacciano ancora ad Arbusowka.

(1) Esprimo al plurale le vicende del viaggio che e’ stato intrapreso in compagnia di un mio vecchio (dall’eta’ di 17 anni) compagno di studi e di lavoro; nel formulare le mie osservazioni, quindi, ho potuto aggiungere alla mia esperienza di vita e professionali, quella del mio compagno di viaggio anch’egli giunto all’eta’ della pensione dopo un percorso professionale arricchito sia dal punto di vista scientifico che manageriale.

Il pernottamento, come già detto, avviene in un motel sulla autostrada M4; ritrovo di camionisti che provvedono al traffico nord-sud, da e verso Mosca dalla città agricola-commerciale ed industriale di Rostov. Intorno c’è la steppa ondulata, poco boschiva, praticamente deserta a parte la preparazione di alcuni grandi appezzamenti di terreno per una agricoltura evidentemente estensiva. La terra è soffice, diversa dalla nostra che si aggruma facilmente, quindi facile a diventare fango profondo o polvere nelle assolate giornate estive; l’aria è molto secca, senza confronti con la nostra atmosfera; immagino cosi sia l’aria nei deserti e immagino quanto tagliente possa diventare nelle gelide giornate d’inverno.

I nostri ospiti ci conducono, in macchina, attraverso i luoghi, già citati, testimoni della lontana guerra; in ogni piccolo paese o località sono presenti i monumenti, ancora pieni di fiori anche freschi, ai caduti russi. Anche a loro rendiamo omaggio.

Prima di quella, evidentemente, altre traversie e altre guerre si sono avvicendate v,isti i resti delle monumentali chiese ortodosse, ormai ridotte in rovine, alcune appena con leggeri segni di lavori di ripristino. A Werch-Mamon, città al vertice nord della grande ansa del fiume, ci avviciniamo alla corrente; fiume profondo e dalla portata consistente, qualche pescatore e tracce di animali (in altri siti abbiamo potuto osservare molte marmotte; mio padre parlava di questi animali, nei suoi racconti). In un piccolo mercato acquisto un vasetto di miele del Don, da una vecchina, babuska, a cui diciamo, attraverso l’interprete, chi siamo e perché siamo lì.; ci osservano attentamente e dicono che anche i loro parenti sono stati soldati nella ‘grande guerra patriottica’; chissà cosa devono pensare queste vecchine che offrono le loro piccole merci in questi ridotti mercati di Werch-Mamon. Penseranno ‘sono questi i figli ed i nipoti, venuti da Roma, dei nostri presunti, antichi nemici? e cosa li spinge fino a queste località un po’ desolate?’ o i loro pensieri saranno nascosti dalle incombenze e dalle necessitàquotidiane? Dopo Werch-Mamon, che i soldati italiani non hanno mai raggiunto, visitiamo Boguchar, centro di discrete dimensioni, con piazze ed edifici di epoca zarista; un grande edificio, di due piani, in mattoni, ha ospitato il comando della 298^ divisione tedesca, non deve avere avuto alcuna manutenzione da allora e lo stato attuale deve essere proprio quello del ‘42.
Curioso poter ripercorrere in macchina, in un solo giorno, praticamente tutto il percorso, almeno in direzione intrapreso, prevalentemente a piedi, dalle truppe in ritirata nel corso di più di un’intera settimana. Fuori dal percorso da noi inizialmente individuato la nostra guida ci conduce a Meskoff e nei dintorni; queste località rimangono, anche nei ricordi attuali dei russi, per i combattimenti sostenuti dai nostri bersaglieri (soldati evidentemente considerati dagli avversari) della divisione Celere, in quei giorni, e poi anche dalle fanterie della Torino. Interi reparti annientati; a Meskoff (dintorni) visitiamo il monumento della Repubblica, eretto in aperta campagna, a ricordo dei caduti italiani.

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Soldati italiani in ritirata

Si parla sempre di quella tragedia, per l’esercito italiano, del pessimo armamento e dell’inadatto equipaggiamento e il ricordo della ritirata degli italiani è rimasta impressa nella memoria collettiva del Paese; forse si trascura troppo la sproporzione delle forze esistenti in campo. L’esercito russo attaccò le linee italiane, e dell’ Asse, con un rapporto di forze di 750/ 47 (16 a 1) per quanto riguarda i carri armati e di 115/ 20 per i battaglioni di fanteria. Analoghe disparità per le artiglierie, mezzi motorizzati e aviazione. Nessun esercito al mondo, neppure il più motivato e addestrato, avrebbe potuto resistere a un urto del genere, eppure i 5 o 6 giorni che le divisioni Cosseria e Ravenna resistettero sulle posizioni che avevano all’inizio delle operazioni debbono essere riguardate con attenzione.

