Storia e leggenda di una maschera

di mimmo — 

pulcinella 1

Secondo il mito di origine, pare che la maschera di Pulcinella risalga al XII secolo, quando un villano di Acerra, tale Puccio d’Aniello, ammaliato da una compagnia di commedianti che passava per le sue parti, si unì a loro come buffone per vestire un camicione bianco e coprirsi il volto cu’ ‘na sola nera, ossia una maschera di cuoio dipinta di nero. Altre fonti narrano di un falegname chiamato Mariotto Pollicenella che, avendo la bottega accanto alla Sala della Commedia di Silvio Fiorillo, da Capua, disturbava le rappresentazioni teatrali dell’attore. Era il 1609 e il Fiorillo si inventò un personaggio dissacrante e sfottente che potesse mettere in difficoltà il fastidioso e rissoso falegname. Forse rifacendosi anche al vecchio costume bianco e alla maschera nera, nacque nell’ambito della Commedia dell’Arte, Pulcinella, subito protagonista comico di una rappresentazione teatrale dal titolo “La Lucilla costante”.

Può sembrare strano che la leggenda collochi le origini di Pulcinella nella provincia e non nella città di Napoli, ma forse un motivo c’è: il personaggio, per tutto quello che rappresenta, nel bene e nel male, può essere al tempo stesso, familiare ed estraneo; la sua extraterritorialità, infatti, consente di negarsi o riconoscersi in lui.

Fu però solo a cavallo tra il XVII e XVIII secolo che il personaggio “sfonda” e penetra nei cuori dei napoletani. In quegli anni fiorisce a Napoli un teatro di prosa dialettale, espressione di una straordinaria attenzione alla lingua e ai costumi. Avanza una ricca e fertile generazione di teatranti, mentre si rinnovano le strutture cittadine dei teatri. Al San Carlo, per la classe facoltosa, fa da contrappunto il San Carlino, frequentato dai meno abbienti, ma non per questo meno nobile da un punto di vista della produzione artistica. Si afferma anche l’opera buffa, meglio conosciuta come commedia in musica, tanto da far pensare ad una vera e propria “scuola musicale napoletana”.
Insomma, la storia del teatro a Napoli si fa suggestiva interprete della storia stessa della città e della sua vita culturale. E in questo contesto la maschera di Pulcinella trova la sua massima attenzione da parte dei napoletani. Essa rappresentava il popolo, quello più semplice, più umile, da sempre oppresso dai potenti di turno. Ma s’identificava anche in quella “plebe” smargiassa, dissacrante, codarda, e a tratti, anche un po’ volgare. Ma di una volgarità non villana.
Quella “plebe” che doveva districarsi in ogni momento tra i suoi amori e le sue debolezze, le sue gioie e le sue amarezze, i suoi pregi e i suoi difetti. Ed è proprio qui che Pulcinella ben rappresentava alcuni tratti peculiari dell’animo popolare: il barocco popolaresco associato al patetismo, la parodia e lo sberleffo, la carnalità ossessiva e al tempo stesso ambigua, la familiarità col mistero e col sacro, la logorrea astratta e il suo becero controcanto, il doppio senso quasi sempre osceno, la gestualità vivace e pittografica.

Antonio Petito

Antonio Petito

Sempre un po’ oppresso e bistrattato, con la schiena piegata sotto il battere della frusta padronale, un po’ furbo servitore dall’aspetto pseudo-sempliciotto, viveva tra inganni e beffe, tradimenti e colpi di mano, bastonato e bastonatore, cornuto e cornificatore. A tratti popolano imbastardito dall’influenza delle molteplici dominazioni, talvolta ozioso e malizioso plebeo che riduceva tutta la sua vita ad una buona e abbondante mangiata.
E Antonio Petito riuscì così bene a rappresentare questo personaggio che fu definito dalla critica un simbolo delle aspirazioni popolari che finì per insegnare al proletariato ad avere un nuovo rispetto per se stesso ed una serena coscienza dei propri doveri.

Petito era un bravissimo attore che aveva iniziato la sua carriera artistica interpretando le parti di cattivo, e lo faceva talmente bene che una sera uno spettatore, indispettito per il tradimento di Jago (di cui era interprete) ne’ l’Otello, in un impeto di rabbia, gli lanciò una scarpa con una violenza tale da procurargli una grossa ferita alla testa. Alla madre, che voleva far arrestare l’esagitato, l’attore rispose: «Pecchè ‘o faje arrestà? In fondo m’ha fatto ‘o cchiù bellu cumplimento ca me puteva fa!».
La sera del 24 marzo del 1876 mentre stava recitando nella “Dama Bianca” del grande Marulli, un attacco di angina pectoris lo fulminò dietro le quinte. Fu allora adagiato su di un materasso e portato sul palcoscenico dove morì sotto gli occhi di un pubblico addolorato e frastornato che, piangendo e disperandosi, gli tributò l’ultimo ed il più fragoroso degli applausi.

Teatro San Carlino

Teatro San Carlino

Sulle scene, nei panni di Pulcinella, gli successe Giuseppe De Martino (1854-1918). Ancora ragazzo, era stato preso sotto l’ala protettiva del grande Antonio Petito al teatro San Carlino. Don Antonio gli insegnò tutti i segreti della Commedia dell’Arte e Peppino portò il famoso personaggio lontano da Napoli in diversi teatri dell’Italia meridionale. Qualche giorno dopo la morte del suo mentore, il 30 marzo, calzò la gloriosa maschera del maestro e debuttò al San Carlino.
Ma l’avvento sulla scena napoletana di Eduardo Scarpetta con il suo Felice Sciosciammocca, scalzò Pulcinella e De Martino dal teatro San Carlino. Egli concluse la sua attività al teatro Nuovo e morì nel 1918, non prima di aver dato, nel 1913, l’investitura ufficiale di Pulcinella ad un altro grande del teatro partenopeo: Salvatore De Muto (1876-1970).
Figlio del direttore dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, la sua famiglia auspicava per lui una luminosa carriera di chirurgo, ma il giovane Salvatore fu irretito dalle tavole del palcoscenico e, abbandonato il bisturi per la maschera di cuoio nero, si tuffò nel mondo della Commedia dell’Arte onorando brillantemente la nobile eredità per più di quarant’anni, interpretando il personaggio nel modo più autentico, con le sue passioni, i suoi amori, le sue debolezze, la sua gioia, la sua amarezza, i suoi pregi ed i suoi difetti, senza mezzi termini, né compromessi dialettali.

Gianni Crosio

Gianni Crosio

In seguito altri attori tentarono di vestire quei panni, ma con scarso successo, fino a quando Luigi De Martino, figlio di Giuseppe, riconoscendo il talento di Gianni Crosio, che intanto aveva cominciato ad amare ed impersonare Pulcinella dandogli autenticità e vita, volle, il 24 febbraio 1966, fargli dono della gloriosa maschera del padre affinché la riportasse sulle scene. E Crosio lo fece degnamente e con riconosciuta arte.
Gianni Crosio fu anche un valente pittore e un apprezzato poeta e, perdonate la notazione personale, anche un caro amico di mio padre. Egli fa parte dei miei ricordi d’infanzia e a me piace ricordarlo.

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