Perché Sanremo è … … …

di mimmo — 

sanremo-prima-serata-630x419Il festival di Sanremo è ormai un avvenimento, che per quanto si cerchi di caricarlo di aspettative interessa poco o niente. Alla pari di Miss Italia è un rito stanco che dopo la prima serata si trascina in una sorta di galleggiamento tenuto in vita dallo zapping, più alla ricerca dell’ospite interessante che del cantante concorrente. Non è un mistero che da tempo in molti hanno il sospetto che il vincitore non sia il più bravo o la canzone più bella, ma quello che hanno concordato le case discografiche unite in una sorta di cartello. D’altronde, anche il voto a distanza non dà nessuna garanzia di affidabilità. E, alla luce dei risultati finali degli ultimi decenni, quanto meno bisognerebbe considerare chi vota distratto o incompetente, altrimenti non si capirebbe lo scarto che si viene a determinare tra dischi venduti e verdetto dei giurati. Alcuni esempi clamorosi di brani considerati non validi sono rimasti scolpiti nella storia della canzone italiana: da Il ragazzo della via Gluck di Celentano a Una rosa blu di Michele Zarrillo, da Andamento lento di Tullio De Piscopo ad Almeno tu nell’universo di Mia Martini, fino a Vita spericolata di Vasco Rossi, che nel 1983 fu relegata dalla giuria al penultimo posto. Due anni dopo, la stessa sorte toccò a Donne di Zucchero.

Il festival fece il suo esordio nel 1951 allo scopo di promuovere l’immagine e l’economia della città di Sanremo. L’orchestra era diretta dal maestro Cinico Angelini che eseguì venti canzoni interpretate da tre soli concorrenti, Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Presentatore fu Nunzio Filogamo, inventore del motto “Cari amici vicini e lontani”, con il quale usava salutare il pubblico in sala e quello radiofonico.
Le prime canzoni spesso si ispiravano a classici della letteratura, come per esempio il brano La luna si veste d’argento, che si rifaceva a una lirica di Guido Gozzano o Buongiorno Tristezza interpretata da Claudio Villa e ispirata dal romanzo di Françoise Sagan “Bonjour tristesse”. Claudio Villa entrò da esordiente e ne uscì vincitore. Era il 1955 e fu anche il primo anno che il festival fu trasmesso dalla televisione.

Domenico Modugno

Domenico Modugno

Qualche anno dopo, nel 1958, Domenico Modugno spopolò con Nel blu dipinto di blu, forse la più famosa canzone italiana nel mondo, meglio conosciuta con il nome di “Volare”.
Nel 1967, Luigi Tenco propose Ciao amore ciao, che venne eliminata. Appresa la notizia, Tenco, già in preda a una profonda depressione, si uccise con un colpo di pistola nella sua camera d’albergo. Lasciò un biglietto con il quale accusava la giuria di escludere la sua e mantenere in gara la canzone Io, tu e le rose di Orietta Berti.
Alcune edizioni, poi, hanno visto vincenti brani musicali e interpreti che non hanno incontrato un grande favore nel pubblico. Ricordiamo nel 1975 Gilda con il brano Ragazza del sud, nel 1979 Mino Vergnaghi con Amare, nel 1997 I Jalisse con Fiumi di parole, una coppia praticamente scomparsa il giorno successivo alla vittoria.
Mitici sono stati alcuni duelli dove l’agonismo canoro e polemico rappresentato dalle migliori voci italiane appassionava milioni di radioascoltatori e telespettatori. Così come in seguito alcuni interpreti ormai famosi hanno evitato di partecipare alla gara per timore di brutte figure.

Benito Mussolini

Benito Mussolini

Resta il fatto che la nostra canzone è tra le più apprezzata nel mondo. Una canzone che ha una sua storia nobile, che come ogni fenomeno di costume, può essere raccontata sia attraverso i suoi protagonisti che tramite i contenuti, i quali hanno cercato di rappresentare quella complessa realtà civile, sociale e culturale espressa dall’Italia nel corso degli anni. E non è sfuggito neanche l’uso politico di essa. Tripoli, bel suol d’amore (1911), Piave (1918), Faccetta nera (1935) o la più famosa Bella ciao (1943) servirono a sottolineare momenti bellici della storia d’Italia, così come Amor di pastorello (1914) fu usata per esaltare un ambiente agreste, campagnolo, quindi semplice e ingenuo, con lo scopo sotteso di spingere gli italiani ad amare la campagna e l’agricoltura in un momento in cui il regime fascista lanciava la “Battaglia del grano”, un evento piuttosto discusso dell’economia italiana. In tanti ricordano le foto di Mussolini che trebbiava il grano, mentre la propaganda dell’Istituto Luce faceva notare che “il Duce dopo tre ore di lavoro non fosse affatto stanco”.
In altre occasioni le canzoni sono state ispirate dal clima politico del momento. Accadde così nel 1970, quando grandi sommovimenti sociali e sindacali si verificarono nel Paese e Adriano Celentano vinse il festival, insieme a Claudia Mori, con la canzone Chi non lavora non fa l’amore. L’allusione reazionaria a quanto accadeva nelle fabbriche e nelle piazze era più che evidente. Sfruttamento ad uso politico della canzone, che si è ripetuto di recente anche al Family Day, dove è stata rispolverata la vecchia canzone Mamma (1940).

celentano mori

Adriano Celentano e Claudia Mori

Ma capita a volte che certe canzoni evochino periodi della nostra vita individuale e tocchino i nostri sentimenti. O come sostiene Leonard Cohen: “C’è sempre una canzone che ha un significato per qualcuno. Le persone si corteggiano, si sposano, fanno figli, lavano i piatti, tengono duro fino a sera con canzoni che possiamo trovare insignificanti. Ma il loro significato è dato dagli altri. C’è sempre qualcuno che dà significato a una canzone prendendo una donna tra le braccia o passando in piedi la notte. È questo che dà dignità a una canzone. Non sono le canzoni a dare dignità alle attività umane, sono le attività umane a dare dignità alle canzoni”.

Già da diversi anni, il festival sanremese non è più una gara ma una passerella di vecchie glorie irriducibili, giovani in cerca di successo e mezze calzette che si ostinano a rincorrere rivincite. Neanche Elio e le storie tese riesce a graffiare come una volta. Chi vuole ascoltare musica vera lasci perdere Sanremo, da qui ormai passano solo prodotti d’accatto senza nerbo e con scarso talento. L’impressione è che il festival serva solo ai conduttori che lo considerano un tassello importante della propria carriera, anche se questa carriera è stata già costellata di successi. Presentare Sanremo è comunque una medaglia da appuntare al petto. Aggiunta alle altre, ma da tenere in massima considerazione. E più sono, meglio è.
Il resto è esibizionismo, polemica e goffaggine. Qualche litigio vero o presunto e tanto, tanto gossip.

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