C’era una volta Piedigrotta

FestaA Napoli, un tempo, nel periodo che va dall’8 al 12 settembre si festeggiava la Piedigrotta. Era una festa per certi versi simile al Carnevale, e come questa aveva in sé un profondo sincretismo tra culto pagano e religione cristiana. C’è però una differenza che meglio caratterizza i due avvenimenti: il Carnevale è una festa per il popolo mentre la Piedigrotta era una festa di popolo, dove l’anima e il temperamento di Napoli trovavano la massima espressione. Raffaele Viviani, attore, musicista e commediografo, la descrive così:

Sta festa ‘o ssa’
nasce e more ccà.
Chi a vo’ rifà,
nun ‘a po’ imità.
E ‘o stesso popolo ca fa.
E chistu popolo sta ccà.

Questa festa nasce a Napoli, a Mergellina, intorno alla chiesa di S. Maria di Piedigrotta. In origine si trattava di un antico tempio dedito al culto di Priapo, dio della fecondità. Con la sostituzione del rito pagano in cristiano, alcuni pescatori di Mergellina, nel XIII secolo, edificarono sui resti di quel delubro, ormai in rovina, una primitiva edicola sacra dedicata alla Madonna.

Ivi in progresso di tempo da’ nostri antichi cristiani fu eretta alla Vergine una chiesa, con gran devozione da’ Napolitani frequentata (Gennaro Aspreno Galante, “Guida Sacra alla città di Napoli” – 1872).

Nel secolo successivo, per merito dei fratelli Brancaccio, abati legati alla corte reale di Giovanna I d’Angiò, la chiesa fu ampliata. È ancora Gennaro A.Galante a raccontarci una leggenda legata a questa nuova fondazione:

Or nel 1353 agli 8 di Settembre la Vergine apparve contemporaneamente ad un monaco chiamato Benedetto abitante a S. Maria a Cappella, a Maria da Durazzo monaca in S. Pietro a Castello, e ad un eremita di nome Pietro, che menava vita solitaria in una cappella detta S. Maria dell’Idria (cioè Odegitria) presso questa grotta, e loro impose di esortare i cittadini ad edificare in questo sito una chiesa più ampia, non assolutamente una chiesa, perché già una ve n’era. Accinti tosto all’opera i Napolitani nel cavare le fondamenta ritrovarono la Statua della Vergine, che è quella medesima che ora si venera.

chiesa 2

Chiesa di S. Maria a Piedigrotta

E fu proprio con la regina Giovanna che si ebbe il primo corteo regale verso il santuario de pederocto con spettacolari cavalcate e cuccagne per il popolo. Pederocto… ai piedi della grotta, cioè la galleria scavata in epoca romana nella collina di Posillipo che collega Mergellina con il quartiere di Fuorigrotta.

Notiamo finalmente che tra le più solenni feste di Napoli debbasi annoverare quella di Piedigrotta agli 8 di Settembre, e fin da’ tempi antichissimi traeva a questo santuario in solenne gala il Sovrano. Sempre lui, il Galante.

I festeggiamenti ebbero poi fasi alterne fino a quando Carlo III di Borbone dette nuovo impulso e fasto alla “parata”. Già dal primo anno del suo regno (1734), il re volle celebrare la festa con grande solennità. La carrozza reale, trainata da cavalli bianchi e scortata da squadroni di cavalleria e fanteria, uscì dalla reggia per percorrere le vie della città.

… v’eran con lui il conte di Santo Stefano Benavides, primo maggiordomo maggiore, e il principe Don Bartolomeo Corsini, cavallerizzo maggiore. Seguivano altri sei cocchi pieni di signori, salvo uno, vuoto, detto di rispetto. I paggi erano a piedi, molti cavalieri fiancheggiavano la carrozza reale con le guardie del corpo, e lungo il percorso i fanti spagnuoli, bellissima truppa, facevano ala e trattenevan la folla. Gran numero di carrozze private seguivano il sovrano (F. Colonna di Stigliano, “Napoli d’altri tempi – Quadri e figure” – 1911).

