Credere per consuetudine

DioDa sempre, l’uomo ha sentito il bisogno di associare la sua vita a qualcosa o qualcuno più elevato, tanto da indurlo a prendere in considerazione l’esistenza di un’entità superiore che tutto regola e su tutto governa. Le avversità, le sofferenze, le malattie, la morte lo hanno spinto ad affidarsi a un soggetto trascendente in grado di rassicurarlo e di fargli sperare in un domani diverso, migliore e più favorevole.

Fra i popoli antichi, i Greci hanno avuto una fervida immaginazione “creandosi” esseri dai poteri straordinari. Li chiamarono ‘dei’, e pur avendo fattezze umane, erano dotati di qualità e poteri superiori, anche se soggetti alle stesse passioni degli uomini. Non diventavano mai vecchi ed erano immortali. In loro onore costruirono templi affidati a sacerdoti che praticavano riti, cerimonie e sacrifici.
In seguito, le popolazioni italiche, venute a contatto con quelle greche, adottarono gli stessi dei, pur cambiandone i nomi. Non i riti, che rimasero pressoché immutati.

Alcuni secoli dopo, alla mitologia e al paganesimo si contrappose il Cristianesimo, che ebbe origine dall’insegnamento attribuito a Gesù Cristo. I cristiani mutuarono dal paganesimo i luoghi sacri e l’uso delle preghiere comuni. Dal Cristianesimo si sviluppò il Cattolicesimo, espressione della Chiesa universale che considera l’esistenza di un unico Dio, creatore onnipotente dell’universo e dell’umanità.

battesimo 3L’adesione alla religione Cattolica presume il battesimo e l’accettazione di prescrizioni che, spesso, sono applicabili con difficoltà, per cui molti credenti ricorrono a deroghe fai-da-te, anche se antitetiche al dettato catechistico. Ciò nonostante, per i credenti, quei principi rappresentano verità indiscutibili, e ad essi bisogna obbedire. O meglio, bisognerebbe.

Ma quanto più rigida è una norma, meno spazio critico si lascia ai discepoli, i quali ben difficilmente saranno in grado di costruirsi una consapevole relazione tra il trascendente e il terreno. Andranno a messa, pregheranno, seguiranno regole e sacramenti, ma solo per trasporto passivo e con scarse e labili cognizioni teologiche. Senza contare che una relazione che non stimola dubbi alla lunga diventa arida.
Ma perché un impianto così importante come il cattolicesimo rifugge dal dubbio, rifiutandolo come un grave peccato? Eppure, dovrebbe essere precipuo interesse della Chiesa alimentare il dubbio. Accenderlo, discuterlo e poi dirimerlo. Solo questo è il modo giusto per rafforzare le proprie certezze. Quale religione può seriamente aspirare a ergersi depositaria della Verità se impedisce il confronto con altre opinioni? Chi crede ha il diritto di dubitare.
A queste obiezioni, la religione oppone il concetto del dogma, che chiude ogni porta alla riflessione esegetica. Dio non é oggetto di speculazione razionale e a Lui non si arriva attraverso la logica.

