La Pignasecca

di mimmo — 

Pignasecca 3Uno dei quartieri più popolari e popolosi di Napoli è il borgo Montesanto. Dalla piazza Olivella, che prende il nome dall’omonimo quartiere, che con il suo il promontorio s’innalza verso il Corso Vittorio Emanuele, si discende verso via Toledo. A causa della sua difficile orografia, il quartiere Olivella, un tempo era pressoché disabitato. Ma tra il Seicento e Settecento conobbe un’intensa urbanizzazione fino ad assumere l’aspetto di una cittadella monastica. Il sobborgo si trova al di fuori di quello che un tempo era il perimetro urbano, in corrispondenza di un’antica e distrutta porta d’accesso alla città: Porta Medina, eretta nel 1640 da Cosimo Fanzago per ordine di Ramiro de Guzman, duca di Medina e viceré di Napoli. Fu detta anche Porta Pertuso perché angusta e stretta rispetto alle altre che circondavano la città.

Nel quartiere di Montesanto vi sono le stazioni della Cumana, Circumflegrea e Funicolare, tutte allogate nello stesso edificio. La Cumana entrò in esercizio nel 1889 e collega, su un tracciato costiero di circa 20 km, il cuore di Napoli con la località di Torregaveta, nel comune di Bacoli. E toccando diversi punti della città di Napoli, a ragione può considerarsi anche un metrò. Il primo metrò d’Italia e al mondo, secondo solo alla mitica “Tube”, la metropolitana inglese, che a Londra circola dal 1863, mentre la tratta Metropolitana FS di Napoli fu istituita nel 1925.
La funicolare, che raggiunge la sommità del quartiere Vomero, invece, fu inaugurata il 30 maggio 1891 e la Circumflegrea fu aperta all’esercizio nel 1962.

Chiesa-Pellegrini-inglobata-ospedale

Chiesa SS. Trinità annessa all’Ospedale dei Pellegrini

In questa zona, detta anche “Pignasecca”, si trova l’antico ospedale dei “Pellegrini”. La sua istituzione nasce nel 1578, quando alcuni artigiani napoletani, su proposta di uno di essi, Bernardo Giovino, fondarono “L’arciconfraternita e la casa ospitale della S.S. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti”, con l’intento di creare una congregazione religiosa che affiancasse all’esercizio del culto un’opera di soccorso per i bisognosi e per i poveri.
Bernardo Giovino, propose di ospitare presso le abitazioni dei confratelli i pellegrini in transito a Napoli, considerato che coloro che venivano in città spinti dalla fede non sempre avevano la possibilità di trovare un alloggio a un prezzo modesto, senza contare che alcuni fedeli, talvolta per lo strapazzo del viaggio si ammalavano e quindi bisognosi di cure. In seguito, l’arciconfraternita si occupò anche dei convalescenti da gravi malattie che, dimesse troppo presto dagli ospedali, non avevano la possibilità di curarsi in casa propria.
Ma le persone a cui dare accoglienza aumentavano sempre di più e non era più possibile ospitare tanti sfortunati nelle residenze private. Fu quindi necessario costruire un edificio apposito dove l’arciconfraternita potesse trovare gli spazi per operare e, nel 1582, un gentiluomo, don Fabrizio Pignatelli dei duchi Monteleone, fece edificare un ospedale con annessa una chiesa dedicata alla S. S. Trinità. Il duca però morì prematuramente e in attuazione della volontà del defunto, la realizzazione dell’ospedale fu affidata proprio all’arciconfraternita dei Pellegrini. Il nosocomio fu completato nel 1591 e in occasione del Giubileo del 1600 accolse ben ottantamila pellegrini.
Nel 1816 l’ospedale ebbe anche il suo primo reparto di chirurgia, mentre i confratelli continuavano ad accogliere i pellegrini convalescenti e bisognosi. E non smisero neanche durante la seconda guerra mondiale, quando l’ospedale fu gravemente danneggiato dalle bombe. Tra macerie e muri pericolanti l’arciconfraternita continuò con coraggio la sua opera di soccorso, non esitando a trasformare anche la chiesa in corsia ospedaliera.
Terminata la guerra, la struttura fu ricostruita e ampliata.

pino seccoMa perché “Pignasecca”?
Poco distante dall’ospedale dei Pellegrini c’è uno slargo denominato, appunto, Pignasecca. Il toponimo deriva dal fatto che in quel luogo alcuni secoli fa dimorava un pino secolare, al quale è legata un’antica leggenda popolare. Si racconta che nei tempi andati Napoli, città magica e lussuriosa, vivesse momenti di ricchezza e voluttà. Gli amori clandestini fatti di pruriti inenarrabili non risparmiavano nessuno, meno che mai chi vestiva l’abito talare. Anche nel quartiere di Montesanto si intrecciavano segrete storie d’amore e tradimenti. Ma la riservatezza degli amanti doveva fare i conti con le gazze ladre. Sì, le gazze del bosco vicino, che penetravano nelle alcove e facevano incetta di tutto quanto di luccicante trovavano: gioielli, monete d’oro e anche la candida biancheria intima. Beccavano e si rifugiavano beffardi sugli alberi circostanti della fitta pineta. Ma che accade se tra i rami di un pino si scorge un sacro anello vescovile e una culottes femminile? «Il Vescovo… il Vescovo e la perpetua… » e giù risatine irriverenti, battute mordaci, volgarità irripetibili.
Una brutta storia. Il mormorio giunse fino alla Curia. Occorreva fare qualcosa. Al peccato grave faceva riscontro la scomunica. E per mettere a posto ogni cosa ci voleva una sacrosanta “Bolla di scomunica”. Ma per chi? al Vescovo no di certo. Alla perpetua neanche. Alle malelingue del quartiere? agli scugnizzi che avevano tirato giù dai rami l’anello e le mutande? No, bisogna interdire chi ha provocato lo scandalo: le gazze. Per giunta, ladre! E per chi non ci credesse, il documento dovrà essere affisso al pino dove sono stati trovati i corpi del “reato”.
Così, una bella mattina gli abitanti del posto trovarono affisso sul fusto dell’albero incriminato un cartello:
“In nome di Dio, per la grave responsabilità che mi fu affidata in terra, nella qualità di vicario di Cristo, io, Vescovo di Napoli e delle sue province, scomunico, d’ora innanzi, tutte le gazze di questo quartiere, anzi… tutte le gazze di questa città”.

Sulle prime fu sconcerto totale. Qualche sberleffo, il sarcasmo di qualche passante, le pernacchie dei ragazzi del quartiere. Ma anche una certa inquietudine strisciante per una decisione inusuale.
All’alba del terzo giorno, però, il grande pino cominciò a perdere tutti i suoi aghi e le pigne cadevano una a una. Il maestoso albero rinsecchì e morì. Subito dopo, la stessa cosa accadde a tutti gli alberi della fitta pineta. E le gazze dispettose si alzarono in volo allontanandosi, mentre il loro gracchiante verso si affievoliva nel cielo. In men che non si dica il lussureggiante bosco lasciò il posto a una distesa brulla e funerea. Era nata la Pignasecca.

Le gazze non si sono viste più, ma qualcuno giura che all’alba, quando il cielo è cupo e il sole tarda a uscire, si ode un gracchiare che sembra un lamento. Sono i fantasmi della Pignasecca.

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