Perché non si può essere elettori del PD

Bettino Craxi

Bettino Craxi

Bettino Craxi, negli ultimi decenni del secolo scorso divenne prima segretario del PSI e poi presidente del Consiglio. Le sue scelte politiche si rivelarono più vicine al centro moderato del Paese piuttosto che alla classe lavoratrice a cui avrebbe dovuto rivolgere le sue attenzioni un leader socialista. Una persona che in quel tempo frequentavo, vecchio socialista vicino a Nenni e Pertini, in prossimità di una tornata elettorale, mi disse: «Io sono stato e mi sento ancora socialista, ma questo non è più il mio partito. Craxi e il suo gruppo dirigente perseguono obiettivi nei quali non mi riconosco, perciò voterò PCI». A distanza di molti anni, qualche giorno fa ho incontrato un vecchio compagno comunista, con il quale abbiamo condiviso tante battaglie politiche, tante discussioni in sale fumose della nostra sezione e della federazione provinciale, parecchie serate alle feste dell’Unità. Insieme abbiamo partecipato a tante campagne elettorali, affisso manifesti e distribuito volantini. Abbiamo diffuso l’Unità e Rinascita, percorso tanti chilometri in cortei e alzato il pugno chiuso in tante piazze sotto il palco di Berlinguer e altri leader del nostro partito. Abbiamo trascorso intere giornate nei seggi elettorali come rappresentanti di lista, esultato quando il PCI avanzava e cercato di capire quando e perché perdeva voti. E abbiamo anche vissuto la scomparsa di Enrico Berlinguer come la perdita di una persona vicina, che si stimava e, perché no, si voleva anche bene. Ci siamo abbandonati ai ricordi come due reduci, dai tratti anche un po’ patetici. Me ne rendevo conto, ma per me non aveva alcuna importanza, tale è stato il piacere di aver rivisto quel vecchio amico. E sono sicuro che questa era anche la sua sensazione. Poi, inevitabilmente, il discorso è caduto sulla situazione politica attuale e sulle elezioni prossime. E mi ha detto:

