Il medioevo del XXI secolo

papaCi ha provato Carter, ci ha provato Clinton e poi anche Obama. Ci ha provato pure papa Francesco, ma israeliani e palestinesi non ne vogliono proprio sapere di deporre le armi e vivere nel rispetto reciproco. Per la verità, il pontefice ha incontrato i presidenti Peres e Abu Mazen, che non sembra abbiano molte possibilità di imporre la loro mediazione. Chi veramente conta è, per Israele, il primo ministro Netanyahu, e il gruppo di Hamas per i palestinesi. Netanyahu vede come soluzione soltanto quella militare, Hamas, padrone assoluto della Striscia di Gaza, reagisce con odio e terrorismo.
Quanto suonano lontane le parole di Rabin: “La pace si conclude tra nemici, non tra amici, se vuoi la pace devi tendere la mano”.

Quella nel Medio Oriente è una tragedia che si protrae ormai da oltre mezzo secolo, della quale il resto del mondo se ne occupa solo quando cominciano a parlare le armi. E chi dovrebbe essere più interessato affinché si trovi una soluzione è innanzitutto l’Europa, perché è qui che sta nascendo una nuova forma di antisemitismo intesa a considerare ogni ebreo un israeliano e ogni israeliano un assassino di palestinesi. Una globalizzazione del conflitto che non aiuta la convivenza con i tanti ebrei integrati come cittadini d’Europa.

arafat

Yasser Arafat

La contesa militare tra israeliani e palestinesi è una ferita aperta per tutta la comunità internazionale. Essa ha motivazioni politiche, etniche e religiose, anche se trova ragione sulla disputa di un territorio. Quella regione chiamata Palestina, il cui processo di liberazione fu portato avanti dall’OLP, guidata autorevolmente da Yasser Arafat, adoperatosi fino alla fine per una soluzione diplomatica della questione. Ma, naturalmente, non c’è solo un problema di territori e di sicurezza ma anche di prospettive di garanzia di forme di identità nazionale che siano compatibili con il sistema dei due Stati. Parole di Pierluigi Bersani. Parole che sembrano ovvie, ma che sottintendono il nodo da sciogliere affinché uomini, donne e bambini possano vivere nella normalità di una società civile.

Quando si dichiara una guerra e si dà seguito a quello che ne consegue, i media ci informano sulle operazioni militari, sul numero di missili e bombe, sul numero dei morti, sugli edifici abbattuti e quant’altro di disastroso ne deriva dalla belligeranza in atto. E con puntualità ci danno conto anche delle iniziative diplomatiche. Ma c’è una serie di cose che fanno parte della quotidianità e che la gente comune, quella che non appartiene alle sfere alte del potere, subisce inerme e che raramente vengono raccontate.
Per esempio trovare pannolini o latte in polvere per neonati, praticare una vaccinazione importante a un bambino, sottoporsi a una dialisi o trovare medicine per l’ipertensione, il colesterolo, la tiroide, curarsi o estirpare un dente che provoca dolore, pulire dall’eccessivo cerume un orecchio che dà fastidio, sostituire occhiali rotti per un miope, reperire una crema lenitiva per un’infiammazione, risolvere il problema di un’unghia incarnita che impedisce di calzare una scarpa, praticare un ciclo di fisioterapia necessario o sedute di psicanalisi. E inoltre, l’impossibilità di sostenere un esame universitario, un colloquio di lavoro, trovare un tecnico che ti ripari il frigorifero o la cucina a gas. Difficile rimane reperire la benzina per l’auto, il gasolio per il riscaldamento, il sapone, lo shampoo, il dentifricio, il detersivo per lavare i panni, un disinfettante di uso comune, la carta igienica. Se si ottura la colonna fecale non c’è chi viene a ripristinarla, le Gaza 1scuole sono chiuse, molti perdono il lavoro, potrebbe mancare la luce e l’acqua, lo smaltimento dei rifiuti viene sospeso, il sistema fognario compromesso, diventa difficoltoso se non impossibile comunicare con telefono e cellulare. Le difficoltà per i disabili si amplificano. E altro, altro ancora…

Sono queste le problematiche afferenti la quotidianità che coinvolgono le popolazioni sul territorio. Naturalmente, è la morte la tragedia più grande, ma la deprivazione delle cose semplici, tuttavia essenziali, rendono difficile ogni cosa e la sofferenza aumenta. E, nel caso della guerra in atto tra Israele e palestinesi è la popolazione della Striscia di Gaza a patirne le peggiori conseguenze.

Oggi Gaza è stata ridotta ad una immensa gabbia, nella quale gruppi estremistici di matrice islamica che hanno trovato riferimento nel movimento denominato Hamas, fanno del terrorismo l’arma principale. Ad Hamas, Israele ha sempre risposto con durezza, con il risultato di alimentare ancor di più la rabbia e il desiderio di vendetta. Ma l’unico modo per sconfiggere il terrorismo è cercare di comprendere le ragioni di chi è disposto a immolarsi per una causa. Contrapporsi con la forza delle armi è già una sconfitta.
La città di Gaza e il suo territorio è un luogo reale abitato da gente in carne, ossa, sangue e sentimenti. La Striscia, oggi, è uno dei posti peggiori del pianeta. Povertà, violenza, intimidazione, isolamento, disoccupazione, insicurezza sono lì, sotto gli occhi del mondo intero, che vede ma guarda soltanto quando si verifica un attentato ad opera di Hamas e a danno anche di civili oppure quando Israele lancia i suoi missili su obiettivi che quasi mai sono militari. A Gaza non si vive, si sopravvive. Si mangia e si dorme con il terrore di dover scappare in un rifugio a causa di un bombardamento in arrivo. Ci si ripara in un ricovero con lo sgomento di non ritrovare più la propria casa e gli oggetti che appartengono alla storia personale di ognuno.

case distrutteIl diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Se da una parte muoiono poche decine di soldati e nessun danno agli edifici e dall’altra perdono la vita migliaia di civili, ancor di più i feriti, oltre a diverse migliaia di case distrutte e altre con ingenti danni, non è una guerra, è un eccidio, un massacro.
Israele è un paese moderno e ricco, è una potenza nucleare, ha un esercito tra i più potenti del mondo. Il popolo palestinese è l’opposto, per di più tenuto in scacco da un’organizzazione teocratica che ha imposto il velo a tutte le donne, proibisce l’uso di internet e vieta musica e libri. Hamas lancia i suoi missili su Israele, che li intercetta e li distrugge in volo. Israele lancia i suoi missili sulla povera gente cercando di colpire i miliziani di Hamas, che la scampano quasi sempre.

Ma è importante anche la qualità della vita. Cessare le ostilità è solo il primo passo. Subito dopo è necessario che abbia termine la quotidiana battaglia per la sopravvivenza dei palestinesi, che devono assumere una volte per tutte le sembianze di persone e non più ombre. Bisogna che siano riconosciuti i loro diritti, garantite le libertà elementari, aiutati a rimettere in sesto servizi e infrastrutture, ripristinare i collegamenti commerciali, riaprire le scuole, far funzionare gli ospedali, abbattere quel muro scandaloso, garantire le forniture d’acqua, riconoscere i matrimoni tra israeliani e palestinesi. In una parola, dare una speranza di pace, soprattutto ai giovani che sono nati con la guerra e non hanno mai vissuto un giorno intero di pace.

mimmo

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