L’Arer

di Lucio Rinaldini — 

Arer 4L’Arer si stagliava netto contro il cielo, il vulcano era spento da secoli. Il viaggiatore che veniva dal mare lo vedeva ergersi maestoso all’improvviso, di un colore azzurro cupo, sempre più cupo a mano a mano che l’occhio si avvicinava alla cima, le pendici che davano a mare sembravano invece la naturale continuazione dell’azzurro marino.
Chi veniva da terra, nella immensa e piatta pianura, poteva vederne i contorni già a distanza, un immenso cono che andava sempre più definendosi, fino a notarne le profonde rughe che la lava, in tempi immemorabili, aveva scavato. Verso la valle si vedevano le piantagioni verdi che l’uomo aveva creato.
I contadini avevano strappato, in secoli di lavoro, terreno fertile alla lava. Sui terrazzamenti, sostenuti da pietre laviche, maturavano pomodori piccoli e rossi, e soprattutto vigneti, dai quali veniva fuori un vino forte e corposo.
Nella piccola chiesa, con travi di legno, si venerava una Madonna nera e minuta, scolpita in pietra lavica, aveva uno sguardo dolce, la mano destra gracile poggiata appena a sfiorare il cuore, l’altro braccio, il sinistro, teso e con la mano aperta stranamente grossa rispetto al corpo, e nervosa, quasi a voler fermare in maniera imperiosa una minaccia. Tale atteggiamento contrastava vistosamente col viso mite, le labbra appena dischiuse, quasi in preghiera. Era probabilmente, o sicuramente secondo alcuni studiosi, la statua di una divinità pagana scampata a qualche antica eruzione.
Si raccontava che, in tempi lontani, una terribile eruzione di lava minacciasse da vicino villaggi e raccolti. Quando ormai il magma bollente era a pochi metri dalle abitazioni e la gente si affrettava a caricare su carri e muli tutto ciò che poteva essere salvato, sul fronte lavico, da una crepa che si era aperta improvvisa a seguito di una scossa sismica, venne fuori la Vergine della Lava e con la mano tesa aveva fermato la colata distruttrice, salvando paesi e raccolto.
In memoria di quell’evento miracoloso ogni anno, nella seconda domenica di settembre a vendemmia ultimata, i fedeli salivano in processione verso la bocca del cratere, passavano tra le strade strette del paese, tra i filari delle viti, i cui pampini cominciavano già a rosseggiare e si inerpicavano lungo sentieri sempre più brulli e rocce nere e aguzze dalle strane forme umane e animali.
Davanti, portata a spalle, la piccola Madonna nera col braccio alzato, piena di ex voto e adornata da grappoli d’uva nera e bianca. Dietro, sempre sulle spalle, su portantine di legno, venti botti di vino dell’anno precedente e dieci tinozze d’uva del raccolto dell’anno in corso. Poi il parroco, i chierichetti, le bambine vestite con l’abito della prima comunione e la folla dei fedeli.
Giunti sull’orlo del cratere, mentre la statua della Vergine veniva fatta ondeggiare, con una sorta di ballo rituale, pericolosamente sul precipizio, la banda suonava e, tra le grida e le preghiere dei fedeli, venivano gettate nelle fauci spalancate dell’Arer, una dopo l’altra, le venti botti di vino e i dieci tini ricolmi d’uva.
Era, secondo taluni, l’antico retaggio di un rito pagano inteso a placare l’ira del dio Arer.
Poi i fedeli discendevano verso le case, e dopo il tramonto, sul tardi, dopo aver banchettato come la tradizione imponeva, i fuochi d’artificio simulavano un’eruzione quasi a volerne esorcizzare la paura.
Questo accadeva tanti anni fa.

