I magliari della parola

di mimmo — 

Dal Libro del Siracide (28,18-19): La spada uccide tante persone, ma ne uccide più la lingua che la spada. Fortunato chi è al riparo dei suoi colpi e chi non ha provato il suo furore, chi non ha dovuto portare il giogo della lingua e non è mai stato legato con le sue catene.

wordcloudChe la parola sia un’arma potente è risaputo. Le parole colpiscono sempre il bersaglio. A volte non subito, ma se ripetute, alla lunga penetrano dentro di noi e influenzano, quando non si impadroniscono, della nostra capacità di scelta. A certe parole è difficile resistere, lo sanno bene gli esperti di marketing che ripetono fino allo sfinimento i loro slogan. Perché è così che si evoca un concetto immaginifico destinato a imprimersi nella mente di chi ascolta.

Essere padroni della parola rende la persona autorevole, conferisce una facoltà di persuasione elevata, indirizza gli acquisti e condiziona il voto. Ci sono politici che proprio sulle parole hanno costruito il proprio consenso. E se sono amplificate dalla tecnologia mediatica giungono in ogni dove e restarne indifferenti è difficilissimo. I più bravi le usano con oculatezza e le pronunciano con attenzione, scegliendo il momento e il tipo di uditorio. A volte sembra che le parole passino inosservate, ma poi, basta un niente e ritornano, pronte a disegnare nella nostra mente l’immagine voluta da chi le ha usate. L’immagine di qualcosa di positivo, di importante, che tende a farci stare meglio. E quel meglio deve passare attraverso lui, perché senza di lui quelle stesse parole non assumono la medesima efficacia. Lui, che promette Faremo le riforme come la soluzione di tutti i mali. Che importa se poi quelle riforme non sono una miglioria. Importante è rappresentare una figura retorica diversa e in grado di solleticare il nostro senso di reazione represso.
Anni fa, per rappresentarsi come un novello Ettore Fieramosca pronto a infilzare tutti i Guy de la Motte, Berlusconi Silvio da Arcore ci comunicò che sarebbe sceso in campo. E lo fece al grido di Forza Italia!. Battute che tendono a generare una forma di tifo calcistico, fideistiche come solo l’attaccamento per la propria squadra sa essere. E di rimando, al primo accenno di obiezione, lo stuolo di cortigiani intimò un perentorio Lasciatelo lavorare!

popolo della libertàUna locuzione altisonante fu anche: Popolo della libertà. E chi sarebbe questo popolo? di quale libertà si parla? Nel suo lungo ventennio abbiamo ben compreso che la libertà di poter fare quello che più piace e più conviene a pochi è stato contrabbandato come un concetto universale. Se poi il richiamo è associato al popolo, il tentativo di coinvolgimento è enorme. Ma quanti sono quelli che hanno compreso fino in fondo che l’evocazione serviva solo a legittimare una forma di governo autocratico? Perché la libertà, quella vera, è regolata dalla legge, che è uguale per tutti e si applica in nome del popolo… Parole nobili, ma di complicata attuazione. Proviamo a chiarire. Può dirsi uguale un imputato assistito da un difensore d’ufficio rispetto a un altro che si avvale di un collegio difensivo composto da avvocati di prim’ordine? E l’atteggiamento psicologico di un giudice rispetto a un povero cristo è del tutto simile a quello verso un potente uomo politico, per altro, contornato dai media che danno conto all’opinione pubblica di ogni dettaglio del processo? Abbiamo visto tutti come il cittadino influente le leggi le cambia, le abroga, ne introduce nuove, mira scientemente alla prescrizione. E le fa apparire anche come progresso di civiltà giuridica! E non ci risparmia neanche definizioni improprie, come lodo, per esempio. Secondo il dizionario Treccani, un lodo è la decisione adottata da un collegio di arbitri riunitisi in conferenza personale per risolvere una controversia. Va da sé che gli arbitri devono essere riconosciuti per imparzialità e autorevolezza. È stato questo il lodo Schifani? E il lodo Alfano ha avuto questa peculiarità? Qual era la contesa e quali gli attori? E inoltre, Schifani e Alfano sono persone imparziali e autorevoli? Nella fattispecie si trattava solo di sottrarre un uomo potente dai procedimenti giudiziari a suo carico e far apparire un processo come una banale controversia tra le parti, che non era la discussione tra condomini in lite, ma il dibattimento di un reato tra la Procura della Repubblica e un imputato accusato gravi delitti. Altro che arbitrato!

Un altro capolavoro lessicale è stata la battuta non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, buttata lì come a far passare l’idea che le tasse sono una sorta di taccheggio da borseggiatori di autobus. Ne deriva che, chi le tasse è costretto a pagarle ne prova sollievo, chi invece le tasse le evade si sente giustificato.
È questa la comunicazione per slogan che va dritta alla pancia, che concorre alla politica del nulla, che annuncia ma non dà. Eppure, riceve consenso. Ben lo sa il premier Renzi che questa battuta l’ha ripresa e fatta sua.

