La fabbrica dell’obbedienza

di mimmo — 

André Durand – Giordano Bruno al rogo

André Durand – G. Bruno al rogo

“La fabbrica dell’obbedienza” è il titolo di un saggio di Ermanno Rea edito da Feltrinelli.
Rea, partendo dalla vicenda di Giordano Bruno, bruciato vivo a Roma in Campo dei Fiori nel febbraio del 1600, perché convinto che la libertà di giudizio è tutto e senza libertà di giudizio la vita non è più un bene, non vale nulla, cerca di analizzare i motivi storici di quella parte dell’Italia corrotta e ridanciana, superstiziosa e corriva, irresponsabile e bigotta. Ma soprattutto ipocrita fino all’inverosimile che nel tempo è diventata servile e opportunista fino al punto di sprofondare in una preoccupante superficialità etica e morale.
Secondo lo scrittore, le radici di certi riprovevoli elementi caratteriali vanno ricercati a partire dalla Controriforma, allorquando la Chiesa intervenne sulla vita socio-culturale dei cittadini per contrastare l’offensiva protestante del luteranesimo. A qualcuno sembrerà esagerato ricercare le radici del lato oscuro e complice degli italiani in alcuni eventi accaduti alcuni secoli or sono, ma la storia è lì a testimoniare che la Chiesa ha giocato un ruolo preponderante nella vita delle persone.

Index_Librorum_Prohibitorum_1Oltre a Giordano Bruno, che dovette subire anche l’onta di papa Leone XIII, che nel giorno in cui fu eretta in Campo dei Fiori una statua in suo onore digiunò per protesta e confermò la condanna inflitta al religioso, c’è il caso di Galilei e Tommaso Campanella, l’Indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) nel quale finirono Dante, Boccaccio, Copernico, Machiavelli, Bacone, Cartesio, Rousseau, Montesquieu, Victor Hugo, Spinoza, Ugo Foscolo, Guicciardini, Petrarca, Giacomo Leopardi, Benedetto Croce, Moravia, Aldo Capitini, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre… … …
Poi il Sillabo, cioè l’ “Elenco contenente i principali errori del nostro tempo” di Pio IX, che conteneva parole ed espressioni da mettere all’indice, tra le quali “liberalismo”, “libertà di religione”, “separazione tra Stato e Chiesa”, “comunismo” e “socialismo”, “ateismo”, “razionalismo”, “naturalismo”… … …
Ma Pio IX condannò anche la Rivoluzione francese e il Risorgimento italiano, scomunicò per ben tre volte Vittorio Emanuele II ed ebbe parole ostili anche per tutti gli italiani che partecipavano alla vita politica del Paese.
E che dire di Pio XI che ringraziò la Provvidenza per averci mandato Benito Mussolini, mentre le sue camice nere distruggevano e incendiavano sedi di partito, giornali, sindacati, cooperative, circoli culturali e teatri, oltre a bastonare dissidenti, imprigionare oppositori e ammazzare avversari politici?
Più avanti, la scomunica dei comunisti del 1949 ad opera di Pio XII, l’art. 7 della Costituzione, il nuovo Concordato di Craxi, l’otto per mille, l’opposizione mai sopita dei Vescovi su divorzio e aborto, le pressioni esercitate dalla CEI su unioni civili, fine vita e inseminazione eterologa.

Sono circa cinque secoli, afferma Rea, che la Chiesa lavora senza sosta sulla coscienza degli italiani, ne modella il carattere, l’orienta, lo domina. Cinque secoli! Uno e mezzo dei quali – anno più anno meno – spesi a seminare terrore, ad accendere roghi, a operare ricatti, a umiliare senza pietà. E aggiunge che essa non ha perso nessuna occasione per spegnere tutto ciò che era alla base del Rinascimento: libertà intellettuale, libertà morale, curiosità scientifica, gusto della bellezza in se stessa, avidità di godere la vita, ricerca appassionata su tutte le idee.

È innegabile che la Chiesa si sia sempre adoperata affinché la politica tenga in pugno il gregge; ne controlli le irrequietezze più pericolose; contenga la domanda di cambiamento (soprattutto quando questa tocchi taluni punti di principio); addomestichi i conflitti sociali; protegga e anzi accresca i privilegi materiali e immateriali del Vaticano; eviti di concedere nuovi diritti a quanti pretendono di stravolgere il sacro statuto della famiglia (il primato dell’eterosessualità) e quant’altro la tradizione ha consacrato come Norma.

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 30-01-2016 - Roma - Italia Cronaca Family day al Circo Massimo Photo Vincenzo Livieri - LaPresse 30-01-2016 - Rome - Italy Family day at the Circo Massimo

Rea, però, precisa anche che in base a quella legge non scritta della reciprocità dialettica delle influenze e dei condizionamenti tra corruttore e corrotto, per effetto della quale non sai mai bene, alla fine, chi sia più colpevole, se l’uno o l’altro, sarebbe ingiusto attribuire ogni responsabilità solo alla Chiesa e trascurare quanto abbiano influito su di essa certi comportamenti degli italiani, fino a condurci in un’Italia sfarinata, aggressiva e senza ideali dei giorni nostri.
Col tempo, una buona parte dei nostri connazionali, che pur vengono dall’Italia dei Comuni e dalla Resistenza, poco inclini alla responsabilità individuale, poco sensibili al nostro destino morale, sempre intenti a tessere compromessi con noi stessi e con il mondo, convinti che la ricetta della felicità stia soprattutto nel conferire deleghe in bianco a chiunque si mostri saldamente in possesso di quel bene ineffabile che si chiama carisma, hanno rinunciato a pensare in proprio e si sono affidati a chi mostrava sfrontatezza e autorità.

È prevalsa così la logica del “lasciami fare che ti lascio fare” applicata nelle piccole e grandi cose, sia nei rapporti col vicino che con i governanti di turno. Insomma, è emersa la peggiore Italia, dove sopruso e ribalderia hanno fatto presto a trasformarsi in istituzione e, di conseguenza, in costume diffuso, comportamento abituale. E l’italiano comune nella sua fragilità perennemente ambigua del suo carattere, la sua vocazione a barcamenarsi tra i problemi evitando il più possibile di esporsi, la sua propensione alla cortigianeria nei confronti dei potenti, la sua avversione per ogni principio etico, la sua preferenza per la burla, nella convinzione che al mondo non c’è nulla, o quasi nulla, di serio, in una sorta di trasmutazione antropologica, da cittadino responsabile ha preferito la condizione di suddito deresponsabilizzato.

Rettori universitari ricevuti Mussolini

Rettori universitari ricevuti Mussolini

Nel 1931 alla richiesta di giurare fedeltà al Fascismo, pena la perdita della cattedra, soltanto 12 professori universitari su 1200 ebbero il coraggio di rifiutarsi. Proviamo a immaginare quale colpo sarebbe stato inferto al regime se i numeri fossero stati opposti.
E che dire di Berlusconi, che le sue battaglie le ha vinte perché agli italiani, o almeno a una parte rilevante di italiani, lui piace così com’è: fanfarone, puttaniere, enfatico, teatrale, arrogante, senza scrupoli. Questo qualifica l’italiano comune privo di senso di responsabilità individuale e collettiva e la libertà sembra che per lui conti meno del bisogno di soddisfare le personali necessità. E non perde occasione di applaudire a chi promette mare calmo e cieli azzurri e a chi conferisce il vago nome di “riforme” ai provvedimenti legislativi che propone (o impone).

Più che popolo dovremmo rivendicare il diritto a essere definiti Nazione. E anche riflettere del perché i politicanti da strapazzo che ci hanno governato negli ultimi anni ci chiamano “popolo”. Non sarà che non vogliono che ci eleviamo al rango di “Nazione”?
Da noi, grazie a una classe politica opportunista e servile, la Chiesa non ha mai rinunciato a mettersi alla testa di battaglie che altrove non ha nemmeno provato ad accennare. Pronta, intransigente e inflessibile nell’intervenire appena lo Stato cerca di estendere libertà individuali che attengono il modo di nascere, vivere e morire, così distratta e timida, a volte perfino muta e assente, quando si tratta di intervenire contro il malaffare, la pedofilia, la vendita di armi e la vicinanza tangibile agli ultimi.

Quanto sarebbe bello invece far proprie le parole di Ernesto Rossi, intellettuale antifascista, che l’8 dicembre 1964 così scriveva:
«Io appartengo alla sparutissima schiera di coloro che credono ancora sia dovere di ogni uomo civile prendere la difesa dello Stato laico contro le ingerenze della Chiesa in Parlamento, nella scuola, nella pubblica amministrazione, e ritengono che quest’obiettivo sia, nel nostro paese, più importante di qualsiasi altro – politico, giuridico o economico – in quanto il suo conseguimento costituirebbe la premessa indispensabile per qualsiasi seria riforma di struttura».

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