Di 18 ve n’è uno

Sergio Cofferati al Circo Massimo

Sergio Cofferati al Circo Massimo

Articolo 18 sì, articolo 18 no. Sono anni che ne sentiamo parlare in relazione alle ricadute che ha o potrebbe avere sul mercato del lavoro. Già nel maggio 2000 un referendum promosso da Forza Italia, Radicali e Partito repubblicano, inteso ad abolirlo, fu respinto dagli elettori per mancanza del quorum (parteciparono al voto il 32,5%, dei quali il 66,6% si espresse contro l’abrogazione). Non passò molto tempo che Maurizio Sacconi, vice di Maroni al Ministero del Lavoro, dopo aver dichiarato che vi erano troppe strozzature e colli di bottiglia che rendono complicato l’incontro tra domanda e offerta, diede inizio alla sua crociata per l’abolizione del “famigerato” articolo. La risposta della CGIL fu una manifestazione alla quale parteciparono tre milioni di lavoratori radunati al Circo Massimo, a Roma, decisi a far valere i diritti acquisiti con lo Statuto dei Lavoratori. Sergio Cofferati, allora Segretario Generale, disse: «Non si può pensare di dare ai giovani diritti universali e nel contempo accettare l’idea di toglierli ai padri». E ne aveva ben ragione! Una politica di sinistra i diritti li estende, non li sottrae.

La protesta veniva a ridosso dell’omicidio di Marco Biagi per mano delle Brigate Rosse. Il giuslavorista bolognese, che aveva collaborato con i governi D’Alema e Berlusconi, teorizzava che i contratti di lavoro flessibili, così come la libertà di licenziamento, costituiscono un mezzo per creare occupazione. E aggiungeva che nella risoluzione di un rapporto di lavoro un’eventuale controversia si doveva risolvere con una somma di denaro, mai con l’obbligo da parte del datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore licenziato. Biagi ne faceva una questione di diritto dell’imprenditore.

Marco Biagi

Marco Biagi

Sfruttando la sua memoria, il governo Berlusconi, nel 2003, varò una legge in suo nome, primo firmatario Roberto Maroni, a seguito della quale si è venuta a determinare una vera giungla occupazionale, dove la precarietà è regina. Per la verità, le proposte di Biagi erano molto articolate e tra esse l’art. 18 era solo uno dei tanti lacciuoli che frenavano le assunzioni. E neanche quello di maggior rilievo. Anzi, aveva più volte dichiarato che un problema così complesso doveva essere affrontato tenendo conto di tutti gli aspetti: lavoro, welfare ed economia.

Negli anni a venire la discussione non si mai sopita. Sostenitori dell’una e dell’altra tesi hanno continuamente contrapposto le loro argomentazioni e forse proprio il tenerle sempre in piedi ostacola il rilancio dell’occupazione. Si potrebbe teorizzare, infatti, che gli imprenditori sono restii ad assumere in attesa di norme ad essi più vantaggiose.

Allora, viene da chiedersi: oggi cosa rappresenta l’art. 18? un baluardo, come affermano i sindacati? un impedimento come sostengono alcuni imprenditori? o un totem, come ha detto il premier Renzi? Forse, se avessimo un’economia più florida e un welfare più funzionale potremmo anche farne a meno, ma in Italia al momento non è così. Per altro, le sue garanzie sono già state depotenziate dalla legge Fornero del 2012. Prima, infatti, il giudice, riconosciuta l’illegittimità del licenziamento, era tenuto a sentenziare la reintegrazione e il risarcimento degli stipendi non percepiti. Solo se il lavoratore lo chiedeva, in alternativa, gli era corrisposta un’indennità pecuniaria. La riforma del 2012, invece, ha modificato la legge distinguendo tra tre tipi di licenziamento: discriminatorio, disciplinare ed economico e ha conferito al giudice la possibilità di decidere tra reintegro e indennizzo.

lavoro in europaA sostegno della posizione di chi ne vorrebbe la cancellazione, spesso si richiama l’U.E. “È l’Europa che ce lo chiede. E se non l’aboliamo non avremo il suo sostegno”. Per essere chiari, nessuno in Europa esige la negazione di diritti e garanzie per i lavoratori italiani. Da Bruxelles ci chiedono soltanto che si metta mano a una riforma del lavoro utile al rilancio dell’economia, dove la flessibilità può essere uno dei volani, ma non certo a detrimento delle tutele a cui hanno diritto occupati e disoccupati.

