Nel profondo dell’oblio

Quanto compiuto dalle forze dell’ordine italiane nell’irruzione alla scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001 ‘deve essere qualificato come tortura’. Lo ha stabilito la Corte Europea dei Diritti Umani. Dalle prime notizie e dalle prime foto dei pestaggi a me, per associazione di idee, venne in mente il Cile di Pinochet. Oggi, la condanna della Corte di Strasburgo mi riporta alla mente un racconto di Isabel Allende.

amanti 2Lei si lasciò accarezzare, silenziosa, gocce di sudore alla vita, odore di zucchero tostato sul suo corpo quieto, come se indovinasse che un unico suono poteva frugare nei ricordi e rovinare tutto, polverizzando quell’istante in cui lui era una persona come tutte le altre, un amante casuale che aveva conosciuto la mattina, un altro uomo senza storia attratto dai suoi capelli di spiga, dalla sua pelle lentigginosa o dalla sonagliera profonda dei suoi braccialetti da gitana, un altro che l’aveva abbordata in strada e si era messo ad accompagnarla senza una meta precisa, parlando del tempo e del traffico e osservando la gente, con quella confidenza un po’ forzata dei compatrioti in terra straniera; un uomo senza tristezza né rancori né colpe, pulito come il ghiaccio, che desiderava semplicemente passare la giornata con lei vagando per librerie e parchi, bevendo caffè, celebrando il caso di essersi conosciuti, parlando di nostalgie antiche, di com’era la vita quando entrambi crescevano nella stessa città, nello stesso quartiere, quando si aveva quattordici anni, ti ricordi, gli inverni di scarpe bagnate dalla brina e di stufe alla paraffina, le estati di pesche, là nel paese proibito. Forse si sentiva un po’ sola, e le parve che fosse un’occasione per far l’amore senza domande, e perciò, sul finire del pomeriggio, quando ormai non c’erano più pretesti per continuare a camminare, lo prese per mano e lo condusse a casa sua. Condivideva con gli altri esiliati un appartamento sordido, in un edificio giallo in fondo a un vicolo pieno di bidoni di spazzatura. La sua stanza era angusta, un materasso steso a terra con una coperta a righe, qualche mensola fatta di assi appoggiate su due file di mattoni, libri, manifesti, abiti su una sedia, una valigia in un angolo. Lì si spogliò senza preamboli con un atteggiamento da bambina compiacente.
amantiLui tentò di amarla. La percorse con pazienza, scivolando sulle sue colline e i suoi avvallamenti, abbordando senza fretta le sue vie, impastandola, morbida argilla sulle lenzuola, finché lei si diede, aperta. Allora egli indietreggiò con muto riserbo. Lei si volse per cercarlo, raggomitolata sul ventre dell’uomo, nascondendo il viso, come impegnata nel pudore, mentre lo palpava, lo lambiva, lo fustigava. Lui volle abbandonarsi con gli occhi chiusi e lo lasciò fare per un poco, finché lo vinse la tristezza o la vergogna e dovette scostarla. Accesero un’altra sigaretta, non c’era più complicità, si era persa l’anticipata urgenza che li aveva uniti durante quel giorno, e rimanevano sul letto soltanto due creature derelitte, con la memoria assente, fluttuando nel vuoto terribile di tante parole taciute. Conoscendosi questa mattina non avevano ambito a nulla di straordinario, non avevano preteso molto, solo un minimo di compagnia e un po’ di piacere, nient’altro, ma nel momento dell’incontro lo sconforto li vinse. Siamo stanchi, sorrise lei, chiedendo scusa per quell’incubo installatosi tra loro. In un ultimo tentativo di guadagnare tempo, lui prese la faccia della donna tra le mani e le baciò le palpebre. Si stesero l’una accanto all’altra, tenendosi per mano, e parlarono delle loro vite in quel paese dove si trovavano per caso, un luogo verde e generoso dove tuttavia sarebbero sempre stati forestieri. Lui pensò di rivestirsi e dirle addio, prima che la tarantola dei loro incubi avvelenasse l’atmosfera, ma la vide giovane e vulnerabile e volle esserle amico. Amico, pensò, non amante, amico per condividere qualche momento di serenità, senza esigenze né impegni, amico per non essere solo e per combattere la paura. Non si decise a partire né a lasciarle la mano. Un sentimento caldo e tenero, una tremenda compassione per sé e per lei gli fece ardere gli occhi. La tenda si gonfiò come una vela e lei si alzò per chiudere la finestra, immaginando che il buio potesse aiutarli a recuperare la voglia di stare insieme e il desiderio di abbracciarsi. Ma non fu così, lui aveva bisogno di quel rettangolo di luce della strada, perché altrimenti si sentiva intrappolato di nuovo nell’abisso dei novanta centimetri senza tempo della cella, fermentando nei propri escrementi, demente. Lascia aperta la tenda, voglio guardarti, mentì, perché non osò confidarle il suo terrore della notte, quando l’opprimevano di nuovo la sete, la benda stretta attorno alla testa come una corona di chiodi, le visioni di caverne e l’assalto di tanti fantasmi. Non poteva parlare di questo, perché una cosa conduce all’altra e si finisce per dire ciò che non si è mai cicatricidetto. Lei tornò a letto, lo accarezzò senza entusiasmo, gli passò le dita sui piccoli segni, esplorandoli. Non preoccuparti, non è nulla di contagioso, sono solo cicatrici, rise lui quasi con un singhiozzo. La ragazza colse il suo tono angosciato e si trattenne, il suo gesto sospeso, all’erta. In quel momento lui avrebbe dovuto dirle che quello non era l’inizio di un nuovo amore, neppure di una passione fugace, era solo un istante di tregua, un breve minuto di innocenza, e che tra poco, quando lei si fosse addormentata, lui se ne sarebbe andato; avrebbe dovuto dirle che non ci sarebbero stati progetti per loro, né telefonate furtive, non avrebbero vagato ancora mano nella mano nelle strade, non avrebbero condiviso giochi da amanti, ma non poté più parlare, la voce gli rimase piantata nel ventre come un artiglio. Si sentì affondare. Tentò di trattenere la realtà che gli sfuggiva, di ancorare la mene a una cosa qualsiasi, agli abiti gettati in disordine sulla sedia, ai libri ammucchiati a terra, al manifesto del Cile appeso al muro, alla fessura di quella notte caraibica, al rumore sordo della strada; tentò di concentrarsi su quel corpo offerto e di pensare solo ai capelli straripanti della giovane, al suo odore dolce. La supplicò senza voce che per favore lo aiutasse a salvare quei secondi, mentre lui la osservava dall’angolo più lontano del letto, seduta come un fachiro, i capezzoli chiari e l’occhio del suo ombelico che lo fissavano anch’essi, registrando il suo tremore, il battito dei denti, il gemito. L’uomo sentì crescere il silenzio dentro si sé, si sentì spezzare l’anima, come tante volte gli era accaduto, e smise di lottare, abbandonando l’ultimo appiglio col presente, rotolando giù per una china interminabile. Sentì le cinghie strette alle caviglie e ai polsi, la scarica brutale, i tendini spezzati, le voci che insultavano, che esigevano nomi, le urla indimenticabili di Ana suppliziata accanto a lui e agli altri, appesi per le braccia nel cortile.
donna 3Che cos’hai, Dio mio, che cos’hai?! gli giunse da lontano la voce di Ana. No, Ana era rimasta impantanata nelle paludi del Sud. Credette di intravedere una sconosciuta nuda che lo scuoteva e lo chiamava, ma non riuscì a sciogliersi dalle ombre in cui si agitavano fruste e bandiere. Rattrappendosi, tentò di controllare la nausea. Cominciò a piangere per Ana e per gli altri. Che cos’hai? ancora la ragazza che lo chiamava da qualche parte. Niente, abbracciami!… pregò, e lei si avvicinò timida e lo avvolse fra le braccia, lo ninnò come un bambino, lo baciò sulla fronte, gli disse piangi, piangi, lo stese di spalle sul letto e si sdraiò crocifissa su di lui.

