In principio era il Comandante

Questa è la storia di un uomo di successo che facendo scempio dei suoi scrupoli diventò un imprenditore importante e per alcuni anni decisivo per le sorti politiche ed economiche di una comunità. Realizzò un complesso edilizio per poi occuparsi di comunicazione e sport, divenendo proprietario di mezzi di informazione e presidente di una squadra di calcio che utilizzò per propaganda personale. La sua ambizione, ma anche la necessità di uscire dalle difficoltà finanziarie che lo avevano coinvolto, lo indussero a impegnarsi in politica. Appoggiò prima alcuni partiti e poi ne fondò uno suo. Assunse incarichi istituzionali importanti e riuscì a condizionare per qualche tempo la politica italiana. La sua vita ebbe momenti di luci e ombre, fu osannato e avversato. Ebbe amici e nemici e trascorse anche un periodo di tempo agli arresti. Trovatosi in difficoltà gridò al complotto e si difese sostenendo che rappresentava un cospicuo numero di elettori. Lasciò la moglie per correre dietro a donne molto più giovani di lui. In pubblico si vantava, ultrasettantenne, di avere due o tre rapporti sessuali al giorno. Si innamorò di una ragazza conosciuta a un concorso di bellezza che aveva oltre cinquant’anni di meno. Lo chiamavano il C… Chi è? no, non è Silvio Berlusconi, il ‘Cavaliere’, ma Achille Lauro, il ‘Comandante’.

Achille Lauro

Achille Lauro

Achille Lauro nacque a Piano di Sorrento nel 1887, figlio di un armatore, era il quinto di sei fratelli. Cominciò a navigare a 13 anni sulle navi del padre e a 20 ereditò interamente la Compagnia di Navigazione paterna. I suoi affari andavano… a gonfie vele, anche perché favorito dal regime fascista a cui si legò. Amico di Ciano e Farinacci, in ottimi rapporti con diversi funzionari ministeriali, riuscì ad evitare la requisizione delle sue navi e a ottenere il monopolio del trasporto passeggeri verso l’Africa Orientale Italiana, nonché alcuni contratti vantaggiosi per il trasporto merci per il Nord Europa e l’Estremo Oriente. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale si assicurò anche concessioni speciali molto redditizie per il trasporto delle truppe militari. Nel 1943, sbarcate le truppe americane a Salerno, Lauro fu arrestato per collusione col Fascismo e trasferito nel carcere di Poggioreale. Qui, trascorse tre mesi d’inferno anche perché il penitenziario fu più volte sottoposto a duri bombardamenti. Trascorse anche un periodo di prigionia nei campi di concentramento di Aversa, Padula e Terni. Processato da una Commissione d’inchiesta italiana fu assolto e il 22 giugno 1945 gli fu restituita la libertà tra le vane proteste del governo militare alleato. Riprese i suoi affari e in breve tempo riuscì a rimettere in piedi la sua flotta, grazie soprattutto all’acquisto a prezzi vantaggiosi di vecchie navi che poi affondò per essere lautamente indennizzato dalle assicurazioni. uomo qualunqueFinita la guerra, Lauro tentò invano di ritagliarsi un ruolo di rilievo nella finanza italiana. Occorrevano sponde politiche, ma non fidandosi di nessuno decise di scendere in campo personalmente. Tentò di entrare prima nel Partito Comunista e poi nella Democrazia Cristiana, ma senza successo. Si tuffò allora nel movimento dell’Uomo Qualunque fondato da Gugliemo Giannini. Ne divenne il finanziatore a Napoli e coinvolse notabili e boss locali, già legati precedentemente al Fascismo e ora in cerca di una nuova collocazione nel contesto sociale che andava delineandosi. E per dare più peso alla sua azione, in società col Banco di Napoli, rilevò un importante quotidiano nazionale, il “ROMA”. La politica però non era il suo fine, ma solo il mezzo per raggiungere i propri obiettivi affaristici, tanto che non esitò a tradire il movimento di Giannini, convincendo anche i suoi associati ad appoggiare il governo guidato dal democristiano De Gasperi. La Democrazia Cristiana gli manifestò immediatamente gratitudine con una ricompensa sostanziata in quattro navi che ufficialmente costituirono il risarcimento statale per quelle che aveva perduto durante la guerra. Sempre per ragioni di opportunismo aderì al Partito Nazionale Monarchico e anche grazie al suo attivismo, il 2 giugno del 1946, quando gli italiani furono chiamati al referendum per scegliere tra repubblica e monarchia, quest’ultima, a Napoli, ottenne l’80% dei consensi. Nei suoi volteggi camaleontici, si adoperò affinché un suo uomo, Nicola Salerno, fosse eletto al Parlamento nella lista Unione Socialista, il cui massimo dirigente era Giuseppe Saragat, futuro Presidente della Repubblica. Il successo di Nicola Salerno però non fu cristallino, ma in gran parte dovuto alla manipolazione dei voti di preferenza messa in atto nei seggi della penisola Sorrentina, feudo di Lauro. Saragat fu nominato ministro della Marina Mercantile e Nicola Salerno suo sottosegretario e, prima che terminasse il mandato parlamentare, presidente dell’Ente Autonomo Porto di Napoli. Bingo! FlottaIn quel periodo La Flotta Lauro fu destinataria di cospicui risarcimenti in danaro per i presunti danni di guerra subiti e non versò allo Stato italiano alcuna tassa o imposta. Inutile dire che l’evasione non fu mai perseguita. Il 23 settembre 1946 il quotidiano “ROMA” tornò in edicola sotto la direzione di Arturo Labriola, antifascista, poi eletto alla Costituente per conto dell’Unione Democratica Nazionale. Per il Comandante erano voli pindarici, ma quel che più contava era raggiungere gli obiettivi prefissati. I suoi obiettivi! E in quel momento di estrema confusione sociale e politica non era importante a chi affidare la guida del suo quotidiano. Importante era rilanciarlo. Intanto le strade del Banco di Napoli e di Lauro erano destinate a dividersi e mentre questi entrò in possesso dell’intero pacchetto azionario del “ROMA”, il 9 aprile 1950, anche un altro importante quotidiano partenopeo, “Il Mattino”, riprese le sue pubblicazioni schierandosi apertamente con la Democrazia Cristiana. Da quel momento il “Comandante” si occupò in prima persona del suo giornale e chiamò alla direzione Alfredo Signoretti, dichiarato fascista di prima fila. lauro sindacoOrmai, leader riconosciuto del Partito Monarchico Italiano, fu eletto in Parlamento e, dal 1952 al 1958, anche sindaco di Napoli dopo una campagna elettorale oltremodo populista. Giunse a regalare agli elettori pacchi di pasta e bottiglie d’olio, e persino scarpe, una prima del voto e l’altra a scrutinio avvenuto, se eletto. Ai comizi l’accompagnava una nutrita claque nella quale non mancava mai Nanninella ’a chiattona, una corpulenta popolana dalla voce squillante che lo incoraggiava urlando: “Cumandà, site belle e tenite ’o cchiù bello piscione ’e Napule”. E per non tradire la sua fama di seduttore ed essere all’altezza delle dichiarate performance sessuali con donne più giovani di lui, ogni tanto andava in Svizzera “a cambiarsi il sangue”. La moglie Angelina mal sopportava le scappatelle del marito, fino a quando lui la lasciò perché innamorato di una giovane donna, Jolanda, dalla quale ebbe anche un figlio. Nel 1956, lasciata Jolanda, rimase fulminato dall’avvenenza di Eliana Merolla, conosciuta a un concorso di bellezza. Lui 69, lei 17 anni. La sposerà nel 1970.

