“Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno”*

Maria MirarchiA Castelli Gourmet di Milano, Maria Mirarchi (qui nella foto) ha esposto alcune sue opere, frutto di momenti di elaborazione e liberazione di emozioni incontenibili, dove le figure umane sono sempre rappresentate come ombre mute e scure che, provenienti da epoche e luoghi lontani, vagano per il mondo alla ricerca di qualcosa che gli restituisca voce e colore e per segnalare contemporaneamente a chi osserva, una necessità, un dovere urgente e arcaico: fermarsi. Fermarsi, per ascoltare l’eco di un dolore, di un tradimento, di una ferita, di una perdita, di un amore, di un sogno, di una speranza…
La luce, che appare a volte come spiraglio, altre come infiltrazione, o casualità, o evocazione, o totem, rinvia sempre ad una scoperta, un ritrovamento, che richiede un’altra fermata: il saluto, l’adorazione.
(dalla presentazione di Antonia Mirarchi)

Ma sentiamo attraverso le parole dell’artista come ci presenta le sue opere:

Un sogno“Considerando il disagio e il pudore che provo nell’espormi, vi chiedo di perdonarmi se consegno le mie emozioni a questo post. Diversamente rischierei di non farvi comprendere la mia vera vena artistica. I miei quadri sono il risultato di una delle tante terapie personali. Non è mia intenzione ammorbarvi con definizioni retoriche o scopiazzate. Le mie espressioni artistiche vogliono, da sempre, essere una medicina per guarire dalle mie fatiche interiori e per stare aggrappata al mondo. Mi sono sempre impegnata a illuminare i miei lati oscuri e le mie incapacità di abitare nei meandri dell’esistenza attraverso i colori. Questo perché mi viene difficile vivere in una realtà sociale raggomitolata in conflitti di superbia, onnipotenza e labirinti senza uscita.

Donna pensierosaHo sempre dialogato con il disegno parlandogli delle mie paure, rabbie, aggressività e violenza non desiderata, come se fosse il mio vero e unico compagno di vita. Ho demandato e confidato alla pittura emozioni e sentimenti che non davano tregua al mio malessere fisico e psicologico. Ho continuamente cercato di conoscermi attraverso i colori, i pennelli, le tempere, le matite, le gomme per cancellare una fantasia per una nuova idea. Ho vissuto la mia intera vita in simbiosi con tali strumenti. Non ho mai trovato un amico migliore e fedele ascoltatore. Unico confessore affidabile. I miei turbamenti dovuti a una vita complessa e costellata di realtà dolorose mi hanno sempre trascinata e rapita, come una calamita, verso sentimenti colmi di passione, come il colore della matita sanguigna. Spesso la società considera l’individuo che si esprime con l’arte una sorta di folle. Io sostengo con umiltà che è invece una persona particolarmente sensibile e bisognosa di tanto amore.

Una speranzaQuando chiesi ai miei genitori di iscrivermi, nel lontano 1969, al Liceo Artistico di Catanzaro, pareva stessi chiedendo la luna. Soverato era fornita bene con le scuole superiori, tranne che il Liceo Artistico. Domanda: perché andare in una città che poteva distogliermi dalla tradizionale cultura meridionale della ragazza perbene? Fu una impresa ardua lottare per riuscire a superare tale scoglio, ma assecondando mia madre con le sue mille raccomandazioni di comportarmi seriamente, alla fine la spuntai. Inutile dire che vincere tale battaglia mi fece sentire la ragazza più felice del mondo. Poter frequentare una scuola dove si dipingeva e poter prendere un diploma per insegnare Educazione Artistica nelle scuole medie e superiori, mi faceva credere di essere arrivata su un altro pianeta! Se prima era tutta una mia ricerca segreta sposarmi con i colori che trovavo nei fiori, nell’erba, nella terra, nel mare, nel cielo, dopo il mio sogno diventava di dominio pubblico. I miei fogli Fabriano, le mie squadrette, la mia cartelletta, modellare la creta, miscelare le tempere, mi portavano sulla soglia del paradiso perché realizzavo la mia passione. Ecco che le collane della tristezza, solitudine, dolore e disagi erano al sicuro e la sofferenza che abitava in me trovava conforto nel giardino dei pastelli.

WP_20150930_001Durante i miei studi ho imparato a conoscere illustri pittori ma non me la sono mai sentita di imitarli. Credo che ognuno di noi sia unico e debba avere il coraggio di rimanere tale. Io non dipingo per i consensi e le aspettative degli altri e a dire il vero nemmeno per le mie. Non desidero che dalle mie mani esca il quadro da salotto. Io seguo la mia linfa artistica tormentata dalle mie emozioni. Me lo impone la mia storia di bambina e ragazza cresciuta in un ambiente rurale con le sue dure regole di vita. Quando mi avvicino al cavalletto lo faccio per colmare e riempire di luce e coraggio il mio vuoto interiore. Nell’attimo in cui inizio a dipingere mi sento come espropriata da me stessa, la dimensione artistica mi rapisce, mi porta lontano fino a non avere più un contatto con il respiro e solo quando questa sensazione di disagio fisico e mentale si affievolisce, ecco che ritorno alla realtà. Ed è un momento in cui mi ritrovo, mi sento, intuisco chi sono, dove sono. E così ogni volta si ripete e si rinnova lo stato di incoscienza attraverso la pittura” (Maria Mirarchi).

* L’ha detto Vincent Van Gogh

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