Vitalizi e pensioni d’oro

cameraIn questi ultimi tempi sui media si è fatto un gran parlare dell’immoralità e dei privilegi della casta della politica e di alcune categorie in ordine al riconoscimento di vitalizi e pensioni d’oro. Da più parti si invocano interventi legislativi, ma nel contempo si diffondono voci che tendono ad accreditare tesi di incostituzionalità nell’ipotesi di provvedimenti che andassero a eliminare o attenuare gli anzidetti privilegi, intangibili per chi ne usufruisce in quanto “diritti acquisiti”.
È vero che la nostra Costituzione contempla il principio del “diritto quesito”, vale a dire quel diritto acquistato in forza di una norma di legge e divenuto parte integrante del patrimonio di un soggetto, e eventuali modificazioni legislative successive non determinano variazioni del diritto già “acquisito”, già consolidato in capo al soggetto stesso. Ma il principio diventa esercizio essenzialmente nel diritto penale, dove la irretroattività è assoluta e indiscutibile.
Nel diritto pubblico invece “il legislatore” può, al fine di salvaguardare equilibri e di contenere la spesa previdenziale, ridurre trattamenti pensionistici già in atto” (sentenza della Corte costituzionale n. 446/2002) e quindi legiferare con retroazione sui presunti diritti acquisiti. Peraltro la riduzione ipotizzata, è affatto retroattiva: essa infatti si limita a modificare l’entità di rate non ancora erogate.

Diminuire poi la prestazione su un vitalizio o su una pensione d’oro, per la parte che non trae origine da corrispondenti contributi, dalla reale anzianità contributiva o anche solo per una quota di questa parte, è assolutamente legittimo perché elimina o riduce un “privilegio,” non di certo un diritto soggettivo. Privilegio, oltretutto che grava su terzi: l’intera comunità chiamata a finanziarlo con la fiscalità generale e le generazioni future in modo particolare.
Che dire poi della reversibilità dei vitalizi quando le condizioni per il riconoscimento non sono ancora maturate (decesso del titolare)? In questo caso il legislatore sarebbe completamente libero di agire in quanto nel diritto previdenziale si applicano le norme vigenti all’atto del possesso dei requisiti (non è applicabile il diritto acquisito(Corte costituzionale n. 349/1985 e n. 9/1994).
La bandiera della incostituzionalità per tali interventi viene sventolata citando la bocciatura della Corte al provvedimento del governo Monti, sul contributo delle pensioni d’oro, ma a sproposito. L’incostituzionalità venne dichiarata perché la Corte ritenne il contributo una tassazione sul reddito, proposto per una sola categoria di percettori e pertanto violava il principio di uguaglianza tra i cittadini.

pensioni_oro_argentoTra i provvedimenti che si annunciano con la delega fiscale al governo, nonostante il premier abbia più volte smentito, sembra si voglia esaminare l’eventualità di intervenire sulle “pensioni d’oro”. Ma a parte quelle evidenti della “casta della politica”, quali sarebbero le “pensioni d’oro”? Se per “d’oro” intendiamo il frutto di un regalo riconosciuto per un privilegio “d’oro”, sono quelle pensioni il cui ammontare non ha alcuna rispondenza con una contribuzione effettiva, che hanno goduto di sistemi di calcoli estremamente agevolati, che hanno assunto come base imponibile retribuzioni riferite solo all’ultimo anno, quand’anche scaturite da promozioni all’atto della quiescenza (militari), che scaturiscono dal riconoscimento di anzianità contributiva superiore a quella effettiva per il riconoscimento di bonus.
A tal uopo, riferisco un aneddoto.
Una trentina d’anni orsono chiesi ad un mio amico, Ufficiale di Dogana, se era stato assunto nello Stato all’età di 18 anni, perché solo così, considerato che aveva circa 33 anni, poteva vantare un’anzianità contributiva ai fini pensionistici di circa quindici anni. Mi rispose che i sette anni trascorsi a Ponte Chiasso, sul confine, così come i quattro anni alla Dogana di Napoli-Capodichino, anch’essa a tali fini considerata di confine, gli erano valsi un bonus di anzianità aggiuntivo ai fini pensionistici.
Non è corretto definire “d’oro”, una pensione molto elevata perché per tutta la propria vita un lavoratore ha percepito retribuzioni altrettanto elevate e ha versato contributi previdenziali in proporzione .Non è altro che una porzione, differita nel tempo della “retribuzione d’oro” che l’ha generata, giustamente proporzionata e meritata.

Nelle pensioni d’oro, la differenza “regalata” può essere ridotta, e persino azzerata, e la Corte Costituzionale non potrà bocciarla, poiché essa non avrà creato una disparità di trattamento, bensì, al contrario, avrà ridotto un privilegio indebito.

Per l’individuazione delle pensioni con le citate caratteristiche sulle quali intervenire, la soglia di reddito da prendere in considerazione dovrebbe, per una questione di equità tra pensionati e per ridurre la forbice con le future generazioni, combinarsi con altri due parametri: gli anni di contribuzione e l’età del pensionamento.

Concludo auspicando che qualsivoglia intervento sulle pensioni INPS ,finalizzata esclusivamente ad un’azione perequativa per le future generazioni, non di certo per ricorrenti esigenze di “cassa,” venga promossa solo dopo l’assoluta e preventiva eliminazione degli insopportabili privilegi pensionistici delle caste della politica e degli apparati statali.

Il Picchio

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