La mia divisa

Tempo fa scrissi un racconto dal titolo “La divisa”, nel quale, tra l’altro, sottolineavo l’importanza di avere contezza del nostro interlocutore e mostrare all’altro la nostra identità. È mia convinzione che la reciproca conoscenza ponga tutti in condizione di mutua chiarezza e induca ad essere più concreti nel dialogo.

gabbianoQuesta volta vorrei parlare di me. Non per parlare di me, ma di tutti quelli come me, Quelli che, come gabbiani, volevano spiccare il volo per cambiare veramente la vita. Quelli che pensavano di poter essere vivi e felici solo se lo erano anche gli altri. Quelli che sentivano la necessità di una morale diversa.
Quelli che erano e sono rimasti comunisti. Comunisti coscienti della realtà e distanti dal senso letterale di una dottrina che propugnava l’abbattimento del capitalismo e auspicava la dittatura del proletariato. Teorie ormai superate dal tempo, semmai hanno avuto una valenza praticabile. Nessuno oggi vuole sottrarre, a chi li detiene, mezzi di produzione e proprietà per metterli nel circolo della collettività. Se così fosse, si tratterebbe di una forma di filosofia nostalgica che, ancorché abbia avuto una sua funzione in tempi passati, oggi non può trovare cittadinanza politica alcuna.
La storia recente è nota. Dopo l’appropriazione indebita del nome da parte di alcuni autentici tiranni che hanno commesso nefandezze di ogni tipo, soprattutto a danno dello stesso popolo che li aveva accettati affinché guidassero il riscatto sociale, il comunismo ha imboccato una china inarrestabile, per poi scomparire quasi del tutto. C’era stato, nel 1976, un tentativo di Berlinguer, Marchais e Carrillo per un progetto inteso a creare un partito europeo non leninista e non socialista, ma non ebbe fortuna. Dopo la caduta del muro di Berlino e la svolta della Bolognina in Italia, alcuni lo hanno rinnegato, persino criminalizzato. E in tanti gli hanno voltato la faccia per salire sul carro del vincitore di turno. Forse aveva ragione Giorgio Gaber: qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.

mio-nonno-era-comunistaMa essere comunista rappresenta ancora una scelta di vita? È quanto sosteneva Giorgio Amendola nel far riferimento a quei principi morali che lo condussero alla lotta antifascista e all’intransigente difesa della libertà contro qualsiasi totalitarismo. Essere comunista oggi è un modo di concepire una società giusta e libera, relazionarsi agli altri nel rispetto delle diversità e guardare avanti senza dimenticare gli ultimi. Valori di sempre che dovrebbero essere la bussola di ogni democratico.
Sia chiaro, però, questo sentire rifugge da qualsiasi tipo di rimpianto. Anche se il mio “sol dell’avvenire” non è mai tramontato, so bene che le forme, i modi e le strategie per raggiungerlo devono essere altre. E non per adeguarsi miseramente ai tempi, ma per viverli nel modo più appropriato. Fu questo il sentimento che, dopo un periodo di travaglio intellettuale, condusse molti di noi a guardare con attenzione alle teorie di Michele Salvati che portarono alla nascita del Partito democratico. Intendiamoci, Veltroni non mi ha mai entusiasmato e quel suo modo di contrapporsi a Berlusconi senza mai nominarlo, mi procurava l’orticaria mentale. Il maggiore esponente del partito a noi avverso, diceva. Ricordate? Mi faceva tornare in mente un bambino col quale, da piccolo, giocavo a nascondino, il quale si metteva in un angolo della stanza e, accovacciato, chiudeva gli occhi e si copriva il viso con le mani, illudendosi così di non essere visto.

berlinguer e moro 2

Enrico Berlinguer e Aldo Moro

Il Partito democratico si presentava come l’approdo di un percorso che era cominciato con Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Negli ultimi anni della loro vita, entrambi presero in considerazione l’ipotesi di un avvicinamento delle migliori forze socialiste e cattoliche, affinché assumessero la guida del Paese in un’ottica di modernizzazione sociale. Berlinguer giunse a teorizzare un “compromesso” tra Pci e Dc, anche allo scopo di spuntare quelle spinte reazionarie e golpiste che si facevano strada in Italia sull’onda del colpo di Stato cileno a opera di Pinochet.
È vero, quella strategia a molti di noi non piaceva e in parte la osteggiammo. Ma oggi non è più ieri. È cambiata la politica, la finanza, l’economia, le relazioni internazionali e il pericolo di rivolgimenti governativi col ricorso alle armi, almeno in Europa, è pressoché inesistente. La globalizzazione e l’apertura delle frontiere hanno mutato relazioni e comportamenti. La gente si trasferisce da un Paese all’altro per diporto, lavoro, in cerca di un’esistenza migliore, per sfuggire a persecuzioni e guerre. I rapporti commerciali ricevono accelerazioni e frenate con velocità tale da avere ricadute immediate su tutti gli strati sociali, anche se sono sempre i ceti più deboli a pagarne le conseguenze più gravi. In questo, il mondo è sempre lo stesso.

