Bella, bionda e dice sempre sì

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Lorella Zanardo, autrice del documentario Il corpo delle donne e signora non certo facile da intimidire, in un incontro pubblico una volta raccontò di come avesse misurato sulla sua stessa pelle la strutturale resistenza psicologica delle donne italiane a dire no. Riferiva che durante una permanenza giovanile in Germania aveva spesso invidiato le coetanee tedesche per la loro capacità di essere perentorie dinanzi all’offerta di qualcosa che non gradivano, e di come quel Nein danke le fosse sembrato allora un atto rivoluzionario in confronto al suo rifiuto incerto, quasi più simile a un forse. L’episodio citato mette il dito in una delle principali ferite causato alle donne da un certo tipo di educazione che non ha mai previsto la formazione al rifiuto.

donna e mimose 04okPerché una parola semplice come il no entrasse a far parte del vocabolario delle donne italiane bisognò aspettare gli anni Settanta, quando le donne in piazza, gridando a gran voce lo slogan «io sono mia», affermavano come assoluta ed esclusiva la libertà di disporre di se stesse e del proprio corpo. Era e resta ancora difficile abbattere il condizionamento di decine d’anni di educazione al consenso. Mentre l’uomo per generazioni è stato incoraggiato sin da bambino a essere volitivo e perentorio – e probabilmente più manifestava la propensione al rifiuto, più di lui si diceva che avesse «carattere» – alle bambine si insegnava invece la virtù dell’obbedienza, a essere compiacenti, inculcando in loro l’idea che il no fosse scortesia e il rifiuto superbia e presunzione di sé. In questo modo le donne sono cresciute con l’idea di essere una specie consenziente, ma ha finito per radicarsi anche negli uomini l’errata convinzione che le donne quando dicono no in realtà vogliono dire forse, e quando dicono forse è perché in fondo desiderano dire . Su questo sfondo culturale i rifiuti delle donne non sono quasi mai considerai una cosa seria: piuttosto capricci di donna mobile qual piuma al vento, e come tali sottoposti a continua messa in discussione, specialmente quando mirati a negare la disponibilità sessuale.

donna e mimose 03okIn un registro di comunicazione sociale che decodifica il rifiuto femminile come un possibile consenso che ha voglia di farsi inseguire, c’è il rischio che nel protrarsi del no l’uomo colga gli estremi di una sfida, e a quel punto possa far di tutto per ottenere il . A leggere le dichiarazioni degli stupratori arrestati nei processi per violenza sessuale ci si rende conto che a venire usata più spesso come giustificazione al reato è proprio la comoda presunzione del consenso della donna. Questo non dipende, anche se a molti piacerebbe continuare a pensarlo, da una inesistente ambiguità insita per cultura nell’animo femminile, che indurrebbe l’uomo all’equivoco. È piuttosto il frutto di un’educazione alla compiacenza, all’idea che opporre un rifiuto, quale che sia, rappresenti un venir meno a un dovere tacito di sacrificare la propria volontà per far valere quella di un altro.

donna e mimose 01okFino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, negarsi al marito era addirittura vietato per legge, perché si qualificava come mancato adempimento del cosiddetto dovere coniugale. Anche se lo norma sembrava congegnata per garantire la reciprocità, è chiaro che era stata pensata per impedire alle mogli di sottrarsi ai rapporti sessuali con i mariti. Anche il ratto d’amore, la cosiddetta fuitina, si fondava sul presupposto della finzione del rifiuto femminile: l’uomo innamorato si prendeva con apparente arbitrio quello che la donna insisteva formalmente a negargli, ma che desiderava in realtà concedergli. Il successivo matrimonio riparatore confermava il fatto che il rifiuto era stato sempre fittizio, il che più di una volta sollevò il futuro marito dal rischio di essere denunciato per quello che in molti casi era semplicemente un rapimento con stupro. Ci volle il coraggio di Franca Viola, la ragazza siciliana che nel 1965 rifiutò di sposare il suo aguzzino e lo trascinò invece in tribunale perché rispondesse di violenza nei suoi confronti, per mettere in discussione giuridicamente la brutta abitudine di considerare il no della donna come l’atto coreografico di una improbabile danza del corteggiamento.
Questo non vuol dire che l’uso del no nel gioco sensuale tra l’uomo e la donna non sia presente, e anche molto seducente. La ritrosia come linguaggio segreto, il piacere di essere cercati e di cercare, il patto di reciproca complicità che impone ai partner di non dare per scontato né il desiderio né il cedimento, sono cose molto diverse dalla condanna femminile a non essere mai prese sul serio, o da quella maschile a dover insistere per contratto fino a ottenere un consenso per sfinimento.

donna e mimose 02okL’educazione religiosa cattolica ha inciso grandemente sull’idea che una donna per bene sia per sua natura un essere consenziente all’interno di un consesso coercitivo. Il sì delle donne è indispensabile alla sopravvivenza del sistema patriarcale: tanto nella società quanto nella Chiesa il loro corpo è la materia primaria del contratto. Nel sistema di cui gli uomini dettano le condizioni, il corpo delle donne è classificato a uso civico, condominio, possesso collettivo su cui si esercitano le volontà più diversificate. Difficile per una donna provare a ribaltare le condizioni di un mondo dove basta la bellezza per presupporre la disponibilità sessuale, dove è sufficiente le gentilezza per dare per scontata la disposizione alla cura e dove, se c’è la fertilità, è sottintesa anche la fecondità.
Metafora di questa negazione del valore del sì e del no femminile resta la tragica ed estrema vicenda di Eluana Englaro, in cui il padre – che provò ad appellarsi al rispetto assoluto della volontà della figlia – ricevette da Silvio Berlusconi la sconcertante risposta che, nonostante lo stato vegetativo, la ragazza tecnicamente avrebbe potuto ancora avere un figlio. A nessuno sarebbe mai venuta in mente la stessa immagine se sul letto dell’ospedale ci fosse stato un ragazzo. Questa risposta, in tutto il suo osceno candore, rivela il pensiero patriarcale alla sua radice: non esiste la volontà femminile vincolante se c’è un corpo femminile vincolato, e il vincolo nella cultura in cui viviamo ha tante forme possibili. Finché la volontà dell’uomo continuerà a essere l’unica fonte di diritto, la volontà delle donne sarà costretta a porsi come elemento di conflitto.

Michela Murgia
(il brano è tratto da “Ave Mary” – Giulio Einaudi editore – 2011)

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