Fatti non foste a viver come bruti

27 gennaio, Giorno della Memoria

carriCon l’assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine, – Wieviel Sütck? – domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i “pezzi” erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?
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Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera.
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Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi, i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio.
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Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata… Questo è l’inferno.
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Bisogna mettersi in fila per cinque, a intervalli di due metri fra uomo e uomo; poi bisogna spogliarsi e fare un fagotto degli abiti in un certo modo… togliersi le scarpe…
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Non avevo mai visto uomini anziani nudi. Il signor Bergmann portava il cinto erniario…
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La porta dà all’esterno, entra un vento gelido e noi siamo nudi e ci copriamo il ventre con le braccia. Il vento sbatte e richiude la porta; il tedesco la riapre, e sta a vedere con l’aria assorta come ci contorciamo per ripararci dal vento uno dietro l’altro; poi se ne va e la richiude.
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camerataFinalmente si apre un’altra porta: eccoci tutti chiusi, nudi tosati e in piedi, coi piedi nell’acqua, è una sala di docce… fa freddo… e non possiamo neppure sederci…
Improvvisamente l’acqua è scaturita bollente dalle docce… ma subito dopo irrompono quattro che, bagnati e fumanti, ci cacciano con urla e spintoni nella camera attigua, che è gelida; qui altra gente urlante ci butta addosso non so che stracci, e… un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo il tempo di comprendere e già ci troviamo all’aperto, sulla neve azzurra e gelida dell’alba, e, scalzi e nudi… dobbiamo correre fino a un’altra baracca… Qui ci è concesso di vestirci.
Non c’è dove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi…
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.
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Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato la sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l’un l’altro.
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Lavarsi è un lavoro, uno spreco di energia e di calore…
Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto.
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ospedaleSarebbe questo l’ospedale?… Anche qui, come dappertutto, cuccette a tre piani, in tre file per tutta la baracca, separate da due corridoi strettissimi. Le cuccette sono centocinquanta, i malati circa duecentocinquanta: due, quindi, in quasi tutte le cuccette.
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Fra questi almeno una cinquantina di dissenterici più o meno gravi.
Costoro vengono controllati ogni terzo giorno. Si mettono in fila lungo il corridoio; all’estremità stanno due bacinelle di latta e l’infermiere, col registro, orologio e matita. A due per volta, i malati si presentano, e devono dimostrare, sul posto e subito, che la loro diarrea persiste; a tale scopo viene loro concesso un minuto esatto. Dopo di che presentano il risultato all’infermiere, il quale osserva e giudica; lavano rapidamente le bacinelle in una apposita tinozza, e subentrano i due successivi.
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Alberto è il mio migliore amico…
Non sono però riuscito a ottenere di dormire in cuccetta con lui… perché avere un compagno di letto di cui fidarsi… è un inestimabile vantaggio… e dal momento che siamo costretti a scambiare sudore, odore e calore con qualcuno, sotto la stessa coperta e in settanta centimetri di larghezza, è assai desiderabile che si tratti di un amico.
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Non so chi sia il mio vicino… che molto meglio del suo viso conosco il suo dorso e i suoi piedi… si avvoltola nella coperta, mi spinge da parte… mi volge il dorso e comincia subito a russare. Schiena contro schiena, io mi adopero per conquistarmi una superficie ragionevole di pagliericcio; esercito colle reni una pressione progressiva contro le sue reni, poi mi rigiro e provo a spingere colle ginocchia, gli prendo le caviglie e cerco di sistemarle un po’ più in là in modo da non avere i suoi piedi accanto al viso…
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Devono essere passate le ventitre perché è già intenso l’andirivieni al secchio… ogni due o tre ore ci dobbiamo alzare per smaltire la grossa dose di acqua che alla sera ci gonfia le caviglie e le occhiaie… la cui eliminazione impone ai reni un lavoro sfibrante.
Non si tratta solo della processione al secchio; è legge che l’ultimo utente del secchio medesimo vada a vuotarlo alla latrina; è legge altresì, che di notte non si esca dalla baracca se non in tenuta notturna (camicia e mutande), e consegnando il proprio numero alla guardia… ci caccia fuori in mezzo alla neve, tremanti e insonnoliti. A noi tocca trascinarci fino alla latrina, col secchio che ci urta i polpacci nudi, disgustosamente caldo; e pieno oltre ogni limite ragionevole, e inevitabilmente, con le scosse, qualcosa ci trabocca sui piedi, tal ché, per quanto questa funzione sia ripugnante, è pur sempre preferibile esservi comandati noi stessi piuttosto che il nostro vicino di cuccetta.
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imagesLa sofferenza del giorno, composta di fame, percosse, freddo, fatica, paura e promiscuità, si svolge di notte in incubi informi di inaudita violenza… Ci si sveglia a ogni istante gelidi di terrore, con un sussulto di tutte le membra, sotto l’impressione di un ordine gridato da una voce piena di collera… «ALZARSI!»: l’illusoria barriera delle coperte calde, l’esile corazza del sonno, la pur tormentosa evasione notturna, cadono a pezzi intorno a noi, e ci ritroviamo desti senza remissione, esposti all’offesa, atrocemente nudi e vulnerabili.
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La Borsa è attivissima sempre… Qui si aggirano a decine, colle labbra socchiuse e gli occhi rilucenti, i disperati della fame, che un istinto fallace spinge colà dove le mercanzie esibite rendono più acre il rodimento dello stomaco, e più assidua la salivazione. Sono muniti, nel migliore dei casi, della misera razione di pane che, con sforzo doloroso, hanno risparmiato fin dal mattino, nella speranza insensata che si presenti l’occasione di un baratto vantaggioso … Alcuni di questi, con selvaggia pazienza, acquistano colla mezza razione un litro di zuppa, che, appartatisi, sottopongono alla metodica estrazione dei pochi pezzi di patata giacenti sul fondo; ciò fatto, la ricambiano col pane, e il pane con un nuovo litro da denaturare…
………
Per noi… il Lager non è una punizione; per noi non è previsto un termine, e il Lager altro non è che il genere di esistenza a noi assegnato, senza limiti di tempo… i giorni si inseguivano vivaci, preziosi e irreparabili, il futuro ci stava davanti grigio e inarticolato, come una barriera invincibile. Per noi la storia si era fermata.

Primo Levi
(da ‘Se questo è un uomo’ – Giulio Einaudi Editore)

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