Migranti

di mimmo — 

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Prima migranti, poi reietti, ma sempre dannati. Fuggono da guerre, tirannie, soprusi, fame. Vanno per mare e per terra e si lasciano dietro un pezzo di esistenza. Sono disposti a tutto, anche a morire pur di trovare una vita degna di essere vissuta. E quando partono è come se entrassero in un tunnel buio, che non sanno quanto è lungo, quali e quante asperità presenta e cosa troveranno all’uscita. Se quell’uscita riusciranno a raggiungerla. Importante è lasciarsi alle spalle gli incubi da cui sono fuggiti. I tormenti futuri li affronteranno dopo.
Sono vittime incolpevoli di scontri, guerre e rivoluzioni altrui. Martiri di capricci e interessi di piccoli e grandi tiranni che non hanno in nessun conto il valore della vita. Quando abbandonano la propria casa per mettersi in viaggio sanno che in tanti, prima di loro, non ce l’hanno fatta e che alcuni di loro non ce la faranno. Ma sono determinati ad affrontare qualsiasi ostacolo pur di raggiungere l’uscita di quel tunnel. E hanno piena contezza che se vi giungeranno, saranno soli con la propria miseria e in compagnia della speranza di trovare una porzione di terra disposta a dar loro ospitalità in cambio di qualsiasi lavoro, sia pur duro e mal pagato. E anche se sono edotti sui diritti dell’uomo e del cittadino, non se ne avvalgono, non reclamano, non pretendono. Soprattutto la parte più fragile, sola e indifesa. Implorano la sopravvivenza. Anelano la libertà. Cercano un luogo dove far crescere sicuri i propri figli. Richieste primordiali, semplici, che hanno un sapore di civiltà, ma anche di sacro.

Poi ci sono le remore di quelli che si sentono “invasi” dagli stranieri. Che avvertono una sorta di minaccia da tanta diversità. Che hanno paura di incontrare il terrorista, l’assassino, il rapinatore, il ladro. Che temono la concorrenza di un posto di lavoro. Che si preoccupano della contiguità, delle complicazioni insite nella convivenza. E per difendersi, stendono il filo spinato dell’intolleranza. Questo, tutto questo, ci fa perdere quell’elementare senso di umanità che in silenzio gridano quelle vite ammassate sui barconi, in attesa davanti a un cancello chiuso o accampati in una stazione ferroviaria. E se poi qualcuno sbatte in prima pagina la foto di un bambino morto sul bagnasciuga ci sentiamo urtati nella nostra sensibilità e facciamo appello alla deontologia giornalistica. No, quella foto non si doveva mostrare. È troppo forte. È oscena. È pornografica! è giunto ad accusare qualcuno. Ma lo scandalo non è la foto, sono le cause che hanno determinato la morte di quel bimbo, che poi è l’emblema di tanti altri come lui, che dovrebbe suscitare la nostra indignazione. E allora quella foto va mostrata in tutta la sua crudezza, perché abbiamo perso la capacità di immaginare il dolore degli altri, e solo quando questo dolore ci viene sbattuto in faccia, la nostra coscienza assuefatta si scuote. E chi è costretto, finalmente, a guardare la dura realtà, assieme all’indignazione deve provare vergogna, perché di fronte a una tragedia umanitaria di queste dimensioni non è consentito girarsi dall’altra parte e far finta di niente.
«Quando l’ho visto ero pietrificata. Quel bambino giaceva senza vita a faccia in giù, tra la schiuma delle onde, nella sua t-shirt rossa e nei suoi pantaloncini blu scuro, piegati all’altezza della vita. Volevo che il suo grido fosse sentito da tutti» ha spiegato Nilufer Demir, la fotoreporter che ha scattato la foto del corpicino morto di Aylan.
Qualcuno ha detto che si tratta di una guerra. Se questo è verosimile, allora il nemico da combattere è innanzitutto l’indifferenza, l’ostilità, la paura di chi si sente “contaminato”, la speculazione politica. E le vittime sono loro, le non-persone, classificate con numeri segnati sulla pelle, come nei tristi ricordi del passato. E come in ogni guerra, ecco gli sciacalli nutrirsi delle disgrazie altrui. Sono i professionisti dell’angoscia, che coltivano e cavalcano le inquietudini per trarne un ignobile reddito elettorale. Buoni ad evocare apocalissi, si guardano bene dal proporre soluzioni. Perché non è la soluzione che cercano, ma alzare muri affinché non si veda cosa c’è dall’altra parte e poterlo raccontare a modo loro. In tv sono stanziali, sempre pronti a disquisire di migranti e rifugiati col solo scopo di alimentare ansia, generare pregiudizi, incutere sgomento. E in assenza di una politica umanitaria efficace, vomitano argomenti utili a dar forma a un’ideologia ”contro” da spendere alla prossima tornata elettorale. Ruspa-nti individui che anziché dare una risposta rassicurante al diffuso sentimento d’insicurezza dei cittadini, speculano sulla disperazione di uomini, donne e bambini, facendoli apparire tutti dei volgari delinquenti, pronti a scannare il primo italiano che gli capita a tiro. E se questo accade, all’indiziato di turno va dato addosso senza appello. Che poi sia innocente o si tratti di un episodio isolato poco importa, è uno sporco negro e lui e tutti quelli che hanno lo stesso colore della pelle meritano una lezione, trascurando che la delinquenza nostrale, grande e piccola, si esercita quotidianamente in nefandezze degne dei peggiori istinti umani.

Senza nulla togliere a una parte di italiani, generosi e solidali da sempre, in questi giorni, cittadini tedeschi e austriaci, hanno gridato chiaro e forte ai loro governanti che vogliono un mondo senza muri e filo spinato e a migranti e rifugiati non hanno chiesto “chi sei?” ma “di cosa hai bisogno?”. Allora, a me è venuta in mente una canzone di tanti anni fa, le cui parole sarebbe bello che ognuno di noi imprimesse nella mente e nel cuore:

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