C’era una volta un re…

di mimmo — 

berlusconi-reUn re Silvio Berlusconi lo è stato davvero. Re della politica, dell’economia e dell’informazione per oltre un ventennio. Regolarmente eletto dal popolo italiano, dirà qualcuno. Sì, ma subito dopo diventato sovrano a tutto tondo. Si può negare che a comandare in Parlamento sia stato lui? Si può smentire che la quasi totalità dell’informazione stampata e televisiva era ai suoi ordini? Si può trascurare che l’economia e anche la finanza abbiano risentito non poco della sua influenza?

Berlusconi, prima palazzinaro e poi imprenditore televisivo coi favori di Bettino Craxi, diede inizio alla sua carriera politica nel gennaio 1994, quando dalla sua casa di Macherio, guardando dritto nella telecamera, il cui obiettivo era stato velato da una calza di seta per conferire all’ambiente un tono caldo e rassicurante, pronunciò il suo discorso alla Nazione. Egli era seduto a una comune scrivania, con alle spalle alcuni libri, che disposti un po’ in disordine davano l’impressione di non star lì solo per arredare, mentre due cornici d’argento con le foto dei suoi figli piccoli sottolineavano l’importanza della famiglia, subito rimarcata dalle prime parole che pronunciò: «L’Italia è il paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre… »

casa libertà 1Cosa è accaduto dopo è storia nota: la nascita di Forza Italia confluita nella “sua” Casa delle Libertà, dove trovarono posto anche il nostalgico Movimento Sociale Italiano, la reazionaria Lega Nord e l’insignificante Centro Cristiano Democratico tanto per far numero. Una casa di tolleranza reciproca, dove vi erano solo interessi da perseguire. Berlusconi doveva risolvere guai giudiziari e sanare debiti societari, Fini cercava di sdoganare il partito che guidava in attesa di accreditarsi come leader della nuova Destra, Bossi voleva la secessione mascherata da federalismo e Casini vaneggiava la reincarnazione di De Gasperi. Una miscellanea di egoismi, postfascismo, xenofobia e vanagloria tenuta insieme dalla complicità più che dall’alleanza.
Poi l’editto bulgaro, la guerra alla Magistratura, le leggi ad personam, i comunisti “coglioni”, il partito del predellino, la “nipote” di Mubarak, il bunga-bunga, la compravendita di parlamentari, il patto del Nazzareno, l’affidamento ai servizi sociali e la destituzione da senatore. Ma c’era stato anche il “Che fai, mi cacci?” di Fini, il rifiuto di Casini e l’abbandono un po’ forzato e un po’ voluto di Bossi. In seguito, Alfano, Schifani, Quagliariello, Cicchitto, Verdini e persino Bondi hanno rinunciato a una devozione che sembrava incrollabile e lo hanno salutato. Senza contare il distacco di una buona parte di quegli elettori che lo avevano osannato. Ma si sa, molti italiani sono fatti così: eccessivi nelle lodi e facili negli abbandoni.

Nessuno può negare, però, che Berlusconi abbia imposto un nuovo modello di politico e di politica, le cui conseguenze sono tuttora tangibili. Pur essendo, infatti, la nostra una Repubblica parlamentare, egli ha prescritto nell’immaginario collettivo l’elezione diretta del premier, tant’è che Prodi, Veltroni, Rutelli e Bersani hanno sempre accettato la sfida secondo le sue regole e tutti i partiti si sono identificati nella personalizzazione del leader.

cene elegantiDi Berlusconi, oggi rimane soltanto il berlusconismo, inteso non solo come concezione liberistica dell’economia, del mercato e della politica, ma anche come forma di populismo dedita più all’immagine che alla sostanza, in una strategia comunicativa fatta di slogan piuttosto che di concetti. Resta la sensazione di aver sprecato venti anni della nostra storia, e sui miracoli promessi prevarrà il ricordo delle “cene eleganti”, le olgettine e il bunga-bunga. Per non dire della sua presenza sulla scena internazionale caratterizzata da corna e cucù piuttosto che per iniziative di rilievo. I suoi migliori amici sono stati Putin e Gheddafi, mentre Francia e Germania ridevano di lui e il resto dell’Europa evitava qualsiasi accostamento alla sua persona.

Ormai, tra altari e polvere, Berlusconi conta poco sia nel sentimento che nel risentimento popolare. Arranca dietro a Salvini, ma le carte da giocare che gli sono rimaste sono soltanto scartine. Le sue uscite pubbliche hanno del patetico. Sembra un reduce che trascina la sua narrazione stantia e noiosa che nessuno più vuole sentire. Tra i suoi cortigiani resistono solo eterni figuranti che hanno sempre e solo brillato di luce riflessa, che quanto prima cercheranno altrove un salvagente nella speranza di continuare a galleggiare.

Il 2016 sarà un anno intenso. Le elezioni amministrative, il referendum costituzionale, la questione economica e dei migranti, le unioni civili, i nuovi rapporti con l’Unione Europea sono temi di notevole importanza che richiederebbero un confronto tra forze di diversa concezione culturale. Invece in Parlamento c’è una solida maggioranza a cui si oppone un Movimento che non vuole diventare adulto e alcune formazioni reazionarie e incolte.
Forse è questo il più grande demerito di Berlusconi: aveva la possibilità di dar vita a un partito conservatore moderno che avrebbe potuto contraltare l’area di centrosinistra e consolidare la democrazia dell’alternanza, invece, come Saturno, ha divorato tutti i suoi figli e ridotto Forza Italia a un partito che ormai si esprime con le parole isteriche di Brunetta.

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