L’assioma bugiardo

di mimmo — 

musulmani 1Quando si dice “musulmano” si pensa spesso a qualcosa di ostile, per associarlo non di rado a “terrorista”. Ormai, basta vedere qualcuno con la barba incolta e dai lineamenti magrebini o una donna col capo coperto per provare una sorta di disagio. Un crescendo di diffidenza e di aggressività, non solo verbale, nei confronti di chi è percepito o è musulmano. In Europa ve ne sono diversi milioni. Tutti terroristi? Via, siamo seri! Un musulmano è semplicemente una persona che segue la religione islamica, laddove muslim, in arabo, significa “devoto a Dio” o anche “sottomesso a Dio”. E nessuna pratica religiosa ha in sé odio, tant’è che anche il Corano ammonisce che chiunque uccida un uomo che non abbia a sua volta ucciso o sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. Perciò chi uccide a caso al grido di “Allah è grande!” bestemmia il suo dio. Il medesimo concetto è stato espresso da papa Francesco: «Usare il nome di Dio per uccidere è una bestemmia». Qualsiasi dio.

Allora, se cerchiamo di guardare oltre, scopriremo un conflitto geopolitico tutto giocato per il controllo del Medio Oriente, dove gli “infedeli” non sono solo gli occidentali, ma anche gli stessi musulmani massacrati dalla furia dei miliziani del Califfo in una sequenza di orrori senza fine, oltre alla distruzione del patrimonio archeologico e artistico locale. Pertanto, prima di parlare a vanvera cerchiamo di capire chi sono gli sciiti, i sunniti, di cosa sta accadendo in Siria, della situazione irakena, il ruolo della Turchia e dell’Arabia Saudita, degli equilibri mediorientali nel loro complesso. Ma discutere con serietà significa prendere atto che le soluzioni non sono dietro l’angolo e che non si può liquidare la questione, o meglio, le questioni dividendo il mondo in buoni e cattivi, laddove tra i cattivi mettiamo i migranti, secondo alcuni, portatori di pericolosi terroristi pronti a farsi esplodere in mezzo alla gente. E non sono certo le posizioni scellerate di personaggi politici come Salvini o le sciagurate scelte editoriali di giornalisti come Belpietro a rendere un buon servizio alla chiarezza e alla distensione.
Nessuno nega che immigrazione e integrazione siano forieri di problemi enormi nella nostra vita di tutti i giorni, ma proprio per questo vanno affrontati con equilibrio e senso di responsabilità, cercando innanzitutto di separarli dal terrorismo. Ma non è demenziale immaginare che uno che ha deciso di compiere una strage in Italia, per giungervi, corra il rischio di morire annegato nel Mediterraneo, piuttosto che entrare nel nostro Paese con tanto di passaporto falso reperibile con facilità nei luoghi di provenienza? Per non dire dei foreign fighters presenti nei diversi Stati europei con tanto di cittadinanza locale.

Il Bataclan di Parigi

Il teatro Bataclan di Parigi

L’orrore provocato dalle recenti stragi sta risvegliando i nostri istinti peggiori facendoci chiudere gli occhi della ragione. La violenza non si sconfigge con la violenza e nessuna guerra si vince solo con le armi. E se il nemico è il terrorismo, non si può pensare di contrastarlo con un bombardamento quotidiano. Questa è pura propaganda, utile soltanto a placare la sete di vendetta ispirata da concezioni superficiali, oltre a fare il gioco del califfato, che non si aspetta altro che i governi colpiti rispondano con misure militari dure e indiscriminate, che assieme alle bombe porteranno nuovi consensi alla causa jihadista.
Per contrastare la pratica del terrorismo è indispensabile cercare di capire le motivazioni che sorreggono la scelta di uccidere uccidendosi. La domanda da porsi è: cosa spinge questi giovani a disporsi al suicidio e, soprattutto, come si fa a dissuaderli? Non è facile comprenderne cause ed effetti, perché le ragioni sono profonde e non sempre razionali. Spesso discendono da conseguenze che a loro volta sono le cause di altri effetti. Ma bisogna provarci. E provarci con tenacia, perché, se è vero che la politica, nella sua espressione più nobile, è l’arte dell’emancipazione umana, è proprio la politica che deve primeggiare. Insomma, come ha scritto Edward Said, scrittore palestinese naturalizzato statunitense e docente alla Columbia University, bisogna creare campi di comprensione, piuttosto che campi di battaglia.

