E adesso?

di mimmoblog

bandiera«Se Syriza vince le elezioni, i poteri forti europei non se ne staranno a guardare, la Troika metterà Tsipras con le spalle al muro e per il popolo greco ci saranno solo lacrime e sangue. Poi arriveremo noi».
È pressappoco quello che dissero gli esponenti di Alba Dorata quando, a gennaio scorso, si resero conto che le elezioni le avrebbe vinte Alexis Tsipras.
È pressappoco quello che ora potrebbe accadere se la signora Merkel e il suo terribile ministro dell’economia non si decideranno ad andare incontro alla Grecia. C’è poco da girarci intorno, il debito greco è insolvibile. 330 miliardi di euro per uno Stato che ha le casse vuote e al quale non è riconosciuto nemmeno il Quantitative easing messo in circolo da Draghi, rappresentano una cifra non rimborsabile. Inoltre, con il 26,5% di disoccupazione (40.000 licenziati solo negli ultimi giorni), 25% in meno del Pil, 20% di tagli alla spesa non c’è da sperare granché. Se ne facciano una ragione i falchi europei e si diano da fare per tirar fuori dalle angustie un intero popolo.

Ancora una volta, la politica dell’austerità ha prodotto risultati disastrosi ed è impensabile che si possano spremere ancora di più i cittadini greci. Per fare cosa, poi? per restituire una piccolissima parte del debito? Via, non ha senso! Lo hanno capito tutti che quel passivo non potrà mai essere risanato e insistere su questa strada serve solo a portare la Grecia sull’orlo del baratro per poi far pagare le conseguenze di una politica economico-finanziaria dissennata, che dura da oltre cinque anni, all’unico governo che vorrebbe cercare di risalire il fondo del pozzo nero.

Non ci vuol molto a capire che la sola strada da imboccare è l’abbuono di un’ampia parte del passivo e un ulteriore prestito a tasso agevolato con scadenza a trenta anni. Va da sé, che da un punto di vista contabile per i partner europei è un pessimo affare, ma l’alternativa è affossare famiglie, lavoratori, pensionati e giovani. Uno Stato non è un’azienda e le soluzioni dei problemi non possono tener conto solo del libro mastro. La politica è cosa diversa.

trattativeGià, la politica. È triste assistere al comportamento di capi di Stato, ministri importanti, commissari europei più conforme a quello di un ragioniere che a uno statista. La Grecia ha le sue colpe, ma se l’Unione Europea fosse intervenuta qualche anno fa con misure diverse, non saremmo giunti a questo punto. È anche vero che l’approccio diplomatico di Tsipras e Varoufakis non è stato dei migliori. Che senso aveva, infatti, tirare in ballo il debito con la Germania che risale ai tempi del nazismo? Ha detto bene Romano Prodi: «Tu, a Schäuble non lo puoi prendere in giro. È lui che può prendere in giro te, perché è più forte». E allora sarebbe stato il caso di darsi una misura e trattare con meno sbruffoneria.

Ma gli errori più gravi sono di altri e vengono da lontano. Come già accennato, anziché ristrutturare il debito accumulato, insostenibile per la Grecia ma gestibile dall’UE, negli anni passati si è preferito salvare le banche attraverso un intervento del Fondo Monetario. Banche che, guarda caso, erano per lo più francesi e tedesche, che, per altro, avevano speculato in maniera spregiudicata sulla crisi greca. Gli interessi bancari in Francia e in Germania sono bassissimi. In Grecia, invece, giungono fino al 15%. Ciò ha consentito a molti istituti di credito stranieri di acquistare con i soldi dei risparmiatori titoli greci e ricavarne interessi altissimi. Questo, di fatto, è sciacallaggio finanziario, per di più, perpetrato ai danni di un popolo. Ma la corda è stata tirata oltre ogni limite fino a spezzarsi. E ora tocca riannodarla.
L’ascesa al governo di Syriza non è stato gradito dalle signore Merkel e Lagarde, le quali hanno fronteggiato la fermezza di Tsipras e Varoufakis con la convinzione che alla fine – come Hollande e Renzi – avrebbero abbaiato ma non morso. Invece, frau e madame hanno dovuto fare i conti con due kύριος senza cravatta e con la testa dura, che non si sono piegati alla politica dei tagli e maggiori imposte. E non sono mancati neanche colpi bassi nei loro confronti, tanto da confermare l’assioma che tutti i governi dell’Unione si devono allineare alle politiche economiche della Germania. Pena, la messa in mora. Ne sa qualcosa Papandreu. E, per certi versi, pure Berlusconi, ancorché le motivazioni della sua fuoriuscita fossero ben altre.
In questo contesto, è chiaro che Tsipras è un eretico da “mandare al rogo”, perché parla di ideali e non di soldi.