Sempre si affaccia il pensiero; cosa cerchiamo, in questo lontano e strano paese, noi cittadini, ormai esperti e consapevoli, di una nazione che sicuramente ha vissuto in quei luoghi le vicende che ne hanno profondamente mutato la collocazione nella storia.
La visita ad Arbuzovka è a parte di ogni altra considerazione; in quella valle stretta e lunga, distesa da sud verso nord, gelida in inverno, per noi è stata ancora palpabile la dimensione di una tragedia immane e che può essere riassunta dal nome con cui l’hanno ribattezzata i soldati italiani: la valle della morte.

La letteratura, ma per me, dapprima, i racconti di mio padre, parlano di episodi devastanti di terrore e di pazzia, ma anche esempi di un valore militare al di fuori del tempo. Gli italiani, osservati dai tedeschi, autonomamente si lanciano all’attacco con le baionette per allargare il fronte con cui li premono i reparti russi. Ancora ad Arbusovka, che non è un centro abitato vero e proprio, più raggruppamenti di case di agricoltori, non vi sono monumenti agli italiani, e ai tedeschi, caduti; un monumento esiste ad un parlamentare russo, ufficiale vice-comandante di divisione che si reca per tre volte ad offrire la resa agli assediati e per due volte ritorna alle sue linee con molti italiani che si danno prigionieri. Il Parlamentare colonnello (conosciuto come l’ ‘eroe di Chertkowo’) conosce l’ italiano perché ha combattuto nella guerra di Spagna, sempre contro gli italiani, e illustra agli assediati la situazione che vede in quei giorni a Stalingrado, il soccombere dell’esercito tedesco in terra di Russia; offre la resa al posto di un sacrificio inutile. Ma la terza volta, del colonnello russo, gli è fatale; nel mezzo delle trattative militi delle SS falciano lui e gli italiani presenti a colpi di mitra; il seguito vede ancora di più l’accanirsi delle armi automatiche e delle artiglierie russe contro coloro che non hanno saputo rispettare una tregua richiesta. Ricordo, ad Arbusovka, i 10.000 caduti italiani, ancora, presumibilmente, in gran parte sepolti là, oltre alle migliaia di feriti e di prigionieri.

Rostov oggi

Rostov oggi

Rostov e’ una città di antica localizzazione ma di recente urbanizzazione; con più di un milione di abitanti basa la sua economia sulla commercializzazione agricola (esportazione di granaglie) e sull’industria meccanica e aeronautica; è anche importante centro culturale. All’aeroporto notiamo un lungo corteo di grosse auto di rappresentanza che scorrono in fila. Sapremo poi che Yanukovitch, l’ex leader ucraino (vicino alla parte russa e a Putin) sta arrivando ora in città.

Le prime impressioni di Rostov sono di una urbanizzazione affatto intensiva ma anche eterogenea con edifici ad un piano o due e pochi alti palazzi. Le strade di Rostov, dice Irina, sgombre di traffico, altrimenti alquanto ‘denso’, per l’arrivo dell’ospite straniero, ci appaiono fangose, come non lo sono quelle delle nostre città; pure piene di fango sono la maggior parte delle macchine che sono prevalentemente di marche occidentali (tedesche, americane o comunque europee) e giapponesi. Irina dice che sono i venti che portano la polvere della steppa, che con la pioggia si trasforma in fango. Il centro della città ha esempi significativi di architettura, la grande chiesa ortodossa con le cupole d’oro, il palazzo del governo, credo di epoca zarista, grossi edifici, di stile modernistico, occupati dalle amministrazioni, viali larghi ed alberati; ma, secondo il nostro primo giudizio, gli standard civili dell’edilizia e della urbanizzazione non sono alla pari di quelle delle città italiane (almeno delle città del nord e del centro Italia, nonché quelle dei centri storici delle città maggiori del sud) o europee. Nei giorni successivi al nostro viaggio verso nord abbiamo potuto ammirare un eccellente museo etnico che conserva notevoli e preziosi oggetti della cultura dei Sarmati come pure reperti greci e, perfino, romani. Una preziosa pinacoteca è ospitata in un pregevole palazzo che fu, nell’ epoca pre-rivoluzione, di un avvocato. A Rostov esiste un quartiere armeno; gli armeni ebbero in concessione, da una imperatrice (Caterina?) un terreno per costruire un loro quartiere in un’epoca in cui essi erano condannati all’esilio dalla loro Patria, in una delle persecuzioni di cui furono oggetto nella loro storia; portarono cittadini, stili, professioni e la loro religione (cattolica?). La Boheme, in italiano, l’abbiamo potuta ascoltare al teatro dell’opera.

