La scuola secondo un pierino

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Don Lorenzo Milani

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

Correva l’anno 1965, e a parlare così era Don Milani, l’uomo che adottò il motto “I care”, ossia mi importa, mi interessa, ho a cuore. Don Milani, spese tutta la sua vita a favore dell’insegnamento, denunciando il sistema scolastico dell’epoca, che favoriva l’istruzione delle classi più ricche a discapito dei poveri, che rimanevano esclusi dalla possibilità di acculturarsi.

1965-2015. Un altro fiorentino, un “pierino”, per dirla con Don Milani, mette mano alla scuola, e in modo autoritario comincia a delineare un metodo che esclude il diritto all’istruzione, punta sulle scuole private e, come se non bastasse, inserisce una figura emblematica: il “Preside Manager”, colui che in nome di una presunta autonomia, avrà poteri assoluti nell’assumere, nel valutare insegnanti, nel dirigere la scuola come se fosse un’azienda e, come dirigente, trascorrere il tempo nella sua stanza mega galattica, con poltrona in pelle umana, sulla quale siederà per fare delibere, cercare privati che lo finanziano, gestire soldi, come se la scuola fosse un Ente della Pubblica Amministrazione.

Una scuola che dovrà curarsi di formazione per avviare al lavoro giovani che nel frattempo avranno imparato cos’è un capo, come abbassare la testa e ubbidire ai propri superiori. Non più luoghi di cultura, per far emergere la creatività e il pensiero dei soggetti, ma luogo di stazionamento per avere un’infarinatura generale, saper leggere e scrivere ,lasciando ai più agiati la possibilità di intraprendere studi, che plasmino i giovani rampolli ad essere la classe dirigente del domani. Si ritorna alla società borghese e alle strutture delle gerarchie di classe, care e sostenute da governi, succeduti alla guida del Paese in questi ultimi anni, che hanno fatto dell’individualismo borghese la loro bandiera. C’è in atto l’affermazione di modelli che implicano una società di subalterni, esclusi da processi sociali e ruoli di tutto rispetto. Una società, che per come afferma l’Europa, deve adottare e attuare la riforma della scuola in funzione di un’educazione terziaria professionale. E in questo pantano, dentro al quale siamo finiti, viene meno il senso di comunità, la perdita di solidarietà, quei valori attualmente agitati, ma che sono stati sacrificati in nome del debito, dello spread delle banche, le sole continuamente curate e monitorate.
renziUna scuola classista e selettiva, imposta a tutti i costi e non importa se a promuovere una simile riforma siano dei nominati che nella foga di autoproclamarsi demiurghi salvifici hanno varato la selezione di classe. Viene detto agli insegnanti che la scuola non è un ammortizzatore sociale. La domanda è perché noi dovremmo mantenere dei nominati che ci stanno proponendo l’esclusione culturale?

Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti (Karl Kraus).

Basta sparare sulla scuola. Soprattutto, invece di questa controriforma si dia la possibilità ai giovani, privati del futuro, di far sì che la scuola sia il luogo del confronto, del dialogo, della democrazia. Di questo passo la scuola pubblica è destinata ad essere un luogo amorfo, che ha bandito la capacità di formare l’uomo, protesa soltanto a garantire braccia e forza lavoro precaria e mal pagata.
Il futuro è sempre più una nebulosa.

Antonella Policastrese

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