Il Signore delle mosche

RETRO SILVIO BERLUSCONI - IL GIOVANE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SILVIO BERLUSCONI CANTANTE SULLE NAVI

Il giovane Silvio Berlusconi

C’era una volta un imprenditore conosciuto come “il Cavaliere”, pseudonimo che gli diede il giornalista Gianni Brera in ragione della onorificenza a ‘cavaliere del lavoro’ concessagli dall’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone. Titolo a cui ha dovuto rinunciare nel 2014 a seguito di una condanna per truffa ed evasione fiscale. Iniziò la sua attività lavorativa come cantante su navi da crociera e come venditore porta a porta di scope elettriche. Poi agente immobiliare e imprenditore nell’edilizia abitativa, fino a creare un impero finanziario fatto di televisioni, giornali, editoria, supermercati, banche, assicurazioni, calcio e altro ancora. Tanto altro ancora. Nel 1994, sulla scia di quel fenomeno giudiziario chiamato Tangentopoli che travolse importanti partiti italiani, decise di impegnarsi in politica personalmente. E il 26 gennaio, dopo aver fatto mettere una calza di seta sull’obiettivo di una sua telecamera, entrò nelle case degli italiani e fece questa dichiarazione: L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio mestiere d’imprenditore. Qui ho anche appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica, perché non voglio vivere in un Paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. Silvio-Berlusconi-1994In tanti gli credettero. Tangentopoli aveva spazzato via la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista di Craxi, e la parte moderata del Paese era alla ricerca di un partito a cui affidarsi. Berlusconi era un uomo di successo, ricco, simpatico e rassicurante. Sulla scia di una canzonetta orecchiabile e l’affissione massiccia di manifesti 3×6 vinse le elezioni e diventò Capo del Governo. Per venti anni è stato il protagonista assoluto della scena italiana, ha usato le Istituzioni come fossero le sue aziende e trattato ministri, parlamentari e amministratori locali come suoi dipendenti. Ha fatto cucù a potenti e corna ai fotografi. Nelle sue ville ha ospitato capi di Stato e faccendieri, e ha intrattenuto molti ospiti in cene eleganti e burlesque (così dice lui). È stato un mecenate della bellezza femminile al punto da mantenere tante giovani ragazze con prebende mensili da 2.500 euro in su. Lui dice per compensarle dei guai mediatici per essergli amico, la Procura di Milano sostiene che voleva ammorbidire le testimonianze in suo favore. Chi vivrà, vedrà. Ma poi la favola, da rosa è divenuta grigia. Il finale non è stato “felice e contento” per nessuno e il principe si è trasformato in ranocchio. E oggi… oggi che il suo potere politico si è assottigliato e quello mediatico appannato, molti di quelli che lo acclamavano gli hanno voltato le spalle, e chi gli è rimasto accanto è in procinto di farlo. Il suo partito è diventato un caravanserraglio e per le prossime elezioni regionali la bussola azzurra è impazzita. Emblematico è la fiera dell’est pugliese, dove Forza Italia candida Schittulli, che si accorda con Fitto, che rompe con Berlusconi, che candida Poli Bortone, che litiga con Meloni, che appoggia Schittulli. In Veneto, per sopravvivere, Berlusconi si è aggrappato a Zaia, che dovrà giocarsela con la Moretti e il fratellastro Tosi. In Liguria ha paracadutato il suo consigliere politico (così lo chiama) in accordo con Salvini, ma Giovanni Toti non è ben visto dai leghisti delle due riviere, ancor di più dopo che ha esordito con una gaffe madornale sulla poca conoscenza del territorio. E lì, geografia e geologia sono materie di primaria importanza: ne sa qualcosa la signora Paita, candidata del Partito democratico. In Toscana, il candidato azzurro è Stefano Mugnai, sgradito a Denis Verdini, ormai in rotta di collisione con Berlusconi e pronto a strizzare l’occhio a Renzi. E in terra di Dante l’ex plenipotenziario ha un peso elettorale notevole. Nelle Marche, a corto di candidati, Berlusconi appoggia il presidente uscente Gian Mario Spacca del Pd, in dissenso col suo partito. salvini a napoliAd Agrigento, in Sicilia, Forza Italia va con il candidato sindaco Silvio Alessi, che aveva vinto pasticciate primarie del Pd e per questo ripudiato dal proprio partito. Un patto di desistenza è stato stabilito tra Lega e FI in Campania. Qui, Salvini non presenterà candidati, anche perché, come a lui ben risulta, finirebbero con i coppetielli dietro. Ma Stefano Caldoro, anche se dovesse prendere il voto leghista di qualche campano in stato confusionale, dovrà guardarsi dalla lista “Campania Civica”, che è stata messa su dal berlusconiano Vincenzo D’Anna, il quale ha deciso di appoggiare De Luca, candidato del Centrosinistra. In compenso però, Caldoro si è garantito l’appoggio del jurassic park campano. Paolo Cirino Pomicino, Giulio Di Donato, Alfredo Vito, Clemente Mastella e Nello Polese sono scesi in campo per lui. Forse sperano di avere le dentiere nuove da Berlusconi. Ciriaco De Mita, che ha dentiera e famiglia, invece si è accordato con De Luca. Insomma una sarabanda, dove attori, figuranti e comparse cercano un autore che non c’è. E non c’è perché ai moderati mancano idee e progetti, che per la verità non hanno mai avuto. Quell’agglomerato FI-PDL-FI viveva grazie a un leader che puntava tutto sul suo appeal più che su programmi e proposte. Lo stesso leader che ora è lì, come un feticcio rinnegato, anche perché ha esaurito la sua capacità “divinatoria”, tanto che non olezza neanche più di santità. Ricordate la canzoncina “Meno male che Silvio c’è”? Acqua passata di un’era remota.