Monumento ai caduti di Rostov

Monumento ai caduti di Rostov

Ci ha toccato il monumento ai caduti della 2^ guerra mondiale; sotto una grande struttura a forma di anello (una fede?) grandi blocchi di pietra portano scolpiti i nomi dei caduti; i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie, organizzati in turni, montano la guardia perenne a questo monumento. Ci ricordiamo i motivi per cui siamo venuti qui e non possiamo non cercare di considerare gli effetti, su tutta la vita di quella nazione, pubblica, istituzionale e personale, della seconda guerra mondiale; se per l’Italia le sconfitte subite, i 400.000 morti, le distruzioni, hanno avuto le conseguenze di cui noi siamo consapevoli, non possiamo non considerare l’enormità delle conseguenze delle decine di milioni di morti che è costata la vittoria al popolo russo.
Di questo dobbiamo tener conto, nel giudizio sempre approssimativo e superficiale, che potremmo formulare sulla Russia (sebbene in questa prima breve visita) e sui russi; ce lo ricorda Irina una sera a cena, in cui viene presa da una sorta di furore patriottico nel sostenere : ‘non giudicate’, ‘non giudicate il paese ed i russi che hanno vissuto queste tragedie e che, oggi, operano ed agiscono in base alla educazione impartita dal pensiero caratteristico dell’Unione Sovietica ‘.
Sicuramente di questo dobbiamo tener conto nella nostra osservazione; neanche nella Germania moderna (e men che mai in Italia) la quantità di lutti ha potuto influire sulla coscienza collettiva, come quanto ha potuto influire in Russia; se pensiamo alla politica di Putin, che cerca di assolvere, per i suoi concittadini, ai compiti di risollevare la potenza, passata, della Russia del comunismo (e, potremmo dire, con ogni mezzo), se pensiamo alla denatalità di quel paese, all’alcolismo come una delle denunciate principali cause di decesso, se pensiamo ai magnati russi, usciti dal nulla finanziario del comunismo, detentori di potentati economici sbalorditivi, alla, si dice, corruzione, alla durezza dei cittadini e dei lavoratori nei loro ragionamenti, come denunciato da altri nostri colleghi con esperienze di lavoro in quel Paese, dobbiamo dedurre che tuttora i russi si sentono condannati dal loro passato a mantenersi ‘con il fucile al piede’.

Ed è questa, credo, una delle differenze fondamentali tra l’ Italia (tra l’occidente) e la Russia; la loro sorte e i loro lutti li pongono a distanze astrali dalla nostra pacificata, apparentemente superficiale, quasi agiata condizione. È doveroso a questo punto la considerazione, posta come solo punto di riflessione, di qual’è stata la sorte del comunismo, qual’è stato il peso del comunismo, della crudeltà e della assolutezza delle decisioni prese nel nome del pensiero unico del marxismo-leninismo, non solo sulla storia svolta di quel Paese, ma sulla condizione civile complessiva della nazione e nella coscienza della popolazione. Cosa manca, oggi, principalmente, alla Russia per promuovere le condizione di uno sviluppo civile necessario, possibile e mancato nel passato?

Non posso non riferire l’opinione, se vogliamo frivola in rapporto alle considerazioni precedenti, che le donne russe hanno degli italiani, come popolo e come uomini, e che mi e’ stata riferita sia dalle donne russe che dagli italiani che frequentano il Paese; le donne russe adorano gli italiani, lo stile di vita italiano, la moda; quando esse dicono che a spingerle, verso gli uomini italiani, è la mancanza di popolazione maschile nel loro Paese credo che esse sappiano di mentire; in effetti sembra che la condizione della donna, in Russia, non sia ben felice; i russi risultano inadeguati negli approcci e nella vita relazionale, presi da altri mondi e da altri problemi, diversi da quelli che possono scaturire dalla considerazione della bellezza delle loro donne.

Marco Sorrenti

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