isisSia chiaro, l’opzione militare non è esclusa, ma non può essere l’unica. Nella fattispecie, poi, fare la guerra all’Isis significa riconoscergli la dignità di controparte politica, che in un certo qual modo giustifica ulteriori atti terroristici – imprevedibili e tragici – contrabbandati come altrettante azioni belliche. E bisogna essere molto prudenti prima di mettere in campo leggi speciali, perché esse, inevitabilmente, restringendo la libertà di movimento dei cittadini, conferiscono una sorta di vittoria ai terroristi. Se, infatti, il loro scopo è la destabilizzazione dello status civile e democratico, il loro intento trova piena realizzazione.
Così come dobbiamo smetterla di parlare di guerra di religione o attacco alla democrazia occidentale o, addirittura, di una guerra di liberazione combattuta in nome di Allah. Occorre invece riconsiderare la politica estera dell’Occidente rispetto al Medio Oriente. Non è forse vero che in molti hanno giocato a Risiko in quella parte del mondo cercando di trarne vantaggi economici e finanziari? Si può negare che gli Stati Uniti si sono sempre adoperati per cercare di mantenere le riserve petrolifere sotto il controllo di regimi amici, anche a costo di appoggiare colpi di stato, favorire sovversioni, tollerare eccidi, tacere su soprusi, internamenti e torture? E l’Inghilterra, la Germania, la Francia, l’Italia, la Russia quante armi hanno venduto a chi oggi le rivolge contro inglesi, tedeschi, francesi, italiani e russi? E non solo.

insiemeNei giorni immediatamente dopo la strage di Parigi il nostro premier Renzi ha detto che, tra le altre cose, bisogna mettere in campo un intervento culturale. Non so cosa intendesse lui con questa affermazione perché non è andato oltre impegnato com’era a barcamenarsi sull’opportunità-inopportunità dell’azione militare adottata da Hollande spalleggiato da Putin. Allora proviamo noi a fare un passo avanti: va da sé che un’operazione culturale dovrebbe svilupparsi in maniera bilaterale, vale a dire che se da una parte bisognerebbe cercare di incidere sui tanti giovani che abbracciano la causa del califfato, sulle finalità delle loro azioni suicide e sulla strumentalizzazione a cui sono sottoposti, dall’altra si dovrebbe spiegare ai nostri figli che cosa è l’Islam, cosa rappresenta per i musulmani Allah e chi è Maometto. In questo, le nostre scuole potrebbero avere un ruolo decisivo, anche perché, poi, i ragazzi potrebbero spiegarlo ai propri genitori. Almeno a quelli che sostengono l’assioma musulmano uguale terrorista.
Orbene, se la prima non è molto semplice da realizzare, la parte che ci riguarda potrebbe trovare applicazione da subito con una semplice circolare del ministero dell’istruzione. Ma anche il papa potrebbe fare concretamente la sua parte e andare al di là degli ammonimenti verbali dando disposizioni alle Curie di invitare gli insegnanti di religione a spiegare ai discenti che non pochi precetti del Corano trovano corrispondenza anche nella Bibbia e che, se l’Islam ha in sé una parte di radicalismo efferato, anche il cattolicesimo ha avuto le sue estremizzazioni sanguinarie con l’Inquisizione e le Crociate.

Sarebbe un bel passo avanti sulla strada della pacificazione e della verità storica.

PS: Qui, però, abbiamo un premier che non dirà mai di queste cose e un papa che, se dicesse, non sarebbe ascoltato da vescovi e monsignori. Ricordate il suo appello affinché ogni comunità religiosa accolga una famiglia di profughi? è rimasta pressoché lettera morta.

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2 thoughts on “L’assioma bugiardo

  1. Posso essere d’accordo in linea di principio ..tuttavia desidero sottolineare che la violenza cristiana seppur c’è stata ha connotazioni molto differenti da quella violenza genocida praticata dagli islamisti ….tuttavia è vero che se all’azione militare non segue o non si affianca quella culturale …il fallimento è cosa certa …

  2. I versetti del Corano devono essere citati per intero e non solo quello che si vuole sentire. Già l’esempio riportato “chiunque uccida un uomo che non abbia a sua volta ucciso o sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera.” vieta l’uccisione degli innocenti ma non di tutti gli altri e in pratica dice l’esatto contrario.
    “Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera . E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I Nostri messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra.
    La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso” (5, 32-33)
    In questi due versetti coranici si specifica che:
    1) La prescrizione concernente la sacralità della vita riguarda i “figli di Israele”, gli ebrei, non i musulmani.
    2) La condanna dell’uccisione del prossimo non è assoluta. Uccidere il prossimo è legittimato se si uccide o si è “sparso la corruzione sulla terra”.
    3) I “figli di Israele”, gli ebrei, sono condannati perché “molti di loro commisero degli eccessi sulla terra”.
    4) La condanna per chi non crede e fa la guerra ad Allah e a Maometto, che seminano la corruzione sulla terra, “è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti”.
    È evidente che la sacralità della vita non sussiste nell’islam. Allah nel Corano legittima l’uccisione sia dell’omicida sia di chi “abbia sparso la corruzione sulla terra”. Che sono segnatamente gli ebrei ma anche i cristiani, più in generale i nemici dell’islam. È un caso emblematico della dissimulazione legittimata da Allah nel Corano.

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