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer

«Ricordi quel compagno ex socialista che si avvicinò al nostro partito perché schifato da Craxi? Ecco, io oggi mi trovo nelle medesime condizioni. Sono stato comunista convinto e lo sono ancora nel senso filosofico dell’accezione. Ho creduto nella giustizia e nella libertà coniugate insieme, al fine di contribuire alla realizzazione di una società dove tutti potessero avere diritti e chiunque avesse la possibilità di affermare le proprie capacità e ricavarne il giusto ritorno, senza per questo sottrarre ad altri qualcosa. Gli estremismi non hanno mai fatto parte del mio modo di essere e di pensare e, per questo, ho creduto sin dal primo momento nella politica di Enrico Berlinguer. Non nella teoria del superamento del capitalismo, ma nel suo governo. Non nell’autogestione delle fabbriche, ma nel riconoscimento dei diritti e doveri sia del lavoratore che dell’imprenditore. Non nella dittatura del proletariato, ma nell’applicazione della Costituzione. Non nell’accentramento del potere decisionale, ma nella divisione e l’autonomia dei poteri costituzionali. La democrazia, intesa come partecipazione alla res pubblica è questa! Io, almeno, la intendo così. Perciò, a suo tempo ho plaudito all’esaurimento della “spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”, ho creduto nella “terza via”, nel “nuovo PCI” teorizzato nel XVIII Congresso, nell’incontro tra forze cattoliche e socialiste perseguito da Moro e Berlinguer. E anche della possibilità di cambiare nome al partito. Ma poi l’accelerazione di Achille Occhetto, intempestiva e incomprensibile, ha disorientato militanti e dirigenti, creando laceramenti e dismissioni. Dal Pds e Ds non sono mai stato attratto e mai mi ha appassionato il Partito della rifondazione comunista. Per me, non c’era proprio nulla da rifondare. Gorbaciov e il Muro di Berlino crollato confermavano l’esigenza di declinare un partito nuovo di ispirazione socialista, che non si discostasse da quei principi di solidarietà, democrazia e progresso specifici della cultura di Sinistra e del cattolicesimo più avanzato, ma che avesse la capacità di tener conto dei nuovi rapporti sociali intervenuti. Ecco perché ho plaudito alla nascita del Partito Democratico, sia pure con tutte le difficoltà che avrebbe comportato l’intesa di anime non sempre consonanti. Screzi e incomprensioni non sono mancati, ma si trattava di passaggi ineludibili che il tempo avrebbe appianato. Nessuno poteva pensare che far dialogare Paola Binetti e Paola Concia sarebbe stato facile, anche se poi Rosy Bindi e Barbara Pollastrini, di estrazione politica completamente diversa, riuscirono a trovare una sintesi su un argomento piuttosto problematico: la stesura di una proposta di legge sui diritti e i doveri delle persone stabilmente conviventi, che chiamarono DiCo. La legge non fu mai approvata, ma quel tentativo fu la dimostrazione che sensibilità diverse potevano incontrarsi e convivere. Nel Pd, Veltroni, Franceschini, Epifani sono stati il prodromo, Bersani l’inizio di corso politico meglio definito. Poi… è andata come è andata e del partito se ne è impossessato Matteo Renzi, che non ha nulla a che vedere con una cultura di Sinistra e poco da spartire con quella espressa da uno come Giorgio La Pira, a cui, con improntitudine, si richiama. E non mi si dica che è stato scelto attraverso le primarie, perché ci sono molti modi di appropriarsi “democraticamente” di qualcosa. Dopo aver reclutato una serie di personaggi proni ai suoi ordini, ha spostato l’asse del partito nell’area moderata, stravolgendone obiettivi e finalità. Intendiamoci, la politica che persegue il “giovanotto di belle speranze”, tecnicamente, ha piena legittimità, ma attiene a un partito distante dalle esigenze della parte più disagiata e vulnerabile del Paese. Il suo ruolino di marcia tende a favorire i centri di comando, e la conferma è nelle leggi che propone: col job-act sta dalla parte degli imprenditori, con la riforma della scuola dalla parte dei dirigenti scolastici e con le riforme istituzionali crea le condizioni per il rafforzamento del premierato. E ora vorrebbe anche il sindacato unico come nelle migliori tradizioni dell’Unione Sovietica di Breznev o la Cina di Mao Tse Tung. Senza contare che fa di tutto per mettere a tacere ogni tipo di dissenso, da qualsiasi parte provenga. E apre le porte a chiunque sia disposto a dargli il voto, cani e porci compresi, anche se poi è pronto a indignarsi pubblicamente che nel Tempio ci sono i mercanti. Ma non osa scacciarli.

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Alle elezioni europee, il Pd è stato votato da 11.203.231 italiani pari al 40,81%. Una percentuale altissima, che Renzi ha reclamato come un successo personale. Eppure, a maggio 2014 ci siamo recati a votare per scegliere i nostri rappresentanti da mandare a Bruxelles, sulla base di proposte programmatiche che riguardavano l’Europa. Invece, lui non ha mai perso occasione per dichiarare che con quel voto gli italiani hanno inteso chiedere riforme istituzionali, una nuova legge elettorale e un mutamento dei rapporti nell’ambito del lavoro, la scuola e ora nella previdenza. Vuole “cambiare verso” all’Italia, ma nella direzione che piace a lui. Strumentalizza l’esigenza di quella parte di italiani che da anni auspicano un cambiamento della politica e dell’organizzazione sociale, per incanalarlo nelle scelte e nelle forme che lui ha deciso di portare avanti. Ha messo su una demagogica consultazione on-line sulla scuola degna del peggiore populismo e nel contempo trascurato il desiderio degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento. Consapevolmente ignora che gli elettori del PD nel febbraio 2013 si erano espressi a favore di un progetto chiamato “Italia. Bene Comune”, da realizzare insieme a Sinistra Ecologia Libertà, Centro Democratico, Il Megafono-Lista Crocetta, Partito Socialista Italiano, Südtiroler Volkspartei e altri partiti autonomisti, il cui leader era Pierluigi Bersani. Che non ha vinto. Ma che neanche ha perso. Che ha raccolto circa 10 milioni di voti, insufficienti però a formare un Governo. Con la conseguenza di aprire le porte di palazzo Chigi, prima a Letta e poi a lui, per formare Esecutivi, forse necessari, ma comunque distanti dalle scelte elettorali degli italiani.

Ed ora? ora ci tocca ritornare alle urne. Si vota per la scelta di amministratori locali, ma, checché ne dica lui, con valenza di consenso al governo nazionale. Allora, ecco il mio problema: se scelgo un determinato governatore o sindaco che appartiene al Partito democratico di Renzi, quel voto, in che misura sarà utilizzato dal premier-segretario? Se l’insieme di voti espressi per le coalizioni che sostengono De Luca, Emiliano, Paita o Moretti dovessero essere in numero tale da farli eleggere, non posso escludere che Matteo Renzi andrà sostenendo in tutta la penisola, isole comprese, che si tratta di un assenso alla sua politica, al suo embrionale partito della Nazione e, soprattutto, alla sua leadership. Insomma, con il mio voto al Pd contribuirei a rafforzare il culto alla sua personalità. Cosa lontana dal mio sentire.

E non sarebbe questa una mistificazione del consenso? Pertanto non volendo essere parte di questo gioco da magliari, sono giunto alla determinazione che in questo momento non si può votare Partito democratico. Ma così farai il gioco di Caldoro, Schittulli, Toti e Zaia! È un gioco a favore del nemico! lavori per il re di Prussia! potresti obiettarmi.
No! tu sai bene» spiega il mio vecchio compagno «che un grande rivoluzionario disse che la politica è fatta di due passi avanti e uno indietro. E io credo che questo sia il momento di segnare il passo, forse anche retrocedere, ma nell’ottica di uscire dalle angustie di un voto sotto la pressione del ricatto elettorale. Ecco, perché ti dico che ora è il momento di fermarsi per poi prendere la ricorsa verso un futuro diverso, più aderente alla logica politica che ci appartiene e a una filosofia di convivenza civile ispirata ai principi della Sinistra. E, se vuoi, anche alla solidarietà come la intende papa Francesco.

Per queste ragioni, io voterò per una lista di Sinistra alternativa all’attuale Pd. Se poi la sottrazione di voti al candidato sponsorizzato da Renzi dovesse determinare la sua sconfitta, respingo con forza l’accusa di esserne uno dei responsabili. Io rivendico il mio diritto di scelta nella pienezza della personale autonomia intellettuale. Del voto utile ne ho piene le tasche. Ci sono cascato tante volte con Berlusconi e mi sono ritrovato un suo clone al governo.
Ecco perché ti dico che oggi non si può essere elettori del Partito democratico».

mimmo

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One thought on “Perché non si può essere elettori del PD

  1. Ho letto l’intero articolo. Siamo nella medesima condizione, abbiamo tirato le stesse somme. Voteremo per un partito a sinistra del PD, anche se non ci convince troppo il quadro esistente. Con questa scelta intendiamo spingere il quadro politico in un senso ben definito. In attesa che a sinistra evolva qualcosa di più concreto, stabile e unitario, possibilmente. Per quanto riguarda Renzi, clone di Berlusconi, aggiungo: Ha vinto le elezioni europee, grazie a un momento politico di sbandamento. Scalato il PD, mi son sempre chiesto: in quale modo? Ha dato il benservito a Letta e ha preso il suo posto, occupando il ruolo di segretario di partito e capo di governo. Cosa per me inconcepibile! La sua prima mossa, sono stati gli 80 euro ai lavoratori dipendenti. Mossa ben calcolata, altro che rilanciare i consumi! Dopo anni di vacche magre, agli Italiani si presentava uno che dava, anziché prendere. Rispondeva con questa mossa a ciò che vogliono gli Italiani, a prescindere dalla situazione economica. Dava a uno per ricevere il voto della sua famiglia. Ha pescato in un mare ampio, lasciando fuori fiumi, laghi e rigagnoli. Quegli 80 euro, sarebbero poi rientrati per altre vie, leggi comuni, regioni, etc. Un gioco delle tre carte, come Berlusconi.

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