Morti e ferite

barcacciaDopo i disordini provocati dai tifosi del Feyenoord in occasione della partita di calcio contro la Roma del 19 febbraio scorso che hanno danneggiato irreparabilmente la fontana di Piazza di Spagna, la Barcaccia, il sindaco Ignazio Marino si è scagliato contro il Questore: «Non è accettabile che i vertici della sicurezza non siano stati in condizione di proteggere monumenti, negozi, turisti, la gente di Roma».
Chiamato in causa, il Questore della capitale ha spiegato il mancato intervento delle forze dell’ordine: «Io morti non ne faccio, meglio la sporcizia… ». 
Non si trattava di sola sporcizia, ma di ferite. Ferite a un’opera d’arte tra le più importanti del mondo. I tifosi olandesi hanno lanciato bombe carta, fumogeni e bottiglie contro la bellissima fontana di Pietro e Gian Lorenzo Bernini.
A sua volta, Marino ha ribattuto: «Non può essere considerato un successo il fatto che non ci siano stati dei morti».
A me è venuto in mente quanto ha scritto Umberto Galimberti nel suo saggio “Cristianesimo, la regione dal cielo vuoto” pubblicato da Feltrinelli nel 2012.

Dobbiamo imparare a piangere e non a dividere le nostre lacrime tra la vita dell’uomo e la vita dell’arte, perché altrimenti diamo a vedere di non aver capito che cos’è l’uomo e che cos’è l’arte. Questo nesso si palesò in modo drammatico in occasione del terremoto del 1997 che danneggiò la basilica di Assisi. Fu allora che il cardinal Ersilio Tonini ebbe a dire: “Un uomo vale cento basiliche”, mentre l’inviato televisivo che descriveva quella tragedia annunciò “La perdita di vite umane e di un patrimonio artistico che vale di più”.
Le dichiarazioni dell’uno e dell’altro sono simboli di un reale conflitto di sentimenti che percorre chiunque, e sono molti, forse siamo tutti che ancora fatichiamo a portarci alla vera altezza dell’uomo e alla vera altezza dell’arte, perché un uomo è un uomo solo se può appartenere all’arte, e l’arte è arte solo se può contare su un uomo che la esprime.
Dimenticare questa reciproca appartenenza e dividere l’arte dall’uomo, per misurare il valore delle rispettive perdite, significa da un lato avere dell’uomo un concetto semplicemente biologico (“la vita soprattutto”) e, dall’altro, avere dell’arte un concetto astratto, quando addirittura non degradato a calcolo economico, come lascia intendere l’espressione “di valore inestimabile”, abitualmente impiegata per alcune opere d’arte.
L’uomo non ha nessun valore se non riesce a esprimere nulla che trascenda la sua vita biologica, e l’arte è una forma di questo trascendimento. Ma anche l’arte non ha nessun valore se non riflette l’oltrepassamento dell’uomo, il suo superamento della condizione animale. Piangere più per l’uomo che per l’arte, o viceversa, significa misconoscere all’uomo la sua essenza e all’arte il suo significato. E allora i morti saranno sepolti senza essere riconosciuti nella loro qualità umana, e l’arte si sarà fatta polvere senza essere riconosciuta come il segno dell’uomo.
Guardando l’uomo e guardando l’arte dobbiamo puntare gli occhi sulla loro coappartenenza, perché isolare l’uomo dalla sua tensione verso un’ulteriorità significa non coglierne l’essenza, così come isolare l’arte dall’uomo significa farla volteggiare nel regno dello spirito, dimenticando il suo spessore materiale in cui l’arte, come l’uomo, prendono forma e figura.

Questa posizione non è di ripiego e neppure di compromesso. Nel percorrere questo cammino che incontra l’arte come punto di elevazione dell’uomo, e l’uomo che nell’arte esprime la sua semplicità, noi usciamo dal pensiero che sa solo valutare e calcolare, mettere a confronto e stimare, quindi isolare e contrapporre una cosa all’altra.
Con un simile pensiero, non riusciamo a comprendere davvero quanto è successo ad Assisi, perché, a differenza del crollo della basilica barocca di Noto dove a morire è stata solo l’arte, nel terremoto di Assisi, proprio perché insieme muoiono l’uomo e l’arte, ciò che viene in luce è il loro nesso, che illustra la condizione dell’uomo, il quale, perché sa trascendersi nell’arte, marca la sua differenza dall’animale.
Solo se questo nesso è chiaro allora piangeremo coloro che sono morti come è degno di esser pianto un uomo, e piangeremo la perdita delle opere d’arte non con le lacrime del mercante che ne valuta il valore, ma con le lacrime di chi nell’arte vede il segno dell’uomo, l’immagine del suo bisogno di esprimersi al di là della sua vita biologica.

Così vincolati l’uno all’altra, l’uomo e l’arte segnalano, oltre alla loro coappartenenza, anche la loro appartenenza alla terra, quindi la loro sorte peritura. L’esser-pietroso, infatti, appartiene all’edificio, che come casa irradia intorno a sé il senso dell’abitare, e come chiesa il senso del contemplare. Ma se questi sensi e questi significati appaiono così intimi e spirituali, guai a quello spirito che dimentica che l’esser-pietroso è nell’edificio, così come l’esser-marmoreo è nella scultura, l’esser-colorato è nell’affresco, la vocalità nel canto, la sonorità nell’opera musicale, e tutto ciò perché l’uomo è carne, e non può esprimere e dar forma a nulla di spirituale prescindendo dalla materia.
pietàPer questo piangere la perdita di un’opera d’arte non è diverso dal piangere un uomo. Come espressione dell’uomo, come suo tentativo di trascendere l’opacità della materia, senza poter esprimere questo trascendimento se non ricorrendo alla materia, l’arte illustra la condizione umana, non perché raffigura immagini dell’uomo, ma perché dice la tensione dell’uomo oltre la materia, una tensione che però non trova forma se non consegnandosi alla precarietà della materia. Così vuole la terra che, se ci ha sollevati dalla condizione animale, ci ha anche esposti al maggior dolore quando improvvisamente ci costringe a congedarci dalla condizione a cui ci ha elevati.

Umberto Galimberti

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One thought on “Morti e ferite

  1. Risponde una romana stufa e ferita. Ferita per l’episodio incredibile e assurdo di cui si parla sopra e per il danno irreparabile al patrimonio artistico che tutti ci invidiano, ma che evidentemente non è comprensibile per certi cretini. Stufa di vivere in una città martoriata dal traffico già caotico normalmente, ma aggravato anche da auto blu di politici, udienza del Papa il mercoledì e Angelus ogni domenica e, ultima ma non ultima nella lista, ora anche le riprese dell’ultimo film di 007 che hanno bloccato quartieri interi con disagi indescrivibili per i residenti e chi lavora in quella zona.
    Basta! Spostate la classe politica al Nord e se la godano loro un pò.
    I set cinematografici createli all’interno di Cinecittà, dando lavoro a tante persone, e non utilizzate le strade con disagio enorme per i cittadini.
    Magari lasciateci il Papa, che è anche simpatico!

    LAURA

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