Anche questa vicenda conferma che l’Europa non ha una politica delle idee, ma solo regole aritmetiche. E quel che è peggio sta venendo meno anche la fiducia tra gli Stati membri. Dopo la questione dei migranti, che ha visto emergere i peggiori egoismi nazionalisti, il trattamento riservato alla Grecia ha messo in discussione definitivamente ogni sentimento di solidarietà, che pur dovrebbe essere uno dei valori fondanti dell’Unione. La fiducia è un fattore importante per le relazioni tra cancellerie, in assenza della quale si devono stilare regole complicate e inequivocabili, far ricorso continuo a giurisperiti attenti, attivare i migliori diplomatici anche per questioni che si potrebbero risolvere con una telefonata. Questo ostacola la corretta attività economica e finanziaria e fa funzionare male le Istituzioni.

piazzaLa ribellione dei cittadini ellenici al potere della Troika non è la negazione della realtà. Essi la respingono, ma non la sfuggono. E, se proprio devono partecipare al loro funerale economico-finanziario, almeno non intendono legittimarlo. E hanno piena contezza che, acquisito il risultato del referendum, disoccupazione, pil e debito pubblico sono quelli di prima, l’export è sempre scarso e il turismo, unica risorsa al momento, non ha riscontri esaltanti. Ma chi ha votato SI, lo ha fatto per paura dell’incertezza del domani e chi ha votato NO per timore di nuovi sacrifici. Entrambi temono il futuro e perciò ora cercano di dare sostegno a quel Telemaco in lotta contro i Proci europei. Tutti, tranne Alba Dorata, in attesa sulla sponda del fiume.

Intanto, Varoufakis si è dimesso. Attenzione, però, ha lasciato dopo aver vinto e per togliere ogni alibi a chi lo riteneva un ostacolo. Chapeau! Ora il nuovo ministro dell’economia è Euclid Tsakalotos, e insieme a Tsipras ha presentato il suo progetto di risanamento. Ma le proposte avanzate non possono prescindere da debito, deflazione e disoccupazione. E qualsiasi risposta intendono dare i leader europei non possono prescindere da debito, deflazione e disoccupazione. Qui si tratta di dimostrare al mondo che l’Europa unita è una conquista da difendere e non un fallimento da archiviare. Tutti, quindi, sono chiamati a dimostrare di essere all’altezza delle proprie responsabilità storiche. Ecco perché far uscire la Grecia dall’Unione sarebbe un tracollo politico, prima che finanziario, in quanto si sancirebbe che solo i più forti ne possono far parte.

Perciò, prima di valutare qualsivoglia proposta, è d’uopo accantonare individualismi e posizioni intransigenti per cominciare, una buona volta, a ragionare con le regole della Politica, la quale non presume mai un vinto e un vincitore, ma accordi possibili. E per favorirli è opportuno che il Fondo Monetario e la Banca Centrale facciano un passo indietro e assumano il ruolo di meri consulenti della Commissione Europea, l’unica titolata a trattare con il governo di Atene.
L’alternativa sarebbe un’ulteriore umiliazione del popolo ellenico che potrebbe avere conseguenze imprevedibili e anche tragiche.

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