Che ‘cosa’ è?

di mimmo — 

renzi-direzione-pdMa il Partito Democratico che cosa è? un comitato elettorale? un associazione di affaristi? un centro di potere? un trampolino per politici rampanti? una casa senza porte? un’arena di litiganti? un carrozzone al seguito di Mangiafuoco? un bar-sport dove si gareggia a chi la spara più grossa? una terra di conquista? un ascensore per raggiungere posti di potere? una caserma? una prateria? un deserto? ……… Insomma, che cosa è?

A me, francamente sembra un caravanserraglio. Un luogo dove ciascuno può fare tutto e di tutto. Senza regole e senza considerazione alcuna per gli altri. Un palcoscenico dove ognuno recita la parte che preferisce, pronto a dare il meglio o il peggio di sé stesso in performance singolari, quando non improvvisate e stravaganti.
Un rassemblement (francesismo per non dire ‘accozzaglia’) di personalità, personaggi e – per usare un lessico dem – ‘personaggetti’ più o meno lontani dal partito in quanto istituzione di rappresentanza democratica. Partito, il Pd, che essendo riconducibile a un’area di centrosinistra, dovrebbe mettere in campo una progettualità progressista e inclusiva dei diritti di tutti. Invece siamo in presenza di un contenitore dentro il quale tutto si muove nel disordine assoluto, senza alcun dovere o responsabilità, sia individuale che collettiva, dove la passione spesso diventa patetismo e il tornaconto prevaricante. Si parla e si sparla a ruota libera in una gara di protagonismo tra detrattori senza progetti e sedicenti riformisti, tutti impegnati a quagliare il nulla e a squagliare il tutto. Oggi, il Pd, più che una formazione politica, sembra un club privè dove alcuni sono graditi e altri sopportati. E quello che viene alla ribalta delle cronache è litigio tra gruppi di cortigiani e oppositori dall’intransigenza verbale e cedevolezza compromissoria. Né mancano comportamenti personalistici, affaristici e corruttivi.

Tutta colpa di Matteo Renzi? Assolutamente no. Quanto accade oggi è l’effetto di un vuoto precedente cominciato con il cosiddetto partito liquido. Ma avere oggi un Segretario che non ha nessuna religione politica non può migliorare la situazione. Per altro, se il Pd fosse stato un partito strutturato, Renzi non se ne sarebbe impadronito con tanta semplicità. Ma anche se lo guida, non lo governa. E nemmeno lo rappresenta.
Da dominus, dopo aver collocato una serie di luogotenenti nei posti chiave, ha blandito con incarichi lucenti, ma inutili, alcuni oppositori della prima ora. Subito dopo ha fatto capire alle minoranze che contano i numeri piuttosto che le idee e, soprattutto, che a comandare è lui. Recepito il messaggio, anche chi non lo era mai stato si è subito convertito al renzianesimo, mentre la rottamazione è rimasta solo una suggestione per allocchi. Nel Pd targato Renzi si può essere giovani o vecchi, matricole o politici navigati, indagati o immacolati, opportunisti o qualunquisti, l’importante è stare dalla sua parte. O fingere di esserci. Poi si vedrà.

Walter Veltroni

Walter Veltroni

Qualcuno obietterà che queste sono considerazioni catastrofiche, ma affermare che il Pd non è un partito, non mi sembra una scoperta dell’ultim’ora. Nato male con Veltroni, non è andato meglio con Franceschini. Ha segnato il passo con Epifani e si è frantumato con Bersani. Renzi ne ha raccolto i cocci e li ha assemblati a modo suo, facendo capire dal primo momento che l’obiettivo non era il Nazzareno, ma palazzo Chigi. Oggi fa il Segretario politico quando ne ha tempo e voglia, mentre la sua corte si sbraccia per interpretarne il pensiero, salvo essere smentiti se il vento della convenienza mediatica lo richiede.

Eppure, un Segretario ha il dovere di costruire un progetto politico intorno a un partito unito, nonché favorire l’affermazione di una classe dirigente di alto profilo. Altresì, deve mostrare la sua autorevolezza attraverso il carisma piuttosto che farlo discendere da un autoritarismo sostenuto da una maggioranza di vassalli plaudenti. Un Segretario incoraggia la discussione a trecentosessanta gradi e fa di tutto affinché le decisioni scaturiscano da un confronto vero, senza mai trascurare le posizioni dei dissenzienti. Un Segretario analizza tesi e antitesi con rispetto, prima che queste vengano superate dalle risoluzioni finali. Soprattutto, cerca di evitare la conta attraverso il voto per non cristallizzare le divisioni.
Questo fa un Segretario di partito. Questo non fa Matteo Renzi.

Un Segretario evita di assumere su di sé anche l’incarico di Premier e non si costruisce una Segreteria a sua immagine e somiglianza, che poi si comporta come un’agenzia di supporto al Governo. Un Segretario non impone una discussione negli organismi dirigenti in tempi contingentati per poi giungere rapidamente al voto con gli stessi criteri di un’assemblea di condominio. Un Segretario non cerca la fedeltà, ma la lealtà. Un Segretario non tratta da disfattisti quelli che non sono d’accordo con lui, dividendo il partito in renziani e antirenziani.
Questo non fa un Segretario di partito. Questo fa Matteo Renzi.

Con tali presupposti, non può meravigliare che in periferia non si discuta più e i circoli, quando non sono deserti, sono dediti all’affarismo. Gli iscritti che si riconoscono in una filosofia di Sinistra sono sempre meno e le migrazioni da realtà antitetiche sempre di più. Ma questo non sembra preoccupare nessuno. Importante è rimpinguare la maggioranza parlamentare senza eccessivi scrupoli e allargare il consenso elettorale.

Vincenzo De Luca e Michele Emiliano

Vincenzo De Luca e Michele Emiliano

Se poi, lontano dal centro nascono feudi incontrollati che fanno il bello e il cattivo tempo, perché meravigliarsi? Perché stupirsi se notabili locali, che non rispondono a nessuno e ancor meno a una disciplina di partito, si arrogano il diritto di fare e disfare in nome di un falso concetto dell’autonomia territoriale? Si creano situazioni imbarazzanti e difficili da sbrogliare? sarà l’oblio mediatico a farle decantare.
Ne deriva che le primarie diventano un modo pseudo-democratico di interpretare i desideri dell’elettorato. Senza regole chiare, diverse da luogo a luogo, cambiate a seconda delle convenienze contingenti, spesso inquinate, sono invocate con forza dai maggiorenti locali perché sanno di poterle vincere in forza della propria rete clientelare. Se poi il Segretario gli contrappone un candidato a lui funzionale, allora emerge la parte più arrabbiata, che non di rado fa sua la politica del tanto peggio tanto meglio.

Questo è il Partito Democratico. Un consesso informe e multiforme allo stesso tempo, privo di identità, smarrito e senza nessuna prospettiva strategica, dove l’unico obiettivo è vincere le elezioni, anche a costo di diventare qualcos’altro.
Sì, ma che cosa?

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