Fu vera gloria?

torrino quirinale 3Ma Renzi è stato veramente bravo nell’operazione Quirinale? Così dicono i più. In un colpo solo ha ricompattato il Partito democratico, ha spaccato Forza Italia e ha messo sul Colle una persona perbene.
A distanza di giorni, calato il clamore, vorrei provare a ragionare con distacco emotivo su quanto è accaduto, nella speranza di non essere tacciato semplicisticamente di gufo rosicone.

Allora dico che Renzi non aveva scelta, doveva comportarsi come si è comportato e ha fatto ridere anche i polli quando all’assemblea dei Grandi Elettori del suo partito ha ventilato le elezioni anticipate nel caso fosse stato rifiutato il nome di Sergio Mattarella. E chi gliele avrebbe sciolte le Camere? Pietro Grasso da Presidente provvisorio? Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò. Grasso, in caso di crisi di Governo avrebbe dato l’incarico di formare un nuovo esecutivo a una figura istituzionale affinché rimanesse in carica fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato, al quale, poi, passare la patata bollente. E quale Capo di Stato, come primo atto presidenziale avrebbe sciolto il Parlamento senza aver tentato prima tutte le altre strade, ma proprio tutte, per mettere insieme un nuovo governo? E, ammesso e non concesso (sempre Totò), ve le immaginate le ripercussioni di carattere economico, finanziarie, sociali e istituzionali che avremmo avuto? E a chi sarebbe stata attribuita la responsabilità, se non a Renzi? E con questo macigno sulle spalle, qualcuno è disposto a credere che avrebbe confermato il 40% dei voti? Via, non scherziamo. La candidatura di Mattarella è stata accettata e votata da tutto il Pd perché oggettivamente era una candidatura forte. Un nome indiscutibile. Una competenza di primordine. Un uomo perbene. Un politico a tutto tondo. E male ha fatto Berlusconi a non votarlo, lasciando Renzi al centro della scena. Il metodo non gli è piaciuto? avrebbe dovuto gridarlo ai quattro venti più di quanto ha fatto, ma votare Mattarella.

Ma non è frutto del sacco del Matteo nazionale. Proporre un nome della prima repubblica è un ossimoro per un rottamatore: viola il codice della Leopolda, riporta le lancette della politica indietro di decenni, asfalta ogni proposito di rinnovamento renziano. Fosse stato per lui avrebbe voluto una donna giovane e silente. In subordine, un maschietto incolore dedito al mero ruolo di rappresentanza.

S. Mattarella e G. Napolitano

S. Mattarella e G. Napolitano

Il nome di Sergio Mattarella è stato suggerito a Renzi dal Presidente uscente. Da navigato politico qual è, Giorgio Napolitano gli ha spiegato che se non avesse proposto un nome inattaccabile o se ne avesse indicato uno in odore di Patto del Nazzareno, sarebbe andato a sbattere come Bersani nel 2013. Non l’avrebbe seguito la minoranza del partito e un nutrito gruppo di parlamentari gli avrebbe voltato le spalle. Figuriamoci poi quale accoglienza avrebbe potuto avere da Vendola e dai fuoriusciti dal Movimento 5Stelle. Provate a immaginare il revival che impallinò prima Marini e poi Prodi. Provate a immaginare se quello stesso candidato poi fosse passato con i voti di Berlusconi e, magari, anche di Fratelli d’Italia e tutti i moderati. Renzi si sarebbe ritrovato con un partito dilaniato e una maggioranza spostata palesemente a Destra.
Dopo le tensioni create sulla riforma del lavoro, sulla legge elettorale e aver pubblicamente screditato i dissidenti alimentandone l’animosità nei suoi confronti, nessuno gli avrebbe perdonato un’operazione simile. Non so dire cosa sarebbe accaduto nel Pd, ma di certo Renzi sarebbe stato considerato un’anatra zoppa e il suo potere contrattuale con le altre forze politiche di gran lunga inferiore. Senza contare che Alfano si sarebbe sentito ancor più incoraggiato a frequentare Berlusconi.

Angelino Alfano

Angelino Alfano

Lui, Angelino Alfano, l’uomo senza quid. Ha lasciato la casa del “padre” con l’ambizione di dare rappresentanza a una Destra nuova, non demagogica e populista. Voleva creare un’area che raccogliesse tutti i moderati e, uno dopo l’altro, attirare gli orfani di Berlusconi. Invece ha dimostrato di non avere la stoffa del leader e non sapersi nemmeno disimpegnare nelle situazioni difficili che il suo dicastero gli ha presentato. Ha sbagliato tutto e sempre. E quel che è peggio, non ha un partito e neanche un elettorato. In pratica, una nullità politica. Di fatto, il maggiore alleato di Governo che fa da respiratore artificiale a Renzi in Senato.

Nell’immaginario collettivo, però, Renzi è stato il king-player dell’operazione Quirinale. Diciamo che il suo merito è stato quello di rendersi conto che non poteva più tirare la corda e ha scelto di ascoltare i consigli giusti di un novantenne e avvalersi del nome di un settantaquattrenne. D’altronde, continuare a tenere il solito atteggiamento supponente sarebbe stato un suicidio politico. Meglio, molto meglio fare della necessità contingente una virtù.

Adesso, però, viene il bello. Passata la sbornia del Quirinale, bisognerà tornare ai fornelli, dove la carne che cuoce è tanta, e rosolarla al punto giusto non è facile. Berlusconi, c’è da giurarci, anche se dichiara di aver rotto ogni rapporto con Renzi, prima o poi riaprirà la porta, quantomeno la finestra. Ma non sarà tenero come prima. Vendola ritornerà da dove e venuto, a meno che non si ridiscuta di riforma del lavoro e legge elettorale. Bersani, Civati, Cuperlo e tanti altri hanno detto con chiarezza che non sono disposti a votargli tutto in nome di un unitarismo di facciata, ora più di prima. Alfano, dopo la figuraccia che ha fatto e aver perso camerati per strada, cercherà di recuperare, sia pur sottobanco, un rapporto con Forza Italia e poco conta se sarà guidata da Berlusconi o Fitto. Sergio Mattarella non sarà certo un Presidente renziano e sulla costituzionalità delle leggi che dovrà promulgare sarà un revisore inflessibile.

Insomma, per Matteo Renzi il praticantato è finito. È giunto il momento di chiarire la sua posizione e dove vuole andare. Al momento è in cima all’onda e se fa le mosse giuste potrebbe anche essere ammesso al corso di statista. Ma se vorrà continuare a giocare la sua partita su più tavoli non andrà lontano. Ha tentato di accreditarsi come uomo Renzidi Sinistra collocando il Pd nel Partito Socialista Europeo, ha strizzato l’occhio alla Destra abolendo l’art. 18, ha cercato di carpire la simpatia dei grillini con l’abolizione di alcune spese della politica e guadagnato consenso popolare con gli 80 euro. Una comportamento intriso di spregiudicatezza e cinismo in una personalità priva di appigli stabili e riferimenti coerenti.

La festa è finita, abbracci e brindisi sono cosa di ieri. Fuori c’è il Paese ancora immerso nella crisi economica. Ci sono i nodi del lavoro, della giustizia, la sanità, la scuola. C’è la recessione e la deflazione. C’è da eleggere due membri della Corte Costituzionale. E nell’Unione Europea c’è da scegliere se stare con Tsipras o con la Merkel.

Cantastorie

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