Il vomito

di Lucio Rinaldini — 

piazza 2Il corso dei Martiri era la strada più lunga, larga ed elegante della città.
Iniziava, e inizia ancora, dalla Reggia ai piedi della collina. Scende per qualche chilometro verso il mare, per tre volte si slarga in piazze racchiuse da palazzi e chiese del Settecento, fino a sfociare nella immensa piazza della Repubblica. Il palazzo del municipio e la prefettura chiudono da un lato la piazza, sull’altro lato la chiesa dei SS. Apostoli con l’esteso colonnato. Giardini, panchine, balaustre di marmo bianco, che affacciano sul lungo mare, chiudono l’ultimo lato della piazza.
In quella sera di metà dicembre la strada era preparata per il Natale. I tappeti rossi sui marciapiedi facevano da guida ai passi lenti della gente. Sulle insegne dei negozi si alternavano abeti e comete luminose. Tutto il corso era coperto da un tetto di piccole lampadine che nascondevano il vero cielo, terso e stellato in quella sera fredda e secca, creandone un altro artificiale.
Due zampognari addossati al muro, assoldati dal Comune o forse dall’Unione dei commercianti, soffiavano nei loro strumenti. Vestivano alla maniera tradizionale. Uno, quello con la zampogna, calvo e anziano, era intabarrato in un mantello nero, portava un cappello sulla nuca che lasciava vedere la calvizie. L’altro, più giovane, indossava una corta giacchetta di pelle di capra, forse finta. Entrambi avevano calzari con lunghi lacci bianchi che risalivano lungo le gambe, fin quasi al ginocchio. I due suonavano gonfiando le guance, rosse per il freddo e lo sforzo, di tanto in tanto si fermavano a riprendere fiato, inumidivano con la lingua le labbra e riprendevano a suonare. Un babbo Natale finto grasso, richiamava l’attenzione dei bambini regalando caramelle e invitandoli a farsi fotografare.
Le donne impellicciate e gli uomini in cappotto di cammello passeggiavano soffermandosi alle vetrine, uscivano dalle boutique con grosse buste colorate. I bambini con giacche a vento e guanti e cappelli sgargianti, mangiavano popcorn caldi e stecche di zucchero filato, l’odore caldo e dolce si spandeva per la strada insieme alle note della zampogna. Il corso era chiuso al traffico automobilistico in quel periodo prefestivo. Solo qualche auto della polizia avanzava lentamente tra la folla tenendo d’occhio eventuali tipi sospetti. Poliziotti a coppie agli angoli delle stradine che portavano verso la collina, fermi con le radio incollate alle orecchie, controllavano che tutto fosse in ordine.

sestriDal corso dei Martiri partivano e si ramificavano verso la collina stradine strette, era tutto un susseguirsi di vicoli e vicoletti, in molti dei quali anche una sola auto aveva difficoltà a passare. Da un lato all’altro degli edifici, costruiti in buona parte in pietre di tufo, alti non più di tre piani, si stendeva una ragnatela di fili utilizzati per stendere i panni da asciugare. La gente che passeggiava per il corso guardava su verso il buio dei vicoli con un senso di fastidio e timore, le coppie di poliziotti agli angoli delle vie riuscivano a dissolvere la paura, ma non il fastidio. Su quelle stradine una volta si aprivano miriade di botteghe artigiane. Il sarto con gli occhialini cerchiati d’oro sulla punta del naso si affacciava alla porta della bottega, nei giorni caldi e luminosi si sedeva ad imbastire sull’uscio, seduto su una sedia impagliata, i piedi sullo scannetto, una serie di aghi infilati nel risvolto della giacca. Il proto sorseggiava il caffè, le mani sporche di inchiostro e il grembiulone nero. Il salumaio, con un enorme lapis sull’orecchio, il macellaio che appendeva salsicce e quarti ai ganci della chianca. Più su si costruivano sedie e tavoli, si batteva il ferro, si riparavano ombrelli, si arrotavano coltelli, si decoravano bicchieri e vasi in porcellana, si fabbricavano, in un vicolo stretto e buio, casse da morto. C’era anche un liutaio che fabbricava chitarre e mandolini, vendeva spartiti musicali.

barista 2Di prima mattina l’odore di fritto, di caffè e di pane appena sfornato, saliva caldo verso la cima della collina. Le donne accompagnavano i bambini a scuola, che camminavano trascinandosi la cartella e mangiando zeppole ricoperte di zucchero, ridevano, correndo davanti alle madri col muso inzuccherato e senza denti.
Alle prime luci dell’alba, mentre il caffettiere metteva sotto pressione la macchina da caffè, uomini giovani e meno giovani scendevano a piedi verso il mare, le colazioni avvolte in carta da giornale, si salutavano con grandi pacche sulle spalle, si schernivano vicendevolmente e si davano appuntamento per la sera. Scendevano a
frotte, correndo, ancora assonnati, verso i tram che li attendevano per condurli alla grossa acciaieria sul mare o verso le industrie alimentari nella zona orientale.
Il sabato e la domenica, giovanotti e ragazze a gruppi o a coppie, intere famiglie, scendevano sul lungomare, passeggiavano sulla litoranea, sulle spiaggette dove i pescatori preparavano le reti per la pesca notturna. Mangiavano gelati e bevevano gassose seduti sul molo, guardando lontano le lampare che si allontanavano. Le coppie si appartavano tra le siepi della villa comunale.

