Il cassetto di Menico

Storie viste e inventate, vissute e immaginate.

DSCN2120Trascorrevo buona parte delle giornate a leggere, seduto al mio scrittoio. I miei occhi, ormai stanchi, avevano bisogno di più luce per assolvere al loro compito. Forse sarebbe stato più comodo sedere in una poltrona, ma mi piaceva fare le annotazioni che la lettura stimolava sui margini della pagina del libro. Con la stessa matita sottolineavo anche i periodi che colpivano la mia sensibilità. Rileggevo, il “Don Chisciotte” di Cervantes. Sì, rileggevo, perché ritornare a distanza di tempo su un testo già letto è un esercizio che mi piace. Ripercorrevo anche le mie vecchie note e le trovavo, a seconda dei casi, interessanti o banali, quando suonarono alla porta. Era la mia vicina. Una ragazza di poco più di trent’anni, che teneva in braccio una bambina dal faccino paffuto e simpatico.
«Signor Menico, mi scusi, ma ho bisogno di lei. È una cosa urgente!» esordì con fare concitato.
«Dimmi pure, Giulia, in che cosa posso esserti utile?»
«Mi hanno telefonato dalla scuola di Andrea, devo andare a prenderlo perché non si sente bene. Sono preoccupata, devo correre da lui. Mi terrebbe la Cinzia per un po’? non ci metterò molto».
Disse tutto senza prendere fiato mentre mi porgeva la bambina. Cinzia, intanto, mi sorrideva e allungava le mani verso di me. Feci la stessa cosa e, senza neanche avere il tempo di rispondere, me la ritrovai tra le braccia, mentre la giovane mamma scompariva dalla seconda rampa delle scale.

piccola 3La piccola mostrò subito simpatia per me. Era solare, sorridente e dagli occhi grandi e vivaci. Un po’ confuso per la velocità con cui si era svolto tutto, richiusi la porta e ritornai al mio tavolo. Mi venne in mente che stavo scrivendo alcune mie considerazioni su quanto avevo appena letto: Questo importa poco – rispose don Chisciotte -… tanto più che ognuno è figlio delle proprie opere. Ma appena seduto, con la bimba sulle ginocchia, una manina si protese verso il libro e lo fece cadere. Sorrisi e mi apprestai a osservare le successive mosse della piccola.
Il mio scrittoio aveva un grande cassetto centrale e una coppia di tiretti laterali più piccoli, uno sull’altro. Le cose che usavo erano riposte tutte nei quattro cassetti piccoli, dal momento che quello centrale era bloccato da tempo. Probabilmente i listelli di legno, a distanza di anni, si erano deformati e non ne permettevano più il regolare funzionamento. Dopo alcuni vani tentativi di aprirlo, non ci avevo più pensato. Cinzia, allungò la mano, afferrò il pomello centrale e tirò verso di sé. Come per magia il cassetto si aprì. C’è da credere che nel tempo le continue modificazioni del legno avessero riallineato listelli e scanalature permettendone il facile scorrimento. Un caso, semplicemente un caso! Sorpreso, guardai la bambina che, intanto, aveva cominciato a frugare e a tirarne fuori il contenuto. Esaminava un oggetto dopo l’altro e lo lasciava cadere a terra. Io osservavo incuriosito il riaffiorare di quei pezzi di passato che ormai avevo del tutto dimenticato.
D’un tratto sentii nuovamente suonare alla porta. Era Giulia di ritorno con l’altro bambino.
«Ho fatto prima che potevo. Grazie, signor Menico. Vieni amore, che andiamo a mangiare» disse ancora tutto d’un fiato. «Ha qualche linea di febbre, sa? È meglio che lo metta a letto. Ancora grazie e arrivederci». Aprì la porta di casa sua e sparì lasciandomi l’immagine del suo sorriso.

Tornai al mio scrittoio. Per un istante mi ero dimenticato del cassetto, perciò quando lo vidi semiaperto e gli oggetti che conteneva sparsi sul pavimento, rimasi interdetto. Poi mi avvicinai lentamente e con una certa trepidazione mi chinai per raccoglierli. Li deposi sullo scrittoio e, osservandoli, mi resi conto di avere davanti alcuni lacerti della mia vita.

tappo 2Ecco un tappo di spumante con scritto a penna una data: 20 aprile 1946. Era il giorno del matrimonio dei miei genitori. Il pensiero andò a mia madre che mi raccontava della festa che diedero nel grande giardino davanti alla casa paterna, dove gli invitati mangiarono dolci preparati da un parente pasticciere. La cosa rappresentò una grande novità, dal momento che, a guerra appena finita, non fu facile reperire gli ingredienti. E non senza difficoltà, qualcuno riuscì a trovare anche due bottiglie di spumante con le quali brindarono alla salute degli sposi. E questo era uno dei due tappi conservato da mia madre. Ricordai di averlo visto dopo la sua morte in casa sua, nel cassetto di una credenza. Lo presi, lo misi in tasca e non ebbi mai il coraggio di disfarmene.

Subito dopo il mio sguardo cadde su una piccola agenda del 1968 con la copertina in pelle di colore marrone scuro. Era ancora intonsa, tanto che le pagine era attaccate l’una all’altra come se fossero incollate. Me l’aveva regalata un mio amico studente durante un’occupazione all’università. Che anni! Il mio pensiero andò alla speranza di cambiamento che animava noi giovani in quel tempo. In molti ci credemmo e il mio impegno in quelle lotte fu totale, tanto che tuttora non riuscivo ad accettare l’idea che quel periodo fosse stato soltanto una folata velleitaria, un’utopia giovanile senza futuro. No, per me il “Sessantotto”, con tutte le sue contraddizioni, ha rappresentato, pur sempre, un’evoluzione della società civile.

Il conto del ristorante che stava sotto l’agendina mi riportò, invece, a Clarissa. Fu il mio primo grande amore e fu anche la prima volta che andai a ristorante in compagnia di una donna. Avevo circa ventisei anni e pensavo di aver trovato la donna della mia vita. Invece ci lasciammo così, senza un perché, come se quella passione si fosse esaurita, poco a poco, come una candela, lasciando in entrambi soltanto un dolce ricordo. Non ci vedemmo più e non ebbi più alcuna notizia di lei. Né mai la cercai.

calendarioEcco un vecchio calendario di molti anni fa: 1965. Avevo circa diciassette anni. Me lo regalò il mio barbiere quasi di nascosto. Si trattava di un piccolo almanacco pieghevole, profumato e con le pagine tenute insieme da un laccio colorato al centro. Vi erano rappresentate scene di donne nude distese su divani barocchi. Riproduzioni di antiche stampe malamente ritoccate, dove prosperose signore solleticavano la pruriginosità maschile, in particolare negli adolescenti. Tempi in cui le foto osé erano clandestine e tra la fine e l’inizio di ogni anno i barbieri ne facevano dono ai loro clienti come strenna e propaganda.

Un tempo fumavo. Fumavo la pipa. Ed eccone due uscite dal mio ‘scrigno’. Il fumo non mi ha mai conquistato del tutto, ma era una forma di distensione fisica e mentale, e la pipa si prestava perfettamente allo scopo. Il piacere cominciava con l’acquistarla, facendo attenzione che fosse di pura radica, poi aromatizzarla con finissimo cognac, riempirla con del buon tabacco e infine fumarla. Soprattutto godere delle volute argentee che si dissolvevano nell’aria. Anche pulire la pipa era un’operazione piacevole e rilassante. Ecco, infatti, il mio vecchio curapipe e alcuni scovolini. Ma ormai, avevo smesso. Anche se non l’ho mai aspirato il fumo fa danni e avevo deciso di evitarlo. Ma non ero sicuro di aver fatto una buona scelta. Quei momenti dedicati al fumo e al rituale che precedeva e seguiva, davano un benessere allo spirito di cui avvertivo la mancanza.

cartolina 3Nel riporre le pipe nel cassetto notai una cartolina in bianco e nero spiegazzata e lacera. Erano raffigurati dei fiori e una scritta un po’ manierata: “Buon Compleanno”. Rappresentava l’antico modo di far gli auguri a chi era lontano quando il telefono non era presente in tutte le case. Quella cartolina mi era stata inviata da una mia sorella più grande, deceduta oltre quarant’anni fa. A lei ero molto legato. Ci dicevamo tutto e ci consigliavamo su ogni cosa, importante o banale che fosse. Continuammo a farlo per corrispondenza anche quando Giuditta si trasferì in Svizzera per seguire il marito che aveva trovato lavoro nel Cantone Vallese. Alla sua morte provai un dolore immenso. Mi sentivo mutilato di un pezzo dell’anima. Mio cognato me lo comunicò due giorni dopo il decesso, ma la lettera mi pervenne dopo una settimana. Non riuscii a rispondergli. Non trovai le parole e neanche la forza di scrivere. Forse Adolfo capì, forse no. Sta di fatto che fu l’ultimo contatto che ebbi con lui.

