Sulla libertà di coscienza

di mimmo — 

Martin Luther King

Martin Luther King

Vorrei soffermarmi sul senso esistenziale delle parole libertà e coscienza. So bene che è un terreno scivoloso che va affrontato con una buona dose di giudizio e ponderazione, ma io vorrei provarci comunque, anche perché cercherò di mantenermi sul versante politico, e specificatamente riflettere sull’interrelazione tra eletto ed elettore in tema di libertà di mandato.

Che cos’è la libertà dovremmo saperlo tutti, ma non sempre è così. Per definizione, la libertà è la facoltà di pensare, operare, scegliere in modo autonomo. Ma non comunque e quantunque. “La mia libertà finisce dove comincia la vostra” ebbe a dire Martin Luther King. E forse in questa affermazione c’è il concetto pieno e limitante della propria autonomia.
E la coscienza? cos’è la coscienza? Qui il concetto è più complesso, ma non essendo il caso di addentrarci in percorsi filosofici mi limito a dire che essa è la consapevolezza del valore morale del proprio operato.

Orbene, l’art .67 della Costituzione prevede che il singolo parlamentare rappresenta la Nazione, non chi lo ha eletto e nemmeno il partito di provenienza. Il concetto è nobile, ma del tutto teorico. Sappiamo tutti che è difficile prescindere dal partito di appartenenza e forse non sarebbe nemmeno utile. Ognuno per sé e Dio per tutti è un modo egoistico di operare che farebbe assomigliare il Parlamento a una moderna Torre di Babele. Noi però vogliamo capire dove cade la linea di confine tra le proprie convinzioni filosofiche e le scelte a cui si è chiamati nell’esercizio del proprio mandato. In particolare, quando si tratta di legiferare in materia di nascita, modo di vivere e morte, perché è qui che entra in gioco la libertà di coscienza, che può essere autentica, ma anche “cosiddetta”.

Eleanor Roosevelt

Eleanor Roosevelt

La libertà di coscienza consiste nella possibilità di agire in sintonia con le proprie convinzioni interiori, etiche e religiose. Essa è così importante che è stata posta alla base della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.
Tutti gli esseri umani nascono liberi. Vale a dire che la libertà è associata all’uomo. È la sua primordiale prerogativa. È la condizione naturale che gli appartiene e che nessuno ha il diritto di negare. E se non si può negare non si può neanche concedere, perché la concessione presuppone che qualcuno la detenga per conto di un altro in un rapporto di sudditanza o ricatto. Applicare ad essa una “catena” che si allunga o si accorcia a piacimento ovvero convenienza, è immorale. Se poi questo qualcuno è un capo di partito che la utilizza a fini tattici per ottenere maggiore consenso o creare difficoltà agli avversari, all’immoralità si aggiunge disonestà intellettuale e slealtà politica.

La libertà di coscienza, come ogni altra forma di libertà, è un valore. Ma non è tale se vi si ricorre per ledere prerogative altrui. Pertanto, andare in piazza oppure organizzare presidi per limitare l’estensione di diritti in nome di una coscienza costruita su principi personali è un sopruso. Agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza significa adoperarsi affinché tutti possano godere dei servizi che la società mette a disposizione solo di alcuni. E se l’esercizio della mia libertà di coscienza intralcia, impedisce o nega, devo fermarmi e riflettere fino a che punto posso spingere le mie azioni. A maggior ragione se si tratta di un pubblico ufficiale, un medico, un avvocato, un ricercatore, un magistrato o anche un politico chiamato a legiferare norme atte a regolare la vita individuale e collettiva.

medicoMa, si dirà, la libertà di coscienza è la summa della libertà di pensiero, di opinione e religiosa, per cui se sono in gioco valori che attengono le intime convinzioni, obiettare deve essere lecito. Indipendentemente dall’attività svolta.
Obiettare è lecito, ma se l’obiezione presume il diniego, oltre a valutare le ricadute consequenziali sugli altri, sarebbe anche giusto che vi fosse equipollenza di trattamento tra le varie categorie di lavoratori interessati a un’eventuale riserva. Nel caso di incarichi militari, un cittadino che non vuole usare un’arma contro un proprio simile ne è dispensato, però gli viene inibita la possibilità di entrare a far parte di un istituto analogo (polizia, carabinieri, esercito, ecc.). Invece, un medico che si rifiuta di praticare aborti, beninteso secondo quanto previsto dalla normativa vigente, non subisce alcuna conseguenza. Un avvocato può rinunciare a patrocinare una causa di divorzio, ma un giudice non si può esimere dal trattarla, e guai se la sua sentenza non fosse ispirata unicamente alla legge. Al contrario, chi le leggi è chiamato a farle può obiettare, opporsi, votare contro, insultare, firmare petizioni, scendere in piazza, tentare di impedire, invocare il padreterno, associarsi a vescovi e cardinali, lanciare anatemi… A lui è consentito utilizzare ogni armamentario, proprio e improprio, per cercare di imporre la personale convinzione di cosa sia giusto e cosa sbagliato. Eppure un politico non è stato arruolato in un fantomatico esercito della salvezza, né siede in Parlamento per tutelare gli interessi dei suoi correligionari. Egli è lì per cercare di interpretare le nuove esigenze che scaturiscono dalla società in evoluzione e garantire a tutti gli stessi diritti. In questo senso rappresenta la Nazione. E forse sarebbe giusto che, trovandosi di fronte a proposte che intervengono sulla nascita, la vita e la morte delle persone, per evitarsi scrupoli di coscienza, si esimesse dal partecipare al voto. Faccia pure la sua battaglia etica in nome delle proprie convinzioni filosofiche, morali e religiose, si impegni anima e corpo nel confronto, porti in ogni luogo le proprie ragioni, esponga i suoi principi, ma non sia d’intralcio all’estensione di diritti: al momento del voto lasci l’Aula e rinunci a votare.

Family-Day1Portare le proprie guerre di religione nelle Istituzioni è segno di oscurantismo, e non è di crociate che abbiamo bisogno. È accaduto in un passato remoto e anche recente. La legge sul divorzio fu osteggiata sostenendo che avrebbe sfasciato le famiglie, quella sull’interruzione della gravidanza avrebbe indotto le donne ad abortire allegramente e nella triste vicenda di Eluana Englaro si è giunti alle speculazioni più atroci nei confronti di una ragazza e della sua famiglia. La stessa cosa si sta verificando con la legge sulle unioni civili e l’adozione del figlio del partner.
Insomma, se per alcuni ancora una volta si stanno aprendo le porte di Sodoma e Gomorra, i dati ci dicono che siamo sempre gli ultimi a entrare nella civiltà della convivenza.

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