religioni_mappaL’atteggiamento del “credere” raramente è una libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi è un’abitudine trasmessa dalla famiglia e influenzata dal contesto sociale in cui si vive. Basta dare uno sguardo al rapporto tra la tipologia di religioni diffuse nelle diverse aree geografiche e le relative concentrazioni territoriali per averne conferma. Condividere una religione, in genere, è solo un modo di conformarsi passivamente alle tradizioni. La famiglia, la scuola, le amicizie inducono a una religiosità di tipo ambientale, lungi dal chiedersi se veramente è sentita la necessità interiore di prestar fede a una divinità. Prevale, quindi, quasi sempre il senso di appartenenza e, ancor privo dei mezzi per ben discernere il valore di cosa viene a lui inculcato, si indottrina un bambino sull’esistenza di esseri soprannaturali prima ancora di parlargli delle leggi che regolano la natura e la convivenza umana. Nessuno ancora gli ha parlato di amicizia e di onestà, non ha ancora alcuna cognizione sul sole e sulla luna, sul giorno e sulla notte e, già prima dell’età scolare, è stato informato che esiste un regolatore supremo della sua vita. In molti casi è già stato catechizzato su santi, angeli e diavoli e gli è stato istillato un pregnante sentimento del sacro da venerare.
Si tratta di meccanismi pedagogici che definire educativi è una palese forzatura, ma che pochi osano mettere in discussione. Più comodo è uniformarsi al contesto in cui si vive, passivamente e senza andare a crearsi complicati problemi esistenziali. La sicumera che la famiglia sia portatrice di validi indirizzi morali derivanti da credenze confessionali, utili ad indirizzare i figli “per la giusta via”, è di gran lunga più rassicurante.
Al contrario, un buon genitore avrebbe il dovere di porre i bambini, gli adolescenti, i giovani nella condizione di acquisire liberamente un ampio ventaglio di conoscenze etiche e religiose, al fine di dar loro una prospettiva più larga della propria esistenza.
Invece, questi meccanismi “educativi”, non di rado, spingono i “sostenitori” di un qualunque culto ad atteggiamenti alquanto integralisti, essendo fermamente convinti che sono loro, e solo loro, a praticare la migliore religione esistente. Non fanno eccezione i cattolici, certi che soltanto attraverso Dio è possibile divenire persone di alta moralità. E spesso la presunzione è tale che manifestano più o meno apertamente una certa avversione per chi aderisce ad altra confessione o nei confronti di chi dichiara di poterne serenamente fare a meno. Una semplice regola di convivenza presupporrebbe il reciproco riconoscimento delle proprie scelte. Purtroppo, la pratica più diffusa è una forma d’intolleranza che vede i credenti, o pseudo tali, rinchiusi in una ferrea armatura dogmatica, permeata di ‘sante’ certezze, condotti ad aborrire chi non accetta il dettato della loro Verità. Una verità spesso brandita alla stregua di una spada.

solidarietà 2Ma rispetto per il prossimo e solidarietà sono valori universali, che non discendono necessariamente da una fede religiosa, né questa è indispensabile per conferire un senso etico alla propria esistenza. Rapportarsi a un proprio simile o interferire con le azioni di altri chiama in causa la sfera dei diritti e dei doveri, indipendentemente dalla religione professata.
E non è un caso che certe manifestazioni di intransigenza cultural-religiosa, di frequente, sono collaterali a modelli di bigottismo e devozione di comodo, che trovano il massimo fulgore espressivo soltanto la domenica nella partecipazione alla Messa “di mezzogiorno”. Molti frequentatori delle celebrazioni liturgiche, infatti, preferiscono quelle affollate, dove si può osservare gli altri e agli altri mostrarsi.
Praticare non sempre è credere e al credere non sempre corrisponde il praticare. Favorire la coerenza tra queste due azioni gioverebbe di gran lunga a tutti.

È convinzione diffusa, inoltre, che la maggior parte delle persone ha bisogno della religione perché su di essa poggia la cultura antica e moderna. Secondo molti, infatti, dire all’uomo comune che nessun dio esiste significa privarlo di ogni ritegno e abbandonarlo alle più sfrenate pulsioni egoistiche. Si tornerebbe nel caos primordiale e le conquiste della civiltà, così sofferte, sarebbero irrimediabilmente compromesse.
Ma molte crudeltà e barbarie, anche efferate, sono state commesse in nome della divinità. Pensiamo a quelle messe in atto, per esempio, dai crociati a danno dei cosiddetti infedeli. Consideriamo i delitti compiuti dalla Santa Inquisizione. Riflettiamo sugli abusi perpetrati dai tiranni succedutisi nei secoli, che proprio in nome della religione hanno tenuto in schiavitù interi popoli.
E ancora, prelati di diverso ordine e grado, appartenenti anche a differenti espressioni di religiosità, hanno tollerato, in varie forme e nel tempo, torture e violenze a danno di uomini e donne, vecchi e bambini. Hanno assistito ignavi a orrendi delitti e giustificato ignobili oppressioni da parte di sfruttatori di ogni risma. E, beffa delle beffe, mentre ciò accadeva, molti di questi malfattori non perdevano occasione di manifestare pubblicamente la loro fede e non mancavano di tenere sempre in bella evidenza sulla loro scrivania una copia del Vangelo. Consumavano il male per poi avvalersi del sacramento della confessione. Pentirsi, confessarsi e comunicarsi, per poi sentirsi liberi di commettere nuovi peccati. Come negare che in tantissime occasioni la religione e i suoi ministri poco o nulla abbiano fatto per impedire il propagarsi del male ai danni del singolo e della collettività? Tanti sono i casi documentati che collocano l’umanità molto lontano dal Padreterno. Le feroci testimonianze che la storia ci rimanda dovrebbero indurre un credente a chiamare in causa il proprio Dio, e forse anche ripensare radicalmente alla sua onnipotenza, se non alla sua esistenza. Riconsiderare il concetto di religione. Rivolgersi alla propria coscienza e chiedersi il senso che assumono, a fronte di avvenimenti aberranti, parole come “fede”, “giustizia”, “misericordia”, “perdono”, “speranza”. A cercare una ragione che spieghi il perpetrare del male allo stato puro e gratuito. A domandarsi quale razionalità storico-universale, quale filosofia, quale parte della teodicea può spiegare comportamenti atroci, misfatti scellerati, atteggiamenti efferati?
Se esiste un Dio che tutto vede, come può aver tollerato il supplizio, l’umiliazione e il OLOCAUSTO 2massacro di milioni di persone? Alla luce di tutto questo, è possibile ancora tentare una spiegazione delle determinazioni di un Dio onnipotente, infinitamente buono e misericordioso che ha tollerato passivamente il male assoluto prodotto dalle stesse creature cui ha dato vita, a sua immagine e somiglianza? Può bastare il dogma come risposta?

Per la Dottrina, il rapporto tra Dio e il male sono al di sopra delle nostre possibilità di comprensione e rimane insensata qualunque pretesa di discutere il suo operato. Quello che conta non è capire il perché del male, piuttosto tener viva la speranza che esso sarà vinto e che l’uomo sarà liberato. Se l’uomo si è reso protagonista di inaudite crudeltà, secondo certi criteri teologici, egli è attore unico delle proprie azioni. Sant’Agostino ci spiega che l’uomo nel commettere il male ne è unico responsabile. Dio potrebbe essere chiamato in causa imputato soltanto di esserne origine, nel senso che gli ha conferito la potenzialità di compiere il male. Ma lo ha fatto per dargli la possibilità di rimettere i peccati e conquistare la vita eterna.
Siamo noi, e noi soltanto, dunque, a offendere il prossimo, di nostra iniziativa e in dissonanza con lui. Egli però è lì, pronto ad accettare il nostro pentimento e a lavare ogni nostra colpa. In questo senso è buono e misericordioso.

La fede presuppone che le azioni di Dio non siano sindacabili. Sono disegni imperscrutabili che però troveranno spiegazione nel “giorno del giudizio”. Quel giorno sarà resa piena giustizia a tutti: i pii saranno premiati e i reietti puniti. In base a quali criteri? E chi sarà assolto e chi condannato? L’uomo dovrà rispondere della propria vita e del proprio destino, anche se non li ha scelti?
Qualcuno ha detto che quel giorno dovrebbe essere anche Dio a render conto di tutto il male che nei secoli si è consumato sulla terra.
È una bestemmia? Pensiamoci… Secondo il Nuovo Testamento (Apocalisse, 1, 8) è proprio il concetto di Dio, che tutto può, a ricondurci alle sue responsabilità: Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

mimmo

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One thought on “Credere per consuetudine

  1. Il discorso mi appare monco in quanto viene trascurato quanto viene prima (ebraismo) e dopo (islam), senza tener conto che, anche se non sempre messo in pratica, solo nel Vangelo si parla di “Amore” per i propri simili, e che gli argomenti da accettare “a scatola chiusa” e le regole cui “sottomettersi” sono inferiori nel cristianesimo che non nelle altre religioni. Forse parlarne avrebbe dato un’idea più ampia delle ragioni con cui e per cui si è indotti a credere.

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