'O ffuoco 'a mmare

‘O ffuoche ‘a mmare

Per l’occasione furono anche commissionati giochi pirotecnici, che i migliori fuochisti del Regno liberarono sulla spiaggia di Chiaia, dando origine a quello che in seguito fu chiamato ‘o ffuoche ‘a mmare. Nacque quindi la vera e propria Festa di Piedigrotta, che sempre per volere di Carlo III si ripeté ogni anno dal giorno 8 al 12 di settembre.
Alla parata, prevalentemente militare, si aggiunsero pian piano alcuni carri allegorici realizzati da popolani che intendevano rendersi parte attiva nei festeggiamenti. La partecipazione diretta dei sudditi era ben vista da Francesco II di Borbone, detto Francischiello, il quale era solito incoraggiare intrattenimenti festaioli a favore del popolo, considerandoli una tecnica di governo, convinto com’era che i napoletani andavano guidati con tre “F”: Festa, Farina e Forca. Allegria per distrarli, pane per sopravvivere e il patibolo sempre pronto. Fortunatamente fu re di Napoli solo per due anni (1859/1860).

La festa di Piedigrotta coinvolgeva sempre di più i napoletani, che si sentivano i veri protagonisti, tanto che nel 1895, i componenti del comitato promotore delle “Feste Estive”, presieduto da Enrico Arlotta, nel definire il programma delle manifestazioni, inclusero nel calendario anche la Piedigrotta. Per l’occasione furono invitate le case editrici musicali Ricordi e Bideri, che aderirono con slancio, offrendo alla festa una delle maggiori attrattive: la canzone napoletana.
La festa si rivelò anche una grande opportunità commerciale. Molti turisti venivano a Napoli potendo fruire di alcuni vantaggi: riduzione delle tariffe sui trasporti, collegamenti ferroviari supplementari, prezzi speciali per gli alloggi. Piedigrotta, da pagana si era trasformata in festività cristiana, ma conservando sempre le simbologie e i temi della fertilità, soprattutto femminile. Da manifestazione nazionale borbonica, occasione di sfoggio della potenza militare e del lusso della corte, a festa industrial-spettacolare, quale la ritroviamo negli anni che vanno dal 1890 al 1920. Da sempre, comunque, festeggiamento sfruttato a fini propagandistici e politici. E come il Borbone Francischiello, anche i governanti che si sono succeduti hanno utilizzato la Piedigrotta per tentare di far passare sotto silenzio le loro malefatte e nascondere le loro omissioni. È avvenuto durante il fascismo, è successo anche in epoca laurina, quando la festa si trasformò in un importante tassello del sistema populistico di Achille Lauro, detto ‘O Cumandante. La gente, la più diseredata, viveva quei pochi giorni come un’ubriacatura collettiva dimenticando guai e precarie condizioni di vita.
I caratteri orgiastici dell’antica leggenda affioravano nell’animo dei napoletani. Gruppi di popolani e contadini cantavano e danzavano in un tripudio di tamburelli. Frotte di scugnizzi si riversavano in strada forniti di trombette e cappelli di carta. Distinte figure partecipavano un po’ frastornate all’allegra baraonda mentre dai carri allegorici, trainati a motore ma anche da coppie di buoi, che sfilavano tra gente allegra e spensierata, venivano lanciate carricopielle, foglietti con i versi e gli accordi musicali delle canzoni più orecchiabili, in modo da permetterne un rapido riascolto e un maggiore coinvolgimento. Ma sovente finiva col preponderare la parte smargiassa, greve, sguaiata. Quella parte tanto cara al potere autoritario o pseudo-democratico che ha sempre tollerato, se non favorito, solo la volgarità e la pacchianeria.

Folla di uomini, ragazzi, quasi tutti scalzi con camiciotti, brachesse sbrindellate ai polpacci, fusciacche rosse in vita. Alcuni calzavano elmi di cartone dipinto, con pennacchi di carta colorata, altri provavano maschere.
…………………………….
S’era in una via larga, fiancheggiata da palazzi di tre, quattro piani, con balconcini illuminati da torcioni, lanterne, mazzi di candele fissati alle ringhiere, e zeppi di gente che si dimenava, cantava, urlava, buttava coriandoli, palle di carta colorata, farina, calava tubi di cartone dipinto sospesi a spaghi, cercando di calzarli in testa ai passanti.
……………………………
Un urlìo continuo, ritmato incessantemente dallo scuotere secco di mille tamburelli a sonagliera, dal soffiare di mille fischietti, dal frenetico strofinio di mille pentole…
……………………………
… aste di legno sbattute freneticamente tra loro. Ma sembrava che tutto fosse utilizzabile per produrre rumore: nacchere, pentole, cucchiai, coperchi. Alcuni soffiavano in grandi conchiglie, ricavandone mugghi. Però il suono più stordente, ossessivo, era quello generato da una quantità inverosimile di trombette di carta ornata con pennacchi. Tutti ne avevano e vi spiravano dentro, rivolgendole in ogni direzione, puntandole alle facce, alle orecchie dei passanti.
Pattuglie in maschera di giovinastri sciamannati, scalzi, avanzavano ritmando strepito di trombette
Pe-pe perepè
Pe-pe perepè
e travolgendo con insolenza quanti si paravano davanti.