reddito di cittPromettere un sostegno a chi temporaneamente ha perso il lavoro ed è in attesa di trovarne un altro è sacrosanto. Così come è giusto che un giovane che ha terminato gli studi e sta cercando un impiego, nell’attesa, non vada a gravare ulteriormente sulla famiglia. Come si può pensare di non essere d’accordo a corrispondere a costoro un sussidio a tempo determinato per soddisfare le più elementari esigenze economiche? Ma perché chiamarlo reddito di cittadinanza? Perché indurre a credere che per il solo fatto di essere cittadini si ha diritto a una retribuzione mensile? Ma esistono delle regole per averne diritto, fanno sapere i proponenti. È vero, ma intanto la gente percepisce un messaggio più ampio e, per questo, è più incline a dare il proprio consenso a chi ne prospetta l’idea. In special modo se questa idea, declinata come un tormentone, tende a predisporre anche chi è scettico ad accettarne la plausibilità. Poi, magari è un progetto irrealizzabile per le casse dello Stato e per le implicazioni sociali che comporta, ma in fondo anche Un milione di posti di lavoro, Ricostruiremo L’Aquila, Sconfiggeremo il cancro, Termineremo entro l’anno la Salerno-Reggio Calabria, Ridurremo la spesa pubblica e il famoso Contratto con gli italiani erano promesse da magliari. Ancorché sono in pochi a crederci, è noto che battute simili fanno colpo sull’immaginazione popolare, che non è insensibile a promesse celestiali. Per altro, anche la garanzia della vita eterna e la resurrezione non hanno fondamento certo, ma il crederci non costa molto. Vai a vedere che tante volte…
Poi c’è Arrendetevi, siete circondati! Una terminologia di guerra per un programma di ribaltamento politico che non riconosce nulla di buono in quello che c’era prima. Noi siamo onesti è il tormentone. Poi ci spiegano che i cittadini sono nauseati dalla vecchia politica e avendo scelto loro come portavoce lavorano per introdurre una comunità di eguali utile a risolvere ogni problema sociale. Ed è pronta anche una ghigliottina metaforica per tagliare le teste ai resistenti, sulla cui lama è inciso Mandiamoli tutti a casa! Però, hanno bisogno della maggioranza assoluta, perché la loro purezza non può essere contaminata da chicchessia. Diciamolo, è un modo per rimanere alla finestra e fare i battitori liberi.

salvini 3E che dire di quello lì che usa la parola clandestino come sinonimo di delinquente? Che distingue il migrante che scappa dalla guerra da quello che fugge dalla fame. Come se morire sotto le bombe o a causa della denutrizione e delle malattie costituisse una differenza fondamentale. E se provi a spiegarglielo, lui si oppone con veemenza, si fa più verde della felpa che indossa e, a mo’ di cazzotto in faccia, ti ringhia: prendili a casa tua!

Un vecchio grido di battaglia era La Lega ce l’ha duro. Credo di sapere a cosa alludesse Bossi quando così latrava in tutti i suoi comizi, ma io ho sempre pensato a un altro organo: il cuore. Un cuore duro, durissimo, che stillava egoismo nazionale per toccare le peggiori corde del suo elettorato. Bastava guardare il ghigno suo e quello dei vari Maroni, Castelli, Borghezio, Gentilini e, oggi, Salvini per capire che i problemi degli italiani in difficoltà erano e sono usati soltanto per metterli in contrapposizione a quelli degli stranieri che vengono da noi. A risolverli, quei problemi, non ci hanno mai pensato, impegnati com’erano a sottrarre denaro pubblico a fini privati.

E la rottamazione? Un termine violento mutuato dal disfacimento di veicoli o elettrodomestici applicato a uomini e donne che hanno un vissuto, una storia, un’esperienza. Valida o meno che sia stata quell’esistenza in politica, per i reclamanti va ridotta a rottame. Non perché non abbia più nulla da dire, ma semplicemente perché ha occupato la scena per troppi anni. A meno che… il “vecchio” o la “vecchia” non vestano i panni del cortigiano, non siano collettori di consensi elettorali o pronti, sia pur dall’opposizione, a mettere a disposizione i propri voti. Per il resto, largo ai giovani-like, anche se privi di idee e proposte. Meglio ubbidienti che capaci. Tanto, la politica del fare la fa il capo. Importante è allinearsi e difendere da gufi e criticoni le sue parole d’ordine: La buona scuola, La volta buona, L’Italia riparte, Noi andiamo avanti.

Forse sarebbe il caso di sottolineare che confondere il significato delle parole è più grave che censurarle.

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One thought on “I magliari della parola

  1. Tutto vero e tutto giusto. Ma di qualcosa bisogna pur morire. L’importante è che alle dichiarazioni di intenti, pure importanti, seguano i fatti, sia pure non tutti quelli che ci si apetta perchè il mondo è bello perchè è vario e quel che mi aspetto io non è lo stesso di quel che aspetti tu.
    Il Vangelo dice che dai frutti riconoscerai l’albero. Finora di frutti se ne son visti pochi. Ma quand’è che i frutti sono stati abbondanti?Dov’è stata la cuccagna, che me la sono persa? Quand’era l’epoca d’oro dei frutti pendenti, delle montagne di cacio? Forse in Pinocchio. Ho l’impressione che piuttosto che attendersi qualcosa da dichiarazioni roboandi di chicchessia, che parla del massimo possibile in paradiso o in alternativa musulmana delle 79 vergini a morte per autosacrificio, sia importante rimboccarsi le maniche e darsi da fare, senza attendersi pappe da niuno. Se poi arriva un piccolo aiutino tanto meglio, altrimenti…ci bastiamo da soli, finchè si può, si deve. That’s the question, caro amico. Il resto è solo presa in giro ed inutile sfogo, un avvoltolarsi nel tentativo autoconsolatorio che non giova a nessuno e crea l’illusione che ci sia qualche manna in arrivo dal cielo. Siamo solo sotto il cielo, lottare bisogna. Lavorare, impegnarsi, provarci, darsi da fare, niente piagnistei. Criticare va bene, sperando in un miglioramento, che però sarà lento come la storia delgi uomini. E chi ha provato ad abbreviarlo ha prodotto mostri, leggi comunismo, fascismo, nazismo. Il secolo prossimo non ci saremo: che si fa, si aspetta? Al lavoro, ad majora, ad fortiora, ad altiora.

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