Io voglio meno diritti

L'albero della vita

L’albero della vita

Io voglio meno diritti. Me ne avete dati troppi: non so più da chi esigerli. Ne ho tanti, diversi, a volte incongruenti, a volte pleonastici, sempre retorici: perché per la cruna dell’ago d’una esile giustizia non passano, son veramente troppi, e formano un ingorgo.

Io voglio pochi diritti, ma azionabili, voglio poterne richiedere il rispetto. Ne date a piene mani, a patto, però, che non se ne chieda mai l’adempimento; li elargite con la stessa prodigalità con cui si donano banconote false o assegni scoperti. E quando la loro inattuabilità è oltremodo scoperta, li definite programmatici, da riscuotere, cioè, in futuro, ancor meglio se remoto, purché in Grecia siano trascorse le calende.
Mi date diritti – ed è questa la beffa suprema, l’affronto insostenibile – che già possiedo e pretendete riconoscenza ed encomi. Mi omaggiate di frutti carpiti dagli alberi del mio giardino attendendo anche l’ossequio.

L’ennesimo diritto, roboante all’udito eppure evanescente, fragoroso come un tuono e parimente impalpabile, è stato proclamato: il diritto al cibo.
Scroscino pure gli applausi del mondo, l’Expo si è dato un’anima! L’idea che l’Expo fosse una semplice vetrina, una sfilata tra le tante che Milano periodicamente accoglie, non garbava. A questa ballerina di varietà, tremendamente bella ma frivola, dagli occhi cerulei ma vacui, si è cercato di attribuire una personalità bugiardamente profonda. E passi il tono di stolido orgoglio con cui Martina annuncia una nascita fasulla: quantomeno si è ascoltata la voce dell’altrimenti afono ministro. Passi l’inattuabilità d’un simile diritto, passi il disgusto per il pietismo ipocrita di chi, seduto con pochi commensali intorno a una mensa luculliana, commisera le torme di affamati che non sono stati invitati al banchetto. Passi tutto, ma non l’inganno, il difetto di sostanza. Perché il diritto al cibo già è posseduto da ciascun uomo, e questa sua farsesca riaffermazione suona come un tranello retorico; perché il diritto al cibo altro non è che la species d’un genus che già è stato conquistato, un diritto che qualsiasi corte avrebbe riconosciuto perché già costituito: può esistere un diritto alla vita che non si estrinsechi anche in un implicito diritto al cibo? Martina vuole che il diritto al cibo sia inserito nella Costituzione: l’articolo 32, tutelando la salute, non garantisce anche il diritto al cibo? Il diritto al cibo non è dunque inscindibilmente affermato con il diritto alla salute, alla vita?

Repetita iuvant, dirà qualcuno: giova, infatti, a chi, ripetendo, nasconde la vacuità di contenuti in una verbosa crisalide. Giova al baro che desidera confondere le carte e al giocatore incallito che così, seppur incapace di onorare i debiti, può continuare a rilanciare. Giova al truffatore, a chi fa doni – con parsimonia, è chiaro – usando la mano destra, mentre saccheggia avidamente con la sinistra. Giova a colui che, mancando di argomenti per sostenere il dialogo, rifugge in fatui proclami.

E io, dunque, voglio meno diritti: siano pochi, si contino sulla dita d’una mano, ma che siano granitici e inviolabili. Siano densi di significato, gravidi di senso e implicazioni, eppure il peso della loro somma sia lieve per il cittadino da sostenere sulle spalle. I diritti, infatti, – e potrà sembrare strano agli italiani – una volta sanciti vanno fatti rispettare, anche con la forza, e perciò il gravame della loro realizzazione ricade sulla collettività tutta.

Io voglio meno diritti per impedire alla politica, incapace di tutelare i diritti già costituiti, di rilanciare all’infinito giocando pericolosamente al rialzo; ma soprattutto voglio meno diritti nella consapevolezza che ogni diritto da me acquisito è, inevitabilmente, un fardello, un onere che pende sull’altro.

Valerio Forestieri

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