Rimasero mille anni così abbracciati, finché lentamente le allucinazioni si allontanarono e lui tornò nella stanza per scoprirsi vivo malgrado tutto, respirando, palpitando, con il peso di lei sul suo corpo, la testa di lei sul petto, le braccia e le gambe di lei sulle sue, due orfani spaventati. E in quell’istante, come se sapesse tutto, lei gli disse che la paura è più forte del desiderio, dell’amore, dell’odio, della colpa, della rabbia, più forte della lealtà. La paura è una cosa totale, concluse con le lacrime che le scorrevano sul collo. Tutto si fermò per l’uomo, toccato nella ferità più nascosta. Presentì che quella era una ragazza disposta a far l’amore per commiserazione, che lei conosceva ciò che si trovava rannicchiato al di là del silenzio, della completa solitudine, al di là della bara sigillata in cui lui si era nascosto dal Colonnello e dal proprio tradimento, al di là del ricordo di Ana Díaz e degli altri compagni denunciati, che furono condotti ad uno ad uno con gli occhi bendati. Come può sapere tutto questo?

La donna si alzò in piedi. Il suo braccio esile si stagliò contro la bruma chiara della finestra, cercando a tentoni l’interruttore. Accese la luce e si tolse uno per volta i braccialetti di metallo, che caddero senza rumore sul letto. I capelli le coprivano per metà i viso quando gli tese le mani. Anche i suoi polsi erano solcati da cicatrici bianche. Per un momento interminabile lui le osservò immobile fino a comprendere tutto, l’amore, e a vederla legata con le cinghie sul cavalletto elettrico, e allora poterono abbracciarsi e piangere, affamati di patti e di confidenze, di parole proibite, di promesse di domani, condividendo finalmente il più recondito segreto.

Isabel Allende
(Il racconto è tratto da “Eva Luna racconta” edito da Feltrinelli)

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