Il salario della paura

MattarellaFinite le cerimonie commemorative per i settanta anni dalla Liberazione, rimangono molte ombre sul passato e molti dubbi sul futuro della democrazia costituzionale e repubblicana dell’Italia. Tralasciamo le ombre, laddove resta ancora da spiegarsi come mai settanta anni fa ci liberammo dall’oppressore nazista per finire oggi, più di ieri, in braccio alla Germania. Settanta anni di trasformazioni e stravolgimenti, su tutti i fronti e di tutti i generi, intercorsi dal 1945 al 2015, lasciano appena affiorare i tratti salienti del nostro sistema democratico, basato essenzialmente sulla elettività di governanti, parlamentari e amministratori. Tramontata da un pezzo la luce degli ideali e dei valori, del senso di appartenenza e sussidiarietà, che attraeva gli uomini alla politica, la dedizione umana alla causa comune è regolata da altri sistemi e ben altri parametri. Una volta spento il sole, le falene girano attorno al fioco ed effimero bagliore di un lume. Quelle falene sono i parlamentari, i consiglieri delle pubbliche amministrazioni, attratti dai raggi emanati da stipendi, rimborsi, indennità, vitalizi, gettoni e quant’altro è previsto per coloro che sono stati eletti in Parlamento e al Senato, nei consigli regionali e comunali. Un capo del governo, un presidente di regione, un sindaco, restano in sella sino a quando, non gli ideali, non i valori umani e il senso di cittadinanza, ma il denaro erogato ai propri sodali e colleghi potrà garantire solide maggioranze. Per quale ragione al mondo un eletto dovrebbe rinunciare a siffatti privilegi e quindi porre fine a un sistema che glieli garantisce senza colpo ferire?
I parlamentari che si dimettono dalla propria carica sono come mosche bianche perché non è facile rinunciare a 16mila euro al mese. Tuttavia, nella legislatura in corso, di mosche bianche ce n’è una sola, cioè l’ex deputato ed ex ministro Massimo Bray, che ha rinunciato al proprio incarico senza optare per altre cariche politiche, tornando a fare il proprio lavoro all’Istituto Treccani. Così Matteo a Roma e Peppino a Crotone, resteranno rispettivamente Premier e Sindaco sino a quando sarà garantito un introito ai parlamentari e ai consiglieri; la fine anticipata di una legislatura rappresenterebbe un licenziamento in tronco e in tanti, pur di evitarlo, passerebbero sul cadavere della propria madre. La democrazia italiana, a tutti i livelli essa sia rappresentata, si basa dunque esclusivamente sul ricatto del denaro; sulla paura di andare tutti a casa. Renzi sa bene che la maggioranza dei parlamentari che sostengono il suo governo non ha maturato il diritto al vitalizio; se lui cade, gli altri dovranno rinunciare a 16mila euro al mese per quanti mesi restano alla fine della legislatura; se Peppino dovesse dimettersi, i consiglieri dovrebbero rinunciare a spartirsi quei 375mila euro l’anno per le sedute in commissione. Ad Agrigento, dove si era verificata l’identica cosa, l’amministrazione comunale è decaduta. Gli ideali politici davvero non hanno più nulla a che spartire con la democrazia, con il bene comune, con gli interessi della collettività.

Un romanziere francese, Georges Arnaud, scrisse un libro dal quale sono stati tratti ben due film, la prima versione è del 1951, la seconda risale al 1977. La prima delle due, a opera di Henry-Georges Clouzot, aveva per titolo “Vite vendute”. La più recente, che prende lo stesso titolo del romanzo, è “Il salario della paura”. I protagonisti delle vicende immaginate in film e romanzo, accettano di mettere in gioco le proprie vite conducendo camion carichi di dinamite attraverso la giungla per andare a spegnere un incendio divampato in un pozzo petrolifero. Un rischio che per dei reietti, quali essi sono, vale assolutamente la pena correre, in cambio di un buon salario, il salario della paura, appunto, corrisposto in cambio della vita. Nel caso in specie, cioè della tenuta del sistema democratico italiano, “vite vendute” accettano un “salario della paura”, solo che in gioco non c’è la loro vita, ma quella degli italiani e della Repubblica, così come ce la consegnarono i padri costituenti all’indomani di Piazzale Loreto e dopo quel 25 aprile del 1945.

Antonella Policastrese

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