Samila e Lulù

di mimmo — 

Samila 2– Io, questa qui in casa mia non ce la voglio! È chiaro?
– Ma papà, questa qui, come dici tu, si chiama Samila.
– Non mi interessa come si chiama. Io, con certi personaggi conciati in quel modo non voglio averci a che fare.
– E tu ignorala, non ci parlare. Ma, per favore, non trattarla male. È una mia amica e io ti chiedo solo di avere più rispetto.
– Rispetto, rispetto. Questi vengono in Italia e pretendono d’imporci le loro regole. Hanno riguardo per noi? E poi, da come la guardi, a me sembra che sia più di un’amica.
– E se fosse?
– Tu sei matto, ragazzo mio! matto da legare! Levatela dalla testa. Io una tipa così non ce la voglio tra i piedi. Come devo dirtelo?
Si sentì aprire la porta d’ingresso con la chiave.
– Ma si può sapere cosa succede? ti si sente urlare dalla strada!
– Oh! Mamma, per favore, vuoi dire a papà di comportarsi in maniera più ospitale.
– Più ospitale? e con chi?… Chi è questa signora?
– La “signora” è una sua… amica… diciamo così.
– Che significa “sua amica”? Non mi dire…
– Nooo! Anche tu, mamma! ma non è possibile!
– Ascolta, Maurizio, è meglio che vada via. Ci vediamo domani all’università.
– No, Samila, ti prego di restare e scusare i miei genitori. Sai sono un po’ prevenuti. Vedrai che appena ti conosceranno…
– Qui non c’è da fare nessuna conoscenza. Arrivederci… signorina, arrivederci.
– Credo che tuo padre abbia ragione. È meglio che la tua amica ci lasci, anche perché noi dobbiamo parlare.
– Io vado, Maurizio. Se avete qualcosa da dirvi, è meglio che lo facciate tra voi. Ciao! – poi, rivolta ai suoi genitori – Vi auguro la buona giornata, signori. – Samila fece un leggero inchino a mani giunte e andò via.

yorkshire 1Giuseppe andò a sedersi sulla poltrona di fronte al televisore e l’accese. Lulù era rimasto tutto il tempo accovacciato accanto alla finestra. Aveva osservato tutta la scena ruotando i suoi occhietti, ora da una parte ora dall’altra. Spiccò un salto, si accucciò sulle gambe di Giuseppe e cominciò a leccargli le mani.
– Su, piccolo mio, non ti spaventare, è andata via – e lo accarezzava.
Il cane, nel suo folto pelo bianco e nero si distese e guaì.
– Sia detto una volta per tutte: quella specie di fantoccio, qui non deve mettere più piede. In casa mia non voglio vedere persone con stracci in testa!
– Papà, quello che tu chiami “straccio” è un indumento tradizionale iraniano che le donne indossano quando devono comparire in pubblico. Si chiama “hijab” e rappresenta un modo per conformarsi alla legge islamica. E indossarlo, non è sempre costrizione ma anche un modo di affermare la propria identità. Ad alcune donne, poi, dà un senso di protezione.
– Sciocchezze! le nostre donne non hanno alcun bisogno di simili indumenti, né tanto meno glielo impone la religione o i loro uomini.
– Tu dimentichi, papà, che tua madre non si mostrava mai in pubblico senza il suo cappello con la veletta davanti agli occhi. Una volta le chiesi il motivo, e sai cosa rispose? Che il nonno così voleva! che era un’usanza dei suoi tempi. Senza contare, che molti abiti da sposa hanno un velo che copre testa e viso. Anche la mamma, nel giorno del vostro matrimonio, era vestita così!
– Ma cosa centra? era la moda che lo imponeva!
– E no, mio caro. Per la verità, non era solo la moda. Io ricordo bene che avrei voluto sposarmi a capo scoperto – intervenne Rosaria. – Avevo dei capelli bellissimi, lunghi fino alla vita e avrei voluto mostrarli, ma, sia mio padre che tu, me lo impediste. Ricordo ancora le parole di mio padre: “Solo le svergognate vanno a sposarsi senza il velo bianco!” E tu, quando te lo dissi, mi apostrofasti in malo modo: “Io voglio sposare una vergine, non una puttana!”.
foto_reportage_bianco_e_nero_foto_reportage_sposa_con_velo– Ma erano altri tempi! si usava così! E poi, per noi era diverso.
– Sì, diverso… In quei casi veniva fuori il talebano che era in voi.
– Che non è mai scomparso – chiosò Maurizio.
– Insomma, basta! non voglio parlarne più! Tu sei italiano e lei appartiene a un mondo che ci è estraneo. Da noi si dice: “moglie e buoi… “
– Benedetto figliolo, anche se mi costa fatica ammetterlo, tuo padre ha ragione. Noi apparteniamo a un’altra razza! Lasciamo che quelle persone vivano con i loro simili. Insomma, con tante belle ragazze…
Maurizio non replicò. Uscì. Quella sera non tornò per l’ora di cena. I genitori l’aspettarono a lungo preoccupati. Quel ragazzo dava loro molti pensieri. Sì, aveva sempre studiato, aveva preso la maturità a pieni voti e ora frequentava l’università con impegno, ma cammina dieci centimetri sollevato dal suolo, perdio! Anche la facoltà che aveva scelto, non era di quelle che avrebbero preferito loro: Filosofia! A cosa servirà una laurea così? Sarebbe stato molto meglio Ingegneria o Medicina. Anche Giurisprudenza non sarebbe stata male. Invece no! il sognatore aveva voluto iscriversi a Filosofia. Vuole fare il filosofo, lui! E filosofando, filosofando, ci porta in casa una con uno straccio sulla testa. E pretende anche che noi l’accettiamo di buon grado! Cose da pazzi!

