La libertà è partecