Funerale ai vivi

C’è da credere che la stessa cosa accade anche a quegli sventurati che cercano di approdare sulle nostre coste. Oggi Triton ha sostituito Mare Nostrum, ma la sua missione primaria non è salvare i migranti, ma presidiare le coste italiane. Chi lascia il proprio Paese, la famiglia, amici e abitudini non lo fa a cuor leggero e la sua partenza e più simile a una dipartita.

Siligo- Piazza Santa Vittoria

Era una mattina di maggio. E verso le otto tutta la popolazione si riversò nella piazzetta di Siligo. Gente di condizione diversa e di età: sorelle, fratelli, padri, madri, figli, mogli e bambini si erano radunati per salutare per l’ultima volta gli emigranti. La gente era veramente convinta che non li avrebbe più rivisti.
Le grida e il pianto mi ricordarono l’emigrazione in Canada. Solo che questa volta non c’erano gli zuccheri per inghiottire l’amaro. Non c’erano vecchi che potessero incoraggiare e rincuorare la popolazione. Mancavano i relitti che li facessero sperare in un lontano ritorno.
La popolazione si raccolse nella piazza con il dolore dei funerali ai quali quegli emigranti, per privilegio della storia, partecipavano da vivi. Uomini che ebbero la ventura di vedere e sentire dalla propria bara il pianto e le lacrime della propria gente. Fu quasi come se la popolazione fosse divisa in due schiere di cadaveri che dovevano auto-funeralizzarsi a vicenda. Siligo, morto per loro. Loro, morti per Siligo. L’unica speranza per gli emigranti era nella loro rinascita in una terra che non li avrebbe più cullati né cantati, ma solo usati e consumati come arnesi di lavoro
Da ogni angolo si levavano grida e lamenti disuguali, intonati a sentimenti diversi. L’unica nota fondamentalmente uguale (il pedale fisso di quel dolente concerto) era il pianto corale. Dalle grida e dai lamenti che uscivano da quelle bocche bavose ed asciutte, si poteva cogliere però lo sgomento e lo scompiglio che si stava consumando nel cervello sbrandellato di ognuno.
“Restate qui! Non te ne andare, figlio mio!” era l’esclamazione più frequente che si sollevava al di sopra del dolore comune.
“Che avete fatto? Quale colpa avete commesso per essere espulsi dalle vostre terre? dalle vostre case? da Siligo? dal vostro nido che noi facemmo con tanto amore?”
“E noi che abbiamo fatto per non godere dei nostri figli? Non ricordo di aver fatto alcun male. Mai!”

madriCosì nelle mie rievocazioni solitarie mi si profilavano quei padri e quelle madri che colti dalla disperazione, nel momento del distacco, imploravano i propri figli di accettare ciò che avrebbero potuto loro offrire: rimanere con loro negli ovili e lavorare la terra. Le botte, le grida rabbiose di sempre e le minacce che abitualmente scagliavano sui loro figli, non esistevano più avanti la loro tomba. Il momento del distacco, anzi, sembrava suscitare in essi un certo complesso di colpa. Forse si sentirono padri incapaci di sistemare i loro figli. E in uno slancio disperato di amore paterno, sia pure timido, volevano quasi effondere ai propri figli tutto quell’affetto che mai avevano potuto dare.
La corda della loro morale tesa fino allo spasimo dalla miseria, per la prima volta si allentò e poté “suonare” in una tonalità più dolce. E per la prima volta i patriarchi divennero padri. I rapporti tra padre e figlio si umanizzarono e almeno durante i reciproci funerali la loro abituale austerità svanì. E in uno slancio di tenerezza le braccia nerborute e le mani callose, che avevano sempre picchiato, avvinghiarono affettuosamente i propri figli: le loro labbra per la prima volta s’incontrarono reciprocamente e si baciarono per l’ultima volta così come quando si bacia il cadavere di un congiunto nella cappella del cimitero prima di affidarlo alle zolle.

Le urla delle donne colpivano anche quella parte della popolazione che per un motivo o per un altro la storia per allora aveva risparmiato da quel terribile esodo oceanico. Fu così un pianto accorato e corale. Il grido di un popolo sconvolto si levò nell’aria che non aveva mai potuto accogliere le sue risate e le sue gioie. Tutti si stringevano. Genitori e figli, amici e compagni si abbracciavano. Non esistevano più né odi né litigi. Le brighe e le zuffe, gli insulti e le percosse che spesso si eran date in campagna per difendere il proprio pascolo, svanirono come per incanto di fronte alla sventura. C’era posto solo al lamento e al dolore. Fu come se tutti volessero far la pace.
Solo gli emigranti, orgogliosi e fieri (al pari dei padri), trattenevano a stento le lacrime che i loro cervelli piangevano solo con gli occhi del cuore. I loro occhi dolenti non potevano piangere davanti alle loro madri. Anzi dovevano emanare una luce di contentezza. Il volere della storia però, era inflessibile. Essi lo sapevano e il loro imperativo era emigrare: andar via dalla Sardegna per far fortuna altrove.

corriera 4Finalmente si udirono le trombe del pullman. Spuntò dal curva e in un baleno s’immerse in tutta la sua lunghezza nella folla concitata della piazza. Il pullman eccitò maggiormente gli animi: il tempo stringeva inesorabilmente. Quella mattina, però, vi sostò più del solito. La folla doveva farsi i funerali: la funzione non era finita ancora e ritardava la partenza. La popolazione sconvolta voleva rinviare almeno di un attimo la partenza dei propri sventurati. Il pullman prima di giungere a Siligo naturalmente, lungo il suo percorso, aveva fatto il pieno di emigranti nei vari paesi portandosi il pianto di mezza Sardegna. E gli emigranti degli altri centri naturalmente non volevano far notare il proprio pianto a quelli di Siligo. Vincevano il dolore ostentando una falsa baldanza.

Il fattorino chiuse gli sportelli e così la bara fu chiusa anche per gli emigranti di Siligo. La bara finalmente si scosse. Si mise in moto e si fece largo separando il pianto dal dolore e il dolore dal pianto: i figli dai padri e il popolo dal popolo. Un altro boato di urla concitato di età diverse e di emozioni diverse si mescolò ancora al turbine del dolore. Raggiunse il pullman come per fermarlo. La rabbia degli emigranti però era più intensa del dolore di Siligo. E la popolazione tra il pianto generale ebbe solo la consolazione di vedere mani agitate fuori dal finestrino della sepoltura comune. Quelle mani che divenivano sempre più sottili consumandosi e scomparendo nell’infinito, nel loro triste e desolato futuro inesorabile, nelle nuove tanche senza querce e senza uccelli, nel loro tetro cimitero del silenzio cruento delle fabbriche che li attendevano nell’Oceania.
I funerali finalmente erano finiti e quasi tutti seguendo le donne sotto gli scialli neri, si rintanarono nelle case, lasciando la piazza come quando si lascia il cimitero dopo avervi accompagnato un congiunto morto nel fiore degli anni

Gavino Ledda
(Il brano è tratto dal libro “Padre padrone: l’educazione di un pastore” – Feltrinelli Editore (1975)

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