L’indomani la madre si alzò presto. Giuseppe era già sveglio. Seduto in cucina, guardava nel vuoto, come se dormisse a occhi aperti. Rosaria gli diede solo un’occhiata, poi avvertì la presenza di Lulù accanto ai piedi.
– Buongiorno, amore. Dormito bene? – lo accarezzò e prese il latte dal frigo. – Adesso la mamma ti prepara subito la colazione.
Glielo versò nella ciotola insieme ai croccantini e andò verso la stanza di Maurizio. Aprì con cautela la porta e guardò verso il letto. Il ragazzo era al suo posto: dormiva. Tranquillizzata, preparò il caffè. Poi, accese il televisore. Stavano trasmettendo il telegiornale.
rissa“Nella notte alcuni extracomunitari hanno dato vita a una vera e propria battaglia: alcuni magrebini e un gruppo di cinesi sono stati i protagonisti di una gigantesca rissa. Pare che alla base dello scontro vi sia l’interesse a controllare il territorio per motivi commerciali”.
La notizia attirò l’attenzione di Rosaria. Anche Giuseppe volse lo sguardo verso la fosforescenza dell’apparecchio e prestò ascolto.
– Ecco, vedi, sono sempre loro che provocano incidenti. Non sanno far altro! E quel campione di tuo figlio ce li porta anche in casa!
Lulù, che aveva finito di mangiare, nel sentire la voce del padrone, si accostò e strusciandosi sulle pantofole, gliele leccava. Giuseppe lo prese in braccio.
– Oh, piccolo mio, meno male che ci se tu a consolarmi. Con te posso dire quello che voglio e non perdi occasione per mostrarmi il tuo affetto. È proprio vero che ci si può fidare più degli animali che degli uomini – e andò a sedersi sulla sua poltrona.
– Portami un po’ di caffè! Mi raccomando, ben zuccherato – dato il tono, più che una richiesta, sembrava un ordine.
– Non sono mica la tua serva? Puoi anche prenderlo da solo il caffè – rispose sgarbata Rosaria.
Loro erano così. Lui parlava alla moglie sempre in maniera sgraziata. Lei gli rivolgeva la parola di rado e con asprezza. Non si scambiavano mai impressioni e meno ancora consigli. Non li accomunava nulla se non il cane. Lulù era il loro punto di unione. Sembrava che si trovassero ai vertici di un triangolo isoscele: agli opposti di base, c’erano Giuseppe e Rosaria, mentre Lulù occupava il punto di unione dei due cateti. La base, di lunghezza maggiore, era tratteggiata, mentre i due lati che portavano al cane, marcati in grassetto. Nella comunicazione assumevano un tono disteso solo se l’argomento trattato era il cane. In tutti gli altri casi, l’accento era piuttosto ruvido.
Intanto Maurizio si era svegliato. Si preparò la colazione in silenzio. Si cambiò e uscì senza neanche salutare, né dire dove andasse. Era ancora risentito. La voce della madre lo raggiunse per le scale.
– Ehi, aspettami, vengo con te che devo portare Lulù dal veterinario. È vicino all’università.
– Allora sbrigati che faccio tardi: ho un esame stamattina.
Rosaria si affrettò. Prese in braccio Lulù e raggiunse Maurizio, che già era in macchina.
– Ma il veterinario di Lulù non è a due passi da qui? – chiese con freddezza il ragazzo.
– Non vado più da quella specie di macellaio. L’ultima volta, ha fatto una iniezione al mio piccolino senza alcuna tenerezza. Lo ha afferrato e, mentre il suo assistente lo teneva fermo con forza, gli ha infilato l’ago come un coltello. Lulù ha sofferto molto. Avresti dovuto vederlo mentre guaiva dal dolore. La mia amica Sandra mi ha detto che proprio nei pressi dell’università c’è un ambulatorio con medici competenti e umani. Trattano gli animali benissimo, con amore e pazienza. Voglio provare ad andar lì, questa volta.
Il traffico, quel giorno, non era eccessivo e in poco tempo raggiunsero la zona universitaria. Maurizio parcheggiò e si incamminò insieme alla madre. L’ambulatorio veterinario si trovava proprio di fianco a un ingresso secondario dell’ateneo. Madre e figlio si salutarono con un borbottio e ognuno imboccò la propria porta.

