Un prete ‘sui generis’

Il 26 giugno 1967 don Lorenzo Milani lasciava questo mondo, ma la sua grande eredità culturale è ancora qui con noi. Una frase per tutte forse sintetizza meglio il suo pensiero:
          “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.

don milani 3Non riesco a capire come don Lorenzo Milani abbia fatto a diventare prete senza cessare di essere totalmente uomo. La sua umanità aveva, a mio parere, dei limiti, ma in estensione, non in intensità. Entrato nella Chiesa e poi nella vita ecclesiastica con una formazione umana già portata a compimento, egli percorse il curriculum scolastico e ascetico del seminario senza soffrir danno nella struttura robustamente laica della sua personalità e tuttavia accogliendo senza riserve i valori costitutivi della vocazione cristiana e sacerdotale. Certe tendenze seminaristiche ed ecclesiastiche ad una modernità di gusti, di maniere e di spregiudicatezza mi sembrano il risultato di un complesso d’inferiorità nei confronti del mondo moderno, le cui forme si ricercano come se bastassero a salvare da una pochezza umana e a dare accesso nell’ambito morale e intellettuale dell’uomo laico da cui gli ecclesiastici sono rimasti per lungo tempo esclusi.

A mio modo di vedere la situazione del prete d’oggi è qui: nel fatto indiscutibile che i modelli tradizionali del buon prete si sono corrosi, hanno perso di validità teologica e storica, ma nel contempo nessun modello persuasivo riesce a prender forma. Un prete oggi deve inventarsi da sé: non c’è più un ambiente sociologico adatto ad accoglierlo tranquillamente e a consentirgli un’ordinaria amministrazione dei sacramenti e del catechismo, né c’è un patrimonio culturale che, una volta assimilato, gli permetta di entrare onoratamente nell’onorata società dei benpensanti.
La secolarizzazione rapidissima delle strutture e delle mentalità tende a respingere o a contestare la figura “sacra” del prete e a misurarlo secondo l’autenticità dei suoi valori di uomo, mancando i quali il suo ministero perde di ogni udienza, fuori che nei gruppi di anime devote, anch’essi in via di assottigliamento. Ci sono valori laici – come la lealtà, la veridicità, l’indole democratica, la fierezza dei convincimenti, il ripudio dei paternalismi d’ogni tipo, la fiducia nella ragione, lo spirito critico, la spontaneità affettiva – che non rientravano nella tavola dei valori della soprannaturalistica pedagogia al sacerdozio e che invece il mondo d’oggi richiede come segni di autenticità, mancando i quali tutto il resto gli sembra una truffa o una compassionevole alienazione. Non intendo dire che don Milani fosse un modello di prete e nemmeno un modello d’uomo: il gusto dei modelli, d’altronde, va ormai lasciato all’agiografia. Solo che egli aveva inventato, con assoluta spontaneità, un suo modo di essere insieme uomo e prete, laico quanto si può essere, al punto che i laicisti tendevano a ritenerlo uno dei loro, ma prete quanto si può essere, al punto da sfiorare un certo vezzo di tradizionalismo devoto. Non rassomigliava affatto ad uno dei tanti preti che vogliono fare i laici ed entrano così nell’artificio grottesco, né ad uno di quei buoni laici che vogliono fare i preti ostentando zelo per la Chiesa e per i suoi diritti, perfino nei seggi elettorali. Egli finiva col deludere i laicisti per la sua fede sicura e non dissimulata, e col deludere i buoni cattolici con la sua laicità totale e senza artifici.
Secondo i miei gusti la sua umanità era forse troppo rigida, poco comprensiva dei modi innumerevoli con cui si può essere uomini. Ma quel che in lui mi colpiva era la immediatezza della sua umanità, la sua mancanza totale di orpelli, di mediazioni prudenziali, di incrinature interiori. Chi come me è diventato prete attraverso un tirocinio che va dall’infanzia alla maturità, se mai riesce a conservarsi autenticamente umano porta in sé i segni di uno sforzo, di una segreta e lunga sofferenza, di un riserbo prudenziale che fu condizione di fedeltà alla vocazione e forse anche di più duttile comprensione del mistero di incomunicabilità che separa uomo da uomo, prete da prete.
Egli non aveva niente di tutto questo, aiutato forse dal fatto che era entrato nel sacerdozio già uomo e poi si era isolato da noi nel suo ministero solitario. Era di un’altra lega. Per questo gli fu possibile testimoniare che il vangelo può convivere con l’uomo, può innestarsi nei modi spontanei con cui un uomo è uomo, può acclimatarsi nel mondo nuovo in cui cadranno di sicuro gli umanesimi devoti, le istituzioni sacre, i velluti delle cune, le diplomazie ecclesiastiche, le restrizioni mentali, le obbedienze cieche, la cupidigia di fare la volontà altrui, il sottile gusto del disprezzo e la sfiducia per tutto ciò che è quello che è senza essere insieme qualcos’altro.

Per testimoniare tutto questo don Milani ha scelto la via della rottura, si è servito del gruppo dei suoi figli come di una via concreta per raggiungere la totale spoliazione di sé, per aggredire, una volta spogliatosi d’ogni egoismo, il mondo degli altri e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali e giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna, che è appena la remota premessa dì qualcosa di più, della nostra conversione.

Ernesto Balducci
(da “L’insegnamento di don Milani” – Ed. Laterza)

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