Il Signore delle mosche

Il Signore delle mosche

Ora, il “Cavaliere” sembra il Signore delle mosche, la testa di maiale infilzata in un bastone da alcuni naufraghi su un isola del Pacifico e contornata da insetti di ogni tipo. È la storia narrata da William Golding in un romanzo dove due bande si contendono il dominio del territorio. La vicenda non finisce bene, anche se alla fine saranno tutti tratti in salvo da una nave inglese. Quelli però erano bambini che giocavano a fare i grandi, qui invece si tratta di adulti che non hanno nessuna intenzione di comportarsi da ‘grandi’. Il loro gioco è la conquista del potere per il potere. E a farne le spese è il quadro politico italiano, che da anni è orfano di una Destra seria in grado di conferire alla democrazia quell’equilibrio necessario per un buon governo. Per un ventennio Berlusconi ha usato i voti moderati per mettersi al centro della cosa pubblica al solo scopo di risolvere problemi giudiziari e fallimentari, e non come ebbe a dire al momento di “scendere in campo”: l’Italia è il Paese che amo. E ancor meno per impedire che forze immature e uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare si occupassero della cosa pubblica. Per non dire che la passione per la libertà è la sua libertà, quella di scorribandare impunito in lungo e in largo tra le Istituzioni repubblicane. Diciamolo, ormai Silvio Berlusconi è ridotto alla funzione di gregario. In passato il Centrodestra tutto aspettava le sue uscite, in piazza e in televisione, per consolidare consensi e spostare voti, questa volta sembra che gli alleati preferiscano che se ne resti a casa in compagnia di Dudu. E in attesa, meglio puntare su Matteo Salvini, che con la politica delle felpe, fatta di arroganza e provocazione, sta scalando consenso e sondaggi. E se sotto la felpa non c’è nulla, poco conta. Perché, pur di riprendersi il proscenio, Berlusconi è disposto anche a fare il portatore d’acqua o, come dice Alfano, lo scendiletto. Ormai è come quei campioni al tramonto della carriera sportiva che si ostinano a correre in bicicletta arrancando dietro al capitano in cerca di un barlume di visibilità. Magari potrebbe anche vincere una tappa e finire per qualche minuto sotto i riflettori, ma sarebbe lo sfavillio di un fuoco fatuo. Cantastorie

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