scippoUn’ora dopo, Rosaria uscì soddisfatta e diceva fra sé che in futuro avrebbe portato il suo Lulù sempre lì. La fermata dell’autobus era dall’altra parte della strada. Si fermò al passaggio pedonale, proprio nei pressi del portone dell’università, in attesa che il semaforo desse il segnale di attraversare. D’improvviso si sentì strattonare con violenza. Una persona, con un casco integrale, tentava di strapparle la borsa. Uno scippo! Rosaria strinse il braccio a sé, mentre con l’altro cercava di tenere Lulù. Gridò forte per attirare l’attenzione dei passanti. Nessuno intervenne. Forse più per paura che per la sorpresa. Lulù, liberatasi dalla stretta della padrona, scappò sotto una macchina in sosta. Si udì una voce a distanza: “Chiamate la polizia!”. Rosaria strillava dalla paura e dal dolore. Lo scippatore le dava pugni sul braccio e sulla mano per farle abbandonare la borsa. D’un tratto, anche lui diede un urlo di dolore. Una ragazza si era avventata sul braccio che strattonava Rosaria mordendolo con decisione. L’uomo, colto alla sprovvista, mollò la presa e se la diede a gambe. Rosaria cadde a terra intontita, mentre la ragazza tentava di sorreggerla. Intanto i passanti si erano avvicinati e ognuno dava il suo suggerimento: “Sollevatele la testa”, “No, meglio le gambe”, “Datele un po’ d’acqua”, “Chiamate un’ambulanza”.
Poi Rosaria si riprese e guardando la sua salvatrice, esclamò:
– Ma tu sei…
– Non si agiti signora… Sì, sono Samila. Vuole andare in ospedale?
– No, sto bene. Voglio andare a casa… a casa mia.
Samila chiamò un taxi. Rosaria, aiutata da due persone, si alzò ed entrò nell’auto. Lulù uscì dal suo nascondiglio e fece un balzo accanto alla padrona.
– L’accompagno a casa – disse Samila chiudendo la portiera.
Rosaria era frastornata. Il tentato scippo, la violenza subita, il senso di rabbia e l’inatteso salvataggio della ragazza, avevano messo a dura prova il suo equilibrio nervoso. Inoltre, le doleva molto il braccio per le percosse ricevute. Giunte a casa, Samila aiutò Rosaria a scendere dal taxi. Il portiere dello stabile, nel vederla malconcia, le andò incontro.
– Ma che è successo signora? Venga, si appoggi a me.
Uscì anche il secondino. Entrambi la condussero all’ascensore e poi al suo appartamento. Giuseppe, nel vederla, si spaventò. Con l’aiuto dei suoi accompagnatori, la donna, raggiunse una poltrona. Lulù, che le camminava accanto, saltò sulle sue ginocchia. Lei l’accarezzò.
– Amore di mamma. Se non ci fossi tu, non so proprio come farei. Vedi? l’umanità è cattiva, molto cattiva! Guarda che hanno fatto alla tua mammina – e gli mostrò il braccio illividito.
– Ma che ti è successo? Un’aggressione? – chiese Giuseppe.
– Volevano scipparmi la borsa… La borsa? Dov’è la mia borsa? – gridò.
– È qui, signora, non si allarmi» – disse il portiere porgendogliela – me l’ha data quella ragazza col capo coperto che l’ha accompagnata. Me l’ha consegnata ed è andata via in taxi».
– La ragazza? Aveva lei la mia borsa? Giuseppe, guarda un po’ se c’è il portafogli e il cellulare. Non vorrei che nel trambusto…
– Il portafogli è qui. Il telefonino invece…
– Lo sapevo! Ha approfittato della situazione e mi ha rubato il cellulare. Ma io la denuncio! La mando in galera!
– Il telefonino, invece… – continuò il marito – è di là, in camera. Per la fretta l’hai scordato…
Rosaria lasciò Lulù, che scappò via, e si coprì il viso con le mani. Forse si vergognava.

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