Altri tempi, altri giochi

di mimmo — 

Direttamente dall’altro secolo vorrei parlare dei miei giochi da bambino.

giochi di stradaNegli anni Cinquanta del Novecento il nostro “parco giochi”, la nostra “sala giochi”, il nostro luogo di svago era la strada. Un luogo senza pareti, dove i giochi erano giochi e non passatempi come la maggior parte di quelli elettronici, in cui prevalgono atteggiamenti solipsistici, che in molti casi danno luogo a preoccupanti nevrosi. Noi invece ci servivamo di semplici strumenti e senza farci possedere da essi, impegnavamo corpo e mente.

In quel tempo il gioco più diffuso era “la guerra”. Sì, “combattere” era il passatempo preferito di noi bambini. Non sembri strano oggi, ma noi venivamo da una guerra vera e l’emulazione del comportamento dei “grandi” non lasciava molto spazio alla nostra fantasia di maschietti. Per le bambine, invece, rimaneva il vecchio gioco delle bambole.

Armi e bambole, infatti, più che preferiti, erano quasi “imposti” dai costumi di allora. L’epoca era post-fascista e, ancorché fossero trascorsi alcuni anni dalla caduta del triste ventennio, una certa cultura bellicista era ancora predominante: gli uomini erano considerati il sesso forte e le donne gli angeli del focolare. Ai bambini armi giocattolo per marcare la loro virilità e alle bambine le bambole per stimolare il loro senso materno e di attaccamento alla famiglia e alla casa.
In un saggio del 1932 intitolato “La dottrina del fascismo” scritto per metà da Giovanni Gentile e per l’altra metà da Mussolini, leggiamo:

guerra 1Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l’avvenire e lo sviluppo dell’umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà – di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l’uomo di fronte a se stesso, nell’alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo così come estranee allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possano avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tempesta il cuore dei popoli. Questo spirito anti-pacifista, il fascismo lo trasporta anche nella vita degli individui. L’orgoglioso motto squadrista «me ne frego», scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano.

Il Duce usava il “gioco della guerra” come preparazione dei giovani al futuro della Patria. E, una volta diventati genitori, in una società che tardava a perdere le sue peculiarità maschiliste e guerrafondaie, regalare ai propri figli quei simboli era pressoché naturale. Basti pensare che per i ‘Balilla’ (nome dato ai ragazzi dagli 8 ai 14 anni iscritti alle associazioni paramilitari fasciste) era stato predisposto un testo dal titolo esplicativo “Libro e moschetto”.
bambina con bambolaLe bambine, invece, dovevano continuare a rimanere legate al focolare domestico, e tanto fu sancito persino in un decreto del Presidente della Repubblica del 1955 in materia di “Programmi didattici per la scuola primaria”, che, tra l’altro, riportava: “Le bambine siano lasciate ai loro giochi preferiti (cura della bambola, sua pulizia, vestizione, acconciatura, ecc.) e vengano addestrate alle più semplici e più facili attività della casa”. Disposizioni abrogate solo nel febbraio del 1985.

calcio per stradaDei nostri giochi, non si può far a meno di menzionare quello “del pallone“, cioè il calcio giocato con il “Superflex”, un palla di gomma, che pochi possedevano e che puntualmente si forava. A quel punto dovevamo fare una colletta per ricomprarlo al proprietario, che preventivamente aveva posto questa condizione per metterlo in gioco.

Poi, c’era il classico e conosciutissimo “nascondino” o “tana”, da noi chiamato “31, salvi tutti!”, perché l’ultimo nascosto, se fosse riuscito a raggiungere la tana senza essere scoperto, salvava tutti. E chi aveva contato fino a 31 per dare il tempo agli altri di nascondersi rimaneva “sotto”, altrimenti toccava al primo scoperto.

In più, la “pista”, “le sette pietre”, “i quattro cantoni”, “la lippa”. Giochi che forse molti ragazzi di oggi non conoscono e dei quali per loro è difficile coglierne l’intima essenza, perché da quando la strada appartiene alle automobili questi giochi è difficile farli.

pista 2La “pista” consisteva nel tracciare sul terreno o sull’asfalto, con una pietra granulosa che lasciava il segno, un circuito con curve più o meno strette, intervallato da una serie di caselle che davano luogo a penalità (torna indietro, torna alla partenza, stai fermo un giro, ecc.). Il gioco era molto simile al più aristocratico “gioco dell’oca”, che però si svolgeva in casa utilizzando uno schema già predisposto su un foglio cartonato utilizzando dei segnalini di plastica. La nostra pista invece si percorreva spingendo con le dita i tappi di stagnola delle bottiglie.

Il gioco dei “quattro cantoni” necessitava di quattro pali o alberi posti a una certa distanza e cinque partecipanti. Sul piazzale antistante il palazzo dove abitavo vi erano quattro pali della luce, posti ai quatto angoli. Sembrava un campo di gioco fatto apposta. Ogni palo era occupato da un giocatore, mentre il quinto si metteva al centro del piazzale. Allorquando gli occupanti del palo si scambiavano il posto, quello in mezzo doveva cercare di raggiungere e conquistare uno dei pali scoperti. Chi restava senza posto, a sua volta, andava in mezzo.

Giocare alle “sette pietre” era molto divertente. Qui però occorreva una palla. Spesso si utilizzava il “Superflex” sgonfio. Inutilizzabile per il calcio, andava benissimo per questo gioco. Si mettevano insieme due squadre di ugual numero di giocatori: due o più. Con sette piccole pietre piatte poste l’una sull’altra si formava una torre, dietro alla quale si poneva un giocatore. Tutti gli altri appartenenti alla sua squadra dietro di lui. Gli avversari si sistemavano di fronte, al di là di una linea tracciata a una distanza di circa tre metri dalla pila di pietre. Uno dopo l’altro facevano rotolare la palla verso la torre per buttarla giù. Una volta abbattute e sparse le pietre, scappavano via tutti, mentre l’avversario impossessandosi della palla la passava rapidamente ai propri compagni che cercavano di colpire, uno a uno, i componenti della squadra avversaria per metterli fuori gioco. Questi ultimi, invece, dovevano schivare i colpi e cercare di rimettere le pietre una sull’altra per ricostruire la torre. Vinceva la squadra che eliminava tutti gli avversari oppure quella che riusciva a rimetter su la torre.

lippa 2E poi “la lippa“, (da noi, a Napoli, chiamato mazza e pivuzo), che consisteva… nel colpire fortemente con un bastone lungo circa mezzo metro una delle due estremità di un tronchetto lungo all’incirca una quindicina di centimetri e dalle punte terminali affusolate: al colpo il tronchetto (pìvuzo) salta, e il giocatore, lestamente, deve colpirlo al volo, spingendolo lontano, ripetendo il gioco dove il tronchetto è caduto e lasciando il suo posto a un compagno ove fallisca il colpo (dal, “Dizionario dialettale napoletano” di Antonio Altamura – 1956).

Un altro “giocattolo” era un il cerchio, un anello di diametro ampio che facevamo rotolare a spinta in una gara che vedeva vincitore colui che riusciva a fargli percorrere più strada. I nostri cerchi, però, erano fatti di… eternit. Sì, proprio quello, il materiale killer tristemente noto per aver provocato la morte di tanti operai che lo lavoravano. L’eternit era un composto di cemento e fibre di amianto che, grazie alla notevole resistenza alla corrosione, temperatura e usura, unita all’estrema leggerezza, fu il più utilizzato in edilizia negli anni ’50-’80. Questa mescola prendeva il nome dall’azienda di Casale Monferrato che lo produceva.
I nostri “cerchi” andavamo a prelevarli, di nascosto, da un piazzale-deposito dello stabilimento ETERNIT poco distante da casa nostra. Terribile, vero? Ancora peggio quando questi nostri “giocattoli” si rompevano. I loro frantumi, le scaglie, la polvere rimanevano sul terreno ed erano diffuse nell’aria spinte dal vento. Naturalmente, nessuno di noi aveva contezza dei rischi e ancor meno conosceva l’esistenza di una tremenda malattia come l’asbestosi e i danni procurati dall’inalazione di questi venefici silicati.

strummoloCon il termine dialettale “strummolo” si indicava un piccolo giocattolo di legno a forma di cono con il vertice costituito da una punta metallica infissa. La sua etimologia deriva dalla parola greca “strómbos”, trasmigrato nel latino “strumbus”, poi divenuta “strummus” con il suo esatto significato di trottola. Sulla sua superficie erano incise numerose scanalature concentriche, nelle quali era avvolta strettamente una cordicella, che rilasciata con uno strappo deciso imprimeva alla trottolina un moto rotatorio. Vinceva il giocatore più abile e in possesso di uno strummolo di miglior fattura, che riusciva a farlo roteare per più tempo degli altri. Se invece lo strummolo era di scadente fabbricazione o risultava fuori centro e quindi non bilanciato, il suo prillare era di breve durata. In tal caso si diceva, con una definizione onomatopeica, che lo strummolo è a tiriteppola. Ma anche una cordicella non sufficientemente lunga impediva ad esso una buona rotazione, che per questo dopo pochi giri sbilenchi si abbatteva su sé stesso.
Al proposito, esiste, nel dialetto napoletano, un’espressione che ben metaforizza una situazione caratterizzata da due contemporanee iatture: “s’è aunita ‘a funicella corta e ‘o strummolo a tiriteppola”.

I nostri giochi, però, non erano sempre innocui ed esenti da pericoli. Andavamo in bicicletta a velocità smodata senza usare il casco. Passavamo dei pomeriggi a costruirci i nostri “carri giocattolo” utilizzando spesso chiodi arrugginiti e con gli stessi “carri” ci lanciavamo lungo discese dimentichi di non avere i freni. Senza contare i pericoli rappresentati dalle automobili, che seppur non numerose, circolavano senza eccessive regole, non essendovi ancora norme sufficienti che ne disciplinassero il traffico. Il primo “Codice della Strada”, infatti, entrò in vigore solo nell’estate del 1959.
Uscivamo di casa al mattino e restavamo fuori a giocare tutto il giorno. I nostri genitori spesso non sapevano esattamente dove fossimo e non potevano raggiungerci col telefonino, perché… ancora non esisteva.
Ci procuravamo abrasioni, lividi, ci rompevamo ossa e denti. Tra noi scoppiavano anche liti. Ma al dolore fisico raramente seguiva il pianto e il più delle volte i nostri genitori ignoravano l’accaduto.
Giocavamo con vermi, lucertole e altri animaletti senza curarci delle potenziali malattie che potevamo procurarci. Difficilmente disinfettavamo graffi e piccole ferite. Naturalmente, febbre, gastroenteriti e disturbi intestinali erano frequentissimi, ma considerati dai nostri genitori inconvenienti ineluttabili, fatalità che facevano parte della quotidianità. E quando un mio compagno di giochi fu dimesso dall’ospedale, ricoverato per aver contratto il tifo, ne menzionava l’evento manco fosse un reduce da una campagna di guerra: «… ma tu lo sai che io sono stato al Cotugno?» diceva gonfiando orgoglioso il petto. Dove il “Cotugno” non era un fronte di guerra, ma l’ospedale napoletano specializzato per la cura delle malattie infettive.

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One thought on “Altri tempi, altri giochi

  1. Bell’intervento Mimmo. Ad ottobre nel mio paesello in provincia di mantova abbiamo realizzato la prima settimana dei bambini rievocando tantissimi dei giochi da te ricordati. I bambini si sono divertiti tantissimo e la partecipazione è stata altissima. Il problema per cui questi giochi sono dimenticati non sono i bambini ma i genitori che hanno smesso di tramandarli e che ogni giorno vietano ai bambini “la strada” per paura di un uomo nero evocato continuamente dalla televisione ma che nella realtà non esiste.

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