Il magone si attenuò quando scorsi un biglietto d’ingresso per la Monumentale Plaza de Toros di Barcellona. Era il mese di settembre del 1980 e insieme a Matilde partii in automobile per la Catalogna. Facemmo una prima tappa a Dolceacqua, nella campagna imperiese e una seconda a Saint-Paul de Vence, grazioso borgo della Provenza. Arrivammo a Barcellona a notte inoltrata. Con Matilde stavo bene. L’avevo conosciuta in agosto al mare, e tra noi si era creata subito una straordinaria empatia. Ci amammo. Una domenica mattina, passeggiavamo sulla Rambla, mano nella mano, rapiti dalla straordinarietà di quel luogo animato da artisti di strada, caffè e bancarelle. La Rambla aveva un tale fascino che mi venne in mente una definizione di García Lorca che avevo letto da qualche parte, “l’unica strada al mondo che vorrei non finisse mai”.
Improvvisamente fummo attratti da un manifesto che annunciava la corrida del pomeriggio.
«Andiamo a vederla?» disse Matilde.
«No, non mi va. È uno spettacolo crudele. Meglio di no, finirei col fare il tifo per il toro» risposi.

La Plaza de Toros di Barcellona

La Plaza de Toros di Barcellona

Invece ci andammo. Matilde riuscì a convincermi senza molta fatica, perché, in fondo, quello spettacolo un po’ m’intrigava. Le mie riserve restavano tutte, ma volevo vedere per cercare di capire che cosa attraesse tanto il popolo spagnolo. Prendemmo i biglietti per il settore “Tendido”. Alle cinque della sera il sole era alle nostre spalle e illuminava molto bene l’arena. Lo spettacolo iniziò con la sfilata di tutti i protagonisti sulle note di un Paso Doble, seguita dall’uscita del primo toro che portava dei nastri colorati sul garrese. L’animale dovette subire prima i colpi dei picadores e successivamente dei banderilleros. Poi entrò il matador, che prima di affrontare il toro ne studiò le mosse e la rapidità dei riflessi. Tra una schivata e l’altra, però, fu colpito al petto da una testata: il suo torace contro la massiccia fronte del toro. Cadde a terra stordito. Alcuni peones cercarono di distrarre l’animale incattivito dalle ferite. Altri sollevarono l’uomo da terra e lo portarono ai margini dell’arena per rianimarlo. Si riprese e, benché visibilmente stordito, volle continuare a toreare. Vano fu il tentativo di dissuaderlo. Di lì a poco ritornò al centro dell’arena e col suo spadino riuscì a colpire il toro in mezzo alla fronte. Tutti balzarono in piedi per applaudire il coraggio del giovane torero. Su segnalazione del Presidente, un uomo in costume avanzò verso l’animale esanime e sanguinante e gli tagliò un orecchio per consegnarlo al vincitore, mentre sugli spalti si diffondeva uno sventolio di fazzoletti. Il torero ringraziò con plateali inchini e fece il giro di tutta l’arena. Ogni tanto qualcuno gli lanciava un oggetto personale che lui baciava e restituiva. Una donna, in basso, proprio vicino alla palizzata di recinzione, gli porse un bambino che doveva essere suo figlio. Egli lo baciò e lo allungò alla madre.
Terminato lo spettacolo, lasciai la Plaza de Toros scosso ma contento di esserci andato. Capii che quello spettacolo, per quanto cruento, coinvolgeva. I costumi, il cerimoniale, la musica, il coraggio dei toreador creavano un’atmosfera unica. Non sapevo dire se fossi ritornato a vedere una corrida, ma ero rimasto così profondamente colpito che, su di essa, non mi sarei più espresso con la stessa superficialità.

Riposi tutti gli oggetti e con essi i ricordi che riemergevano. Si trattava di un significativo pezzo della mia vita rimasto sul fondo della memoria e che la mano di una bambina aveva fatto riaffiorare. Turbato e felice allo stesso momento, senza rendermene conto richiusi il cassetto. Con la mano ancora sul pomello, pensavo a quei segni del passato e tirai il braccio verso di me per dare ad essi uno sguardo d’insieme, ma questa volta incontrai resistenza. Tirai con più energia. Niente! Il cassetto restò come inchiodato e non si aprì neanche con la forza delle due mani.

mimmo

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