Il vincitore sconfitto

RenziIndurre D’Alema e Veltroni a lasciare il Parlamento e ritrovarsi Michele Emiliano e Vincenzo De Luca al governo di due regioni importanti come Puglia e Campania non è proprio il massimo. Emiliano ha già detto che farà il governatore a modo suo e sull’attaccamento di De Luca al Pd non c’è da contare.

Farsi avanti come il rinnovatore della politica che si contrappone all’antipolitica e ritrovarsi raddoppiati i paladini della protesta è un colpo duro da digerire. Grillo e Salvini insieme raccolgono oltre il 30% dei voti, mentre il Pd è ritornato alle percentuali del febbraio 2013.

Far credere agli italiani che si è aperta una nuova stagione che avrebbe portato alle urne molti dei disaffezionati della politica e constatare che un italiano su due non ne vuole proprio sapere di recarsi al seggio, non è un risultato da vantare.

Forse la vera sconfitta di Matteo Renzi è tutta qui. Una sconfitta politica prima che numerica. Ma anche numerica, perché, è pur vero che la partita è finita 5 a 2 per il centrosinistra, ma i numeri disegnano uno scenario non proprio esaltante. Rispetto alle europee dell’anno scorso il Pd ha perso 2.143.003 elettori. E scende anche al di sotto delle politiche del 2013, quando leader era Bersani, con la sottrazione di 1.083.557 voti.

Fonte Istituto Cattaneo

Allora, sarebbe meglio prendere atto che il decisionismo ha causato scetticismo.
Le cose belle, dette e contraddette, non valgono più.
Il Paese non è più incardinato intorno alla sua figura.
Il messaggio riformatore non ha fatto breccia.
Le riforme messe in campo non sembrano in linea con i reali bisogni dei cittadini.
Il muso duro con i dissidenti interni non paga.
Gli annunci devono essere supportati da spiegazioni convincenti.
I progetti vanno discussi e valutati in maniera esaustiva.

Per il premier-segretario l’Italia che viene fuori da questa consultazione ha un volto arcigno. Al Nord è padrona la Destra di Salvini e Berlusconi. Al Sud, ancorché lui dica di essere orgoglioso di vedere sulla cartina politica del Paese il mezzogiorno colorato di rosso, ha poco da ‘staresereno’. L’elettorato di Puglia e Calabria è nelle mani di Emiliano e De Luca. Mario Oliverio, che governa la Calabria, è vicino a Bersani, Marcello Pittella in Basilicata non sembra in perfetta sintonia con lui e in Sicilia Rosario Crocetta non si può dire che sia un renzino osservante. Il Centro gli è meno ostile, ma potrebbero venir fuori vecchi rancori. Senza contare che nel partito c’è chi, fino a oggi silente, comincia a manifestare qualche malumore per la gestione dei rapporti interni e per alcune scelte in campagna elettorale.

È abbastanza chiaro che questo voto ha disegnato una nuova geografia politica che impone la revisione di strategie e comportamenti. Anche perché il Movimento 5Stelle non molla e sembra che ora voglia uscire dalla sua torre d’avorio. Se lo facesse sarebbe un bene per l’Italia e una spina nel fianco del Pd-R.
Insomma, la rivoluzione renziana mostra qualche linea di febbre e, si sa che quando il comandante in capo sta bene in salute tutti sono pronti a corrergli dietro, ma se comincia a claudicare è facile che qualcuno non sia disposto a sorreggerlo. Intanto aumentano sempre di più gli italiani che vogliono sapere se chi li governa è un imbonitore o un politico, un azzeccagarbugli o uno statista.

Rosy Bindi

Rosy Bindi

Perciò, a Renzi dico, non puoi continuare a giocare la tua partita contro il resto del mondo. Per andare a rete non si può dribblare da soli tutti e simulare falli quando perdi il pallone. In campo devi saper fare gol con perizia e correttezza. E rispettando l’avversario. Altrimenti ti devi aspettare anche un fallo di reazione. Non sarà corretto, ma accade.
E se alle elezioni europee prendi il 40,81% e te ne accrediti l’intera percentuale, incurante delle reali intenzioni degli elettori, alle successive regionali non puoi dire che non sei tu il destinatario del giudizio emerso dalle urne, quando poi, in campagna elettorale ti sei speso anima e corpo. Hai persino fatto l’autista della Moretti e la spalla di De Luca!
E ancor meno puoi addebitare la sconfitta ligure a Civati e Cofferati, oltre che accusare una parte di elettori di favoreggiamento. Lella Paita ha perso perché i liguri non hanno creduto nella sua persona e nella sua capacità di governare la regione. Per altro, da assessore, non sembra sia stata molto apprezzata per il suo “fare”… anzi, del suo “non fare”. Un buon Segretario di partito sceglie le candidature cercando di interpretare il sentimento dei suoi elettori, non le impone. E, per favore non parliamo di primarie vinte dalla Paita, perché sarebbe un autogol. Non funziona e non ci crede nessuno. Nemmeno Deborah Serracchiani e Maria Elena Boschi, ancorché in pubblico tenevan bordone alle sue rime.