Casa_Cuseni_a_Taormina_tra_le_Case_della_MemoriaPoi tutto era mutato.
I nuovi ricchi erano venuti dalla città. Avevano acquistato terra e costruito ville con giardini esotici e piscine. I contadini si erano arricchiti vendendo terra anziché uva e vino e avevano costruito case simili.
Le strade asfaltate avevano preso il posto dei sentieri e alberi dall’aspetto strano che non davano frutti, il posto dei vigneti. I vecchi casolari erano stati abbattuti o, disabitati, prede di erbacce e cani randagi.
Di quella cerimonia si era perso il ricordo, la statua della Madonna della lava giaceva inerte sull’altare maggiore della piccola chiesa, consolata dalla cura dell’anziano parroco e dalle preghiere di qualche vecchietta. Sulle pendici dell’Arer non maturavano più pomodori, la coltivazione delle viti era ristretta in pochi ambiti curata come figli da vecchi e testardi contadini. Tutti era mutato.
L’enorme bocca dell’Arer era sempre spalancata, ma non riceveva più vino e uva per saziare la sua fame. Un altro tipo di cibo gli veniva offerto. La popolazione era cresciuta a dismisura e gettava nel cratere i rifiuti che produceva. Più ne gettavano e più sembrava che il vulcano fosse in grado di inghiottirne.
Cominciarono a giungere automezzi carichi di immondizie, prima dai paesi vicini, poi sempre da più lontano, anche da centinaia di chilometri. Dietro pagamento, città vicine e lontane, industrie, comunità, ospedali inviavano i loro camion carichi di merce che l’organismo della civiltà defeca tutti i giorni con puntuale regolarità. Erano state costruite strade veloci che portavano direttamente alla cima. Ogni giorno, per sette giorni alla settimana, per trenta giorni al mese, per trecentosessantacinque giorni all’anno, decine di mezzi di tutti i tipi e dimensioni: autocarri, autotreni, articolati, cisterne, ribaltabili, si inerpicavano sulle pendici dell’Arer per discenderne alleggeriti del loro maleodorante carico.
Le strade erano lontane dalle case, ma quando il vento si alzava il puzzo si spandeva in tutta la zona. Ma i cittadini trapiantati e i figli dei vecchi contadini sopportavano ben volentieri quel puzzo che aveva portato scuole confortevoli per i propri figli, centri sportivi attrezzati, auto con aria condizionata, viaggi all’estero. Essi facevano il bagno in vasche con idromassaggio computerizzato e cacavano su vasi di colore azzurro, rosa o verdeacqua, firmati da stilisti italiani o francesi, oppure, ultimo grido, giapponesi. Tutto ciò grazie al vulcano che era in grado di mangiare ogni giorno tonnellate di spazzatura.

case intorno al vulcano 1Era domenica mattina, e il caso volle che fosse la seconda domenica di un mese di settembre particolarmente fresco. I bambini dormivano sereni nei loro letti, poche vecchiette per la strada si avviavano alla messa.
Un brontolio si udì provenire dal cratere, come di tuono. Chi era in strada guardò il cielo. Era sereno. Una nube si sprigionò lenta dal cratere, poi un fumo spesso e denso oscurò il sole. La bocca dell’Arer cominciò ad eruttare fango frammisto a carte, vetro, carogne di animali. La terra non tremò, ma decine di crepe si aprirono d’improvviso nel terreno lanciando geyser di rifiuti per centinaia di metri di altezza. Nessuno ebbe il tempo di fuggire. I miasmi soffocarono la gente, il peso di tonnellate di rifiuti fece crollare i tetti dei palazzi, sommerse le persone che cercavano scampo. In pochi minuti si compì la tragedia.
Agli elicotteri che nella giornata sorvolarono i paesi areriani si presentò l’apocalisse. Tutto era sepolto sotto un mare maleodorante di immondizia. Il fetore si estendeva per un raggio di chilometri, per centinaia di metri di altezza, tanto da rendere inavvicinabile tutta la zona.
Solo la piccola chiesetta sventrata lasciava ancora in piedi una parete con l’altare maggiore, da cui la Madonna nera levava inutilmente la mano aperta tesa verso il cratere.

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