È il racconto di Enzo Striano nè “Il resto di niente”.

Edizione 2009- Festa di Piedigrotta Sfilata carri allegoriciAd ogni modo, una festa unica. A volte kitsch, ma soprattutto un avvenimento folcloristico e culturalmente complesso. Il coinvolgimento popolare era tale che su moltissimi balconi si potevano vedere bandierine colorate e lampioncini di stile giapponese di carta e una piccola edicola in cartone con l’immagine della Vergine di Piedigrotta.
La sfilata dei carri era vissuta da tutti in maniera protagonistica. Ci si immedesimava per far proprie tutte le allegorie raffigurate. Le trombette coi fiocchi, il coppolone, la palla di pezza, i coriandoli erano strumenti immancabili che contribuivano a rendere partecipe la gente. Il fuoco a mare, infine, rappresentava il momento dell’espiazione di tutti i peccati pubblici e privati in una metafora di rogo purificatorio.

Poi, la festa cominciò a divenire un vero e proprio bene di consumo. La strumentalizzazione commerciale e politica la faceva sentire sempre più estranea alla gente. Il popolo cominciò ad allontanarsene disertando le manifestazioni perché non sentiva più il medesimo trasporto del passato, fino a far parlare di “una festa che c’era e che ora non c’è più”.
Eppure, grandi personaggi della cultura si sono occupati della Piedigrotta. Raffaele Viviani, Francesco Cangiullo e persino Marinetti, il fondatore del movimento Futurista, che diede un interpretazione del valore trasgressivo degli strumenti musicali utilizzati durante la festa:

Scetavajasse, triccaballacche e putipù

Scetavajasse, triccaballacche e putipù

Nella Tofa, grossa conchiglia, dalla quale gli scugnizzi traggono soffiando una melopea tragicomica turchino-scura, io ho scoperto una feroce satira della mitologia con tutte le sue sirene, i suoi tritoni e le sue conche marine, che popolano il golfo passatista di Napoli.
Nel Putipù, chiamato anche cacavella o pernacchiatore, piccola scatola di stagno o di terracotta coperta di pelle nella quale è conficcato un giunco che rumoreggia buffonescamente se strofinato da una mano bagnata, è l’ironia violenta colla quale una razza sana e giovane corregge e combatte tutti i veleni nostalgici del Chiaro di luna.
Lo Scetavajasse, che ha per archetto una sega di legno, ricoperta di sonagli e di pezzi di stagno, è la parodia geniale del violino quale espressione della vita interna e dell’angoscia sentimentale. Ridicolizza spiritosamente il virtuosismo musicale, Paganini, Kubelik, gi angeli suonatori di viola di Benozzo Bozzoli, la musica classica, le sale dei Conservatori, piene di noia e di tetraggine deprimente.

Il Triccaballacche è una specie di lira di legno che ha per corde delle fini sottili aste di legno, terminate da martelli quadrati, pure di legno. Suona come i piatti, aprendo e chiudendo le mani alzate che impugnano i due montanti. È la satira dei cortei sacerdotali greco-romani e dei ceteratori che fregiano le architetture passatiste.*

Oggi la festa di Piedigrotta fa parte della letteratura folcloristica del passato e i tentativi di riportarla in vita sono naufragati ancor prima di nascere. I tempi cambiano, cambiano le persone, cambia la struttura della città e i luoghi dove far festa. E cambia anche il modo di far festa. Il contesto culturale è mutato e a domande di oggi non si possono dar risposte di ieri.
Tutto scorre.

mimmo

* dalla prefazione di Filippo Tommaso Marinetti, al poema “Piedigrotta” di Francesco Cangiullo, composto nel 1913. Il poema fu declamato in due famose serate futuriste a Roma e Napoli.

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