Ecco perché la nostra utopia cerca nuovi percorsi, più rispondenti a una stratificazione sociale meno manichea, dove “buoni” e “cattivi” veleggiano sia tra gli imprenditori che gli operai. Senza contare che sono nate nuove figure professionali che danno luogo a una costellazione del lavoro diversificata e complessa. Nessuno, quindi, pensi che vogliamo un mondo di eguali, appiattito, senza gerarchie e differenze sociali. Quello che aspiriamo è un mondo più giusto e più umano. Un mondo aperto a tutti e nel quale tutti possano avere le stesse opportunità. Poi, si affermi chi merita.

Noi vogliamo una società di uomini e donne liberi, dove l’unico limite è la libertà altrui.
Noi vogliamo che venga riconosciuto il lavoro come diritto e come dovere.
Noi vogliamo che nessuno venga giudicato per il colore della pelle, religione, orientamenti sessuali o scelte politiche.
Noi vogliamo che venga recuperato il terreno perso da chi è rimasto indietro. E vogliamo che tutti possano fruire dei beni necessari per un’esistenza dignitosa.
Noi non reclamiamo la solidarietà dal singolo verso gli altri, perché questo è un sentimento volontario, individuale e casuale, ma pretendiamo che sia lo Stato ad andare incontro a chi è in difficoltà, nelle forme e nei modi più opportuni.
Noi siamo quelli che vogliono pagare le tasse in misura equa e si aspettano che le paghino tutti. Ma esigiamo servizi all’altezza di un consesso civile.
Noi non siamo quelli che vorrebbero governare con il 51%, ma ci piacerebbe far parte di un’area liberal-democratica fatta di giustizia, libertà ed eguaglianza coniugate insieme.

renzi e CTutto questo, ahimè, trova poca consonanza nel Pd renziano. Già l’unione tra DS e Margherita aveva incontrato non poche difficoltà per conseguire una sintesi e affermarsi come il partito di tanti (non di tutti: il Partito della Nazione non ci piace!).

Dopo le naturali diffidenze iniziali e perdute per strada le frange più estreme, il Pd, con la segreteria Bersani, sembrava che stesse imboccando la via giusta, ma una cattiva gestione della campagna elettorale nel 2013 ha fatto sì che la coalizione di Sinistra non riuscisse a ottenere i voti per governare. Quindi, prima l’esecutivo Letta e poi Renzi, premier e segretario, hanno condotto il partito verso una direzione moderata piuttosto che progressista. Si è fatta avanti una banda di giovani audaci, animati da uno smisurato desiderio di vincere che ha occupato i posti più importanti del partito e del Governo.
Matteo Renzi, giovane e spregiudicato, intraprendente e pieno di vita, sulle prime poteva sembrare l’uomo di cui il partito, e anche il Paese, avesse bisogno. Ma dalla sua bocca non si è sentito mai un discorso che evocasse il senso di un progetto da realizzare, che indicasse una prospettiva in cui credere. Quelli che come me hanno smarrito il senso della propria storia politica – una storia non indegna – hanno sentito solo annunci, dileggi per i dissidenti interni, belle parole per i poteri forti e brutte per sindacati.
Aderire, quindi, a un partito che riscuote ampio consenso tra la Confindustria ha indotto in chi proveniva da una cultura di Sinistra non poche perplessità. E in molti degli iscritti un sentimento di estraneità. Allearsi con la Dc di Moro e Zaccagnini era potabile, ma riformare le Istituzioni con Berlusconi e Verdini è indigeribile.

Vendola, Cofferati, Civati

Vendola, Cofferati, Civati

Ma votare bisogna votare. Disertare le urne non è mai una buona idea. Il desiderio di partecipazione non deve mai mancare, pena la messa in discussione del sistema democratico. Qui, però, emerge il dilemma dell’elettore di Sinistra: votare, ma per chi? Il Movimento 5Stelle esprime solo la protesta fine a sé stessa e ha tutte le caratteristiche di un partito padronale infarcito di parvenu che si spacciano per classe dirigente. Di Maio, Di Battista e Fico sembrano che giochino al monopoli, Grillo e Casaleggio al risiko, molti altri rappresentano una variegata giocheria telecomandata. Pochissimi quelli da prendere sul serio.
Sinistra Ecologia e Libertà fa la sua onesta partita, ma sembra che viva un complesso di inferiorità che impedisce di farsi avanti con determinazione. Vendola è un bravo affabulatore, usa metafore affascinanti, ma non è un leader capace di attrarre consensi oltre lo zoccolo duro. Landini non si capisce bene cosa vuol fare da grande e Civati, Fassina e Cofferati vagano tra Podemos e Syriza, mentre farebbero bene a pensare a un progetto made in Italy.

Alle recenti regionali, a noi apolidi della politica, è stato chiesto il voto utile per contrastare Grillo, la Lega e un Berlusconi mai domo, ma del voto utile me abbiamo piene le tasche. Via! non si può sempre assumere un atteggiamento di retroguardia. Abbiamo il diritto di guardare oltre! Il Pd-R non ci convince e avere come dirigenti politici gente come Boschi, Serracchiani e Guerini è avvilente. Votare lo stesso partito che vota Farinetti e Serra, simpatico a Marchionne, che prende 1000 euro da uno come Salvatore Buzzi, è un ossimoro. Noi, alla nostra Città del Sole non vogliamo rinunciare, ma se in questo momento la Sinistra non è in grado di offrire una proposta politica solida e dal respiro lungo, ci prendiamo un periodo di tempo sabbatico e votiamo per il partito o la persona che di volta in volta meglio rappresenta il nostro sentire.

Poi, se quei giovani dissidenti che all’interno del Pd contestano la linea neoliberista del segretario e della sua corte, riuscissero a raddrizzare la barra del partito e puntarla a babordo, io potrei anche guardare ad esso con maggiore attenzione e svestire i panni di questa divisa, che al momento mi colloca in una quinta indefinita, nella quale non mi trovo niente bene.

mimmo

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2 thoughts on “La mia divisa

  1. Caro Mimmo, ho letto con interesse il tuo pensiero, che concordo nella parte, diciamo, della rievocazione storica del tuo vissuto politico che se me lo permetti e’ anche un po mio. Pero’ fino a quando era presente nella vita politica italiana il PCI che nel momento della sua distruzione era ancora un punto di riferimento forte per tutte le democratiche e i democratici di questo paese che credevano nella solidarietà e nella giustizia e nella pace .Dopo e tuttora non mi sento in sintonia con chi ha voluto e attuato la distruzione del PCI da Pacchetto a Veltroni fino a Bersani e renzi , perché come bene haii scritto gli anni della creazione del pd non erano paragonabili a gli anni di piombo del compromesso storico, con il quale anche io sono stato critico. Quindi il mio disaccordo con te sta nella possibilita’ di portare la barra a sinistra con i dissidenti interni, tipo Bersani o cuperlo, oppure fassina e altri fuoriusciti che per amore della “bottega” hanno votato le varie fiducie sul jobs act o la legge truffa elettorale o che non hanno una storia e una visione della società di sinistra come hai ben elencato tu all’inizio. Io penso che bisogno guardare al cantiere che si e’ aperto tra tutte le forze e i movimenti di sinistra per far crescere anche in Italia, non un cartello elettorale somma di tante sigle ma una sinistra capace di parlare a chi non si sente più rappresentato, e moltissimi stanno nell’area dell’astensionismo, in questo paese governato da anni da piccole donne e piccoli uomini che hanno solo voglia di arricchirsi come ben ci ricordano i tanti episodi di corruzione che vedono coinvolti politici,imprenditori,manager pubblici ecc.

  2. Ciao Vincenzo,
    neanche io, come te, ho molta fiducia che la barra del Pd possa virare a Sinistra, ma ti assicuro che vorrei che ciò accadesse, perché un nuovo partito che possa raccogliere l’eredità del comunismo, sia pur inserito in un contesto moderno, mi sembra molto al di là da venire. Al momento non vedo le condizioni attive e passive dei protagonisti che dovrebbero formare e sostenere questa nuova formazione politica. E non mi ispirano fiducia nè Civati, Fassina e Cofferati (che sembra non abbiano le idee chiare sul da farsi) e, ancor meno Cuperlo (che non si capisce che ruolo intende ritagliarsi) e Bersani (che ormai sembra un vecchio curato di campagna che non vede al di là del suo breviario). Non ho neanche capito bene cosa intende mettere su Landini, che dice e non dice, per cui temo che perderemo un bravo sindacalista per ritrovarci un mediocre politico.
    La mia speranza, come scrivevo, è in quella parte di giovani del Pd che fermentano e scalciano (ancora senza il dovuto coraggio) all’interno del partito, che non sono contenti di Renzi e della sua politica e che sembrano che vogliano, sia pur timidamente, proporre qualcosa di diverso. un qualcosa ancorato alle radici del Pci e che possa volare con le ali di un gabbiano, portatore di progressismo. Magari con l’aiuto di Fabrizio Barca, Stefano Rodotà e, perché no, anche con alcuni personaggi del mondo cattolico avanzato.
    Illudersi e sperare che il vecchio comunismo possa tornare, è anacronistico e non rientra nemmeno nella sua filosofia, che ha sempre trovato il modo di saper vivere i propri tempi nel modo più appropriato.
    Ti saluto col pugno chiuso e ti abbraccio.

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