acciaieria 2Adesso l’acciaieria era chiusa, giaceva spenta sul mare, i fumaioli neri, incrostati come le narici di un gigante morto. Le braccia e le gambe protese verso il mare, dove una volta attraccavano navi a caricare tubi, lamiere, cavi d’acciaio. Le gru immobili come uccelli pietrificati da chissà quale cataclisma. Anche l’aria sembrava morta e putrida, su quel corpo spaventosamente grande e altrettanto immobile.
Anche nella zona a oriente non risuonavano più i rumore degli autocarri, non arrivavano più carichi rossi di pomodori, verdi e gialli dei peperoni, né sacchi di fagioli secchi scaricati a spalle, né cisterne d’olio. I fumaioli di pietra rossa, alti e senza fumo, cancelli chiusi con grosse catene già piene di ruggine, vetri rotti dal tempo e dalle sassate.
I giovani non uscivano più di mattina presto, dormivano fino a tardi e vagavano intontiti con i pugni sprofondati nelle tasche, sciatti e disordinati, parlavano poco e solo per venire alle mani. Le botteghe erano buie e vuote e gettavano in strada puzza di cose morte e ammuffite, i topi passeggiavano incauti per le vie.
– Perché, perché? si chiedeva Tommaso, seduto sui gradini della chiesa, dalla quale il vecchio don Vincenzo inutilmente faceva suonare ancora il vespro. Si teneva la testa fra le mani e ripeteva il suo “perché”.
– È come se una epidemia ci avesse infettato, non abbiamo più voglia di parlare, di correre, di pensare. Un morbo che ci consuma il cervello.
Lamberto e Cirillo lo ascoltavano sforzandosi di capire, gli occhi sulla punta delle scarpe.
– Quando è iniziato tutto questo, quando?
Quasi piangeva Tommaso sgranando i suoi perché. E Cirillo con un sorriso spento da ebete:
– Da quando hanno fatto i lavori per il nuovo acquedotto, saranno sette anni a febbraio.
Si staccò dal muro dov’era poggiato e si avviò strascicando i piedi. Lamberto lo seguì senza proferire parole. Tommaso fece forza per levarsi in piedi puntellandosi con le due mani, si alzò il bavero della giacca e si seguì le orme dei due amici.
 Già, l’acquedotto, l’acqua che usiamo per bere. L’acqua, l’acqua.
Un urlo bestiale:
– CI HANNO AVVELENATO L’ACQUA!
Lamberto e Cirillo si voltarono, abituati da qualche tempo agli scatti folli di Tommaso, ma questi lanciò un urlo ancora più violento che spaventò i due amici.
– L’ACQUA. CI STANNO AVVELENANDO!
Si cacciò due dita in gola, un conato violento e gutturale come un vulcano, poi il vomito sgorgò all’improvviso, verde, caldo e potente, come il getto di un geyser.
Cirillo e l’altro, per un attimo restarono interdetti, schifati, non sapendo cosa fare. Poi colpiti in pieno da quello spruzzo cominciarono a rigettare anch’essi.
Si sparsero per i vicoli gridando e chiamando a gran voce amici e parenti.
– NON BEVETE PIÙ L’ACQUA, CI AVVELENANO. DOBBIAMO RIGETTARLA.
La gente usciva dalle case, dai vicoli stretti, dai bassi fetidi, veniva colpita dal getto e a loro volta cominciavano a vomitare. Chiamando e irrorando gli altri in una catena che non aveva fine.
Il vomito si trasformò in una lava che scorreva verso il corso dei Martiri, ma i ragazzi più veloci erano già sul corso prima della lava. Due poliziotti cercarono di fermarli, ma lo spruzzo possente uscito dalla bocca di un ragazzetto piccolo e bruno li sbatté sul selciato, i due si rialzarono e furono di nuovo atterrati, poi ancora e ancora, fino a che loro stessi presero a vomitare e si unirono alla torma di ragazzi.
E tutto fu investito: vetrine e pellicce, ori e addobbi natalizi, babbo natale e zampognari, le auto della polizia, le buste da boutique e i paltò di cammello.
La lava, fatta di gente e liquido, giunse al mare, lambì le alte mura della acciaieria, penetrò sotto i cancelli, scardinò i catenacci, riaprì gli uffici, raggiunse gli alti forni, i moli. Il liquido si gettò nel mare. La gente si fermò a guardare, con un boato si infiammò il primo altoforno, poi l’altro e l’altro ancora, pezzi di materia incandescente ne vennero fuori. I ragazzi raggiunsero i caschi, i guanti, i pinzoni. Le gru sembravano stiracchiarsi, scricchiolavano come articolazioni artritiche.
In lontananza, sul mare, le luci delle navi si avvicinavano.

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