Ma come funzionano, in materia, le relazioni industriali negli altri Paesi?
In Austria, Portogallo, Grecia, Danimarca e Spagna c’è l’obbligo del reintegro e un risarcimento in denaro, sia pure con modalità diverse. In Francia, Belgio, Svizzera, Olanda, Inghilterra, Scozia, Finlandia e Svezia il diritto al reintegro non esiste, ma solo un risarcimento. Non bisogna trascurare, però, che in questi Paesi gli ammortizzatori sociali sono notevoli e di livello dignitoso.
E in Germania? Cosa accade in casa della signora Merkel, tenuto conto che il nostro premier ha dichiarato che è proprio a quel modello che intende ispirarsi? Lì è previsto il reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente. In alternativa, il datore di lavoro può chiedere al giudice di risarcire il lavoratore, ma deve spiegare le ragioni che non consentono il suo ritorno. Il lavoratore, inoltre, ha diritto a prestare la sua attività fino a quando non si conclude la vertenza e una volta licenziato gode di sussidi e assistenza sociale.

Angelini, Bonanni, Camusso

Angelini, Bonanni, Camusso

Il paragone, pertanto, è improponibile e il tentativo di addossare la responsabilità della crisi economica ai lavoratori, accusati di aver goduto in passato di troppi privilegi è una sorta di caccia alle streghe. Sostenere poi che negli ultimi anni i lavoratori hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità è una mascalzonata. Senza contare che far credere di poter sanare un sistema produttivo in deliquio facendo indossare all’imprenditore i panni del “padrone delle ferriere” è una cialtroneria e una mistificazione. Ma la cosa peggiore è affacciarsi dai teleschermi in una specie di discorso alla Nazione per vilipendere e mortificare il Sindacato, reo secondo il premier di non aver fatto la propria parte quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi precario perché si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente.

Ora, che ai sindacati si possano muovere pesanti critiche per come hanno esercitato il proprio ruolo in questi anni non ci piove, ma non tutto il male prodotto nel mondo del lavoro è da addebitare a loro. Colpi e spinte per destabilizzarlo non sono mancate, e questo attacco frontale del premier è il più pesante che si sia visto in questi anni. Fatto da un’istituzione, poi…

Non ci vuol molto a capire che all’Italia serve una politica industriale efficace e un welfare efficiente, non di una guerra tra guelfi e ghibellini.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.*

Supporre che alla fine tutto si tradurrà nell’ennesimo regalo a quell’imprenditoria villana e ladresca a danno dell’altra, onesta e laboriosa, non ci porta all’inferno celeste ma a quello terreno. E intervenire lancia in resta su una materia importante e decisiva per il rilancio della produttività e dei consumi è arroganza decisionista.

Ma Matteo Renzi è determinato ad avanzare comunque e quantunque. In una lettera aperta agli iscritti del suo partito ha detto che lui è lì per cambiare l’Italia. Ne siamo tutti convinti, ma il problema è capire come, in che direzione e a vantaggio di chi. Perché se lui è in buonafede dovrebbe fermarsi un attimo, riflettere sull’entusiasmo che anima Maurizio Sacconi e subito dopo chiedersi: “Dove sto sbagliando?”

Gufo Rosicone

* Dante, Divina Commedia, Paradiso, canto VI

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One thought on “Di 18 ve n’è uno

  1. Eppure è certamente vero che il sindacalismo italiano si sia prestato allo sfascio del precariato, addossato ai più giovani, chiedendo in cambio il mantenimento delle tutele per i lavoratori già inseriti nel sistema. Con questa scelta i sindacati maggiori si sono condannati ad estinguersi assieme alla generazione che ha beneficiato delle tutele legali di cui parliamo. So di cosa parlo, questa vicenda ha segnato la mia generazione.

    Lo dico senza voler offendere nessuno: non mi verrà mai in mente di manifestare guidato dai personaggi che hanno controfirmato cose come il “pacchetto Treu”. Sarebbe scorretto anche a livello etico. Nell’immediato non credo esistano soluzioni organizzate a questo problema, forse in un futuro – post collasso – se ne potrà parlare più apertamente?

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