lauro e compagna

Lauro con Eliana Merolla

Una volta sindaco, sottopose il suo programma politico al parere del deposto re Umberto di Savoia, esiliato in Portogallo e diede l’avvio allo scempio edilizio della città. Costruì a Fuorigrotta un orribile agglomerato urbano chiamato Rione Lauro e una ridicola fontana in piazza Trieste e Trento, dove l’acqua fuoriesce da un grande carciofo… un’idea ortofrutticola per un progetto architettonico. Se i simboli hanno un senso, più che un esperto in semiotica, occorrerebbe l’intervento di un neuro-psichiatra per interpretare i motivi di una scelta a dir poco stravagante. Fece un uso spregiudicato del denaro pubblico, accedendo a fondi irraggiungibili da altri. Foraggiò i suoi sostenitori in spregio a leggi e normative. Perpetrò irregolarità e atti illegittimi a tutto campo. Ciò nonostante, nessun provvedimento giudiziario lo colse. Il sospetto che la D.C. lo proteggesse era forte. I democristiani non accettarono mai Lauro nel loro partito, ma in Parlamento non disdegnarono in nessuna circostanza i voti del suo gruppo. La collusione tra il Comandante e la Democrazia Cristiana fu palese quando, nel giugno del 1954, in dissenso con i vertici del Partito Nazionale Monarchico, egli ne uscì e fondò il Partito Monarchico Popolare per avere le mani libere e trattare col Governo cosa dare e cosa avere. Il suo appoggio e i suoi voti in cambio di favori, appalti, crediti agevolati e silenzio su ogni speculazione. Insomma, su Napoli, carta bianca! manifestoQuesti avvenimenti ispirarono a Francesco Rosi, Raffaele La Capria ed Enzo Forcella un famosissimo film dal titolo “Le mani sulla città” diretto dallo stesso Rosi nel 1963. In questo coraggioso film, Rosi rivela la sua vocazione di regista socialmente impegnato, denunciando la stretta connessione tra speculazione edilizia e politica nella Napoli degli anni ’50, gli anni ruggenti del “laurismo”. Il film fu premiato con il “Leone d’oro” al Festival del Cinema di Venezia nel 1963, dove era in concorso anche “8 e mezzo” di Federico Fellini. La denuncia sociale di Rosi colpì più dell’introspezione esistenziale di Fellini. Nel 1956 fu eletto Segretario della D.C. Amintore Fanfani, che due anni dopo, considerando la figura di Achille Lauro troppo ingombrante, discussa e discutibile, intervenne pesantemente e accusò il Sindaco di Napoli e la sua Giunta di tutti quei reati precedentemente sottaciuti, adoperandosi per lo scioglimento del Consiglio Comunale. Lauro denunciò l’iniziativa della D.C. come una persecuzione del governo contro di lui e i napoletani, e alle successive elezioni chiese agli elettori un plebiscito. Napoli però gli voltò le spalle e di Lauro si sentì parlare sempre meno. Tra il 1961 e 1963, sia i Consiglieri comunali che i dirigenti locali del Partito Monarchico Popolare, con quell’opportunismo che li aveva sempre caratterizzati, non esitarono ad abbandonarlo e passarono tutti nelle file della Democrazia Cristiana. A Lauro restò la Flotta e il “ROMA”, che intanto, dall’11 ottobre 1959, fu affiancato dal “Napoli Notte”, quotidiano della sera. Le pubblicazioni laurine continuavano a seguire prevalentemente una linea politica di destra, monarchica e fascista, piuttosto diffusa in tutta l’Italia meridionale.

Lauro e Jeppson

Lauro e Jeppson

Ma Lauro legò le sue vicissitudini anche alla squadra di calcio del “Napoli”, di cui ne divenne presidente. Il suo primo rapporto con lo sport nacque in epoca fascista, nel 1935. Fatto salvo un intervallo legato agli eventi bellici e alla confusione del dopo guerra, don Achille conserverà la carica di presidente effettivo e onorario fino alla morte, per quasi 50 anni, contribuendo nella buona e nella cattiva sorte alle fortune di una delle squadre più amate del mondo. Nel dopo guerra le sorti del “Napoli” furono altalenanti, al limite dello sbando. Lauro riprese le redini della società, mise mano al portafoglio e acquistò numerosi calciatori. Fornì all’allenatore Monzeglio una rosa molto ricca e la possibilità di svariate soluzioni tecniche. I risultati furono gratificanti. Ma il Comandante preparava il colpo grosso: l’acquisto storico di “mister 105 milioni” (di lire), lo svedese Hasse Jeppson. Quella cifra costituì un record e rimase a lungo insuperata. L’asso scandivano aveva sostituito Nordhal al comando dell’attacco della Nazionale svedese, all’epoca una delle più forti del mondo. Dotato di grandi qualità tecniche, a un dribbling irresistibile univa una rara potenza di tiro, anche di testa. Si era messo in luce proprio contro la Nazionale italiana ai campionati del mondo in Brasile. Giunto in Italia, militò prima nelle file dell’Atalanta per poi passare al “Calcio Napoli” per quella “scandalosa” cifra, la metà della quale fu versata ufficialmente alla società bergamasca, mentre la rimanenza fu pagata sottobanco in Svizzera, paradiso nascente dell’evasione fiscale.

Il logo del Partito Monarchico Popolare

Il logo del Partito Monarchico Popolare

Naturalmente, passione sportiva a parte, a Lauro la squadra del “Napoli” serviva anche per ottenere e consolidare il consenso politico. A tal proposito, dai suoi portaborse fu creato uno slogan elettorale efficacissimo: “Per un grande Napoli, per una grande Napoli, vota Achille Lauro, numero 1 di Stella e Corona”, cioè i simboli (oggi si direbbe il logo) del suo Partito Monarchico Popolare. In seguito, il Comandante lasciò il proscenio di presidente effettivo preferendo regnare nel retroscena come presidente onorario, agendo attraverso persone di sua fiducia. Lauro si considerava padrone assoluto e incontrastato della Flotta, dei quotidiani “ROMA” e “Napoli Notte” del “Napoli”. Guai a contraddirlo o addirittura mettersi contro. Accadde che, verso la fine degli anni Cinquanta, un cronista sportivo del “ROMA” criticò aspramente la gestione della squadra azzurra che attraversava un periodo oltremodo negativo, addebitandone la totale responsabilità al suo presidente. E lo fece dalle colonne del suo giornale. Lauro lo licenziò in tronco. È inutile dire che non vi fu alcun gesto di solidarietà nei confronti del “ribelle”.
Corsi e ricorsi della storia. Dal laurismo al berlusconismo.

mimmo

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One thought on “In principio era il Comandante

  1. Avendo conoscenza dei fatti ,ancora una volta dichiaro chè la favola della scarpetta di Cenerella era una bufala ,lo stesso con l’olio, furono distribuito solo tonnellate di pasta del Mulino Improta di Secondigliano l’incarico fu dato ha Peppino Improta Consigliere Comunale con L’auro.

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