Ora occorre richiudere le crepe del partito e presentarsi uniti ai prossimi appuntamenti parlamentari. Ma questo presuppone più di un passo indietro da parte di Renzi. Nel Pd non c’è solo Bersani, Bindi e Finocchiaro. Nel Pd ci sono anche tante energie giovani che non hanno condiviso quasi nulla dei progetti e delle strategie del segretario-premier. In futuro negare la ricandidatura a qualcuno dei ‘vecchi’ sarà abbastanza facile, ma tenere fuori Speranza e D’Attorre è complicato. Si prenda atto che la squadra dei fedelissimi è debole e non sembra in grado di poter reggere l’attacco di Grillo, Salvini e Berlusconi, ringalluzziti dalla campagna populistica che li ha premiati. E c’è da giurare che sfrutteranno al massimo il malcontento del mondo della scuola alle prese con la riforma, nonché la delusione dei pensionati a cui è stato negato il rimborso totale della mancata indicizzazione Istat.
Per non dire dei Sindacati, da tempo mortificati e pronti a dire la loro con rinnovata energia.

de luca 3

Vincenzo De Luca

Sarebbe anche utile che Renzi&renzini la smettessero di recriminare contro Rosy Bindi per quello che chiamano uno sgambetto a De Luca. Non so dire quanto sia – se c’è stato – il livello di vendetta nelle sue intenzioni, ma la Commissione Antimafia ha fatto quello che sempre ha fatto, con la differenza che ha reso noto quella famigerata lista prima e non dopo il voto. A cose fatte sarebbe stata la solita presa in giro. Per altro, se il nome di De Luca non fosse stato presente, tutto sarebbe passato in cavalleria. Altro che questione di principio!
Ciò nonostante, De Luca ha vinto. Per cui, sarebbe meglio che Renzi si chiedesse che tipo di elettorato si porta dietro il neogovernatore, se chi l’ha votato non ha fatto una piega di fronte a fatti giudiziari che non sono certo invenzioni della presidente dell’Antimafia.

Ma ulteriori complicazioni vengono anche dalla squadra di Governo, non certo all’altezza di guidare un Paese complesso, complicato e importante come il nostro.
Di Alfano, ministro degli Interni ne vogliamo parlare? qual è il peso di Gentiloni nello scacchiere internazionale? Pinotti alla Difesa chi se la fila? il ministro Giannini alla Pubblica Istruzione che fa? e la Guidi allo Sviluppo Economico? e Poletti, la Madia, Maria Elena Boschi?
Un ministro di spessore tecnico è quello dell’Economia, ma Pier Carlo Padoan guarda solo i numeri e se non gli tornano se la prende con la Consulta, che a suo dire dovrebbe calibrare le sue decisioni consultando il libro mastro piuttosto che la Carta costituzionale.

È con questo personale politico che Renzi vorrebbe cambiare verso all’Italia? Forse ci riuscirà, ma per andare dove? in che direzione ha messo la prua del patrio veliero? ha capito che la rotta è disseminata di scogli?
Se non si decide ad affrontare con la stessa determinazione che ha messo per il job-act e l’Italicum, temi come l’evasione fiscale, i vitalizi ai parlamentari e le spese della politica, contrastare astensionismo e antipolitica non sarà facile.
Se nega a pensionati e dipendenti pubblici il dovuto e spende cifre blu per l’Expo e gli F35, Grillo continuerà a viaggiare in discesa.
Se in Europa non si risolve ad alzare la voce sulla questione dei migranti, Salvini finirà col raccogliere anche i voti della Sicilia. E pure delle altre regioni meridionali.

Con questi numeri, se si andasse a votare con l’Italicum, il Pd andrebbe al ballottaggio. E il Movimento 5 Stelle ne sarebbe l’antagonista. Non il centrodestra, che dovrebbe metter su un listone con dentro Forza Italia, la Lega, Fratelli d’Italia, Alfano, Fitto e i rimasugli di Casini, Monti e De Mita. Naturalmente il candidato premier dovrebbe e vorrebbe essere Matteo Salvini. Ma non si accorderanno mai.
Un ballottaggio, però, che non darebbe al Pd ulteriori voti rispetto alla prima tornata, mentre gli stellieri potrebbero contare su una platea di consensi sconfinata, dalla Destra alla Sinistra, dal qualunquismo agli astensionisti.

Dopo di che, caro Matteo, puoi anche prendertela con gufi e rosiconi, ma sarà il brontolio di un giovane vegliardo che ha perso il bue e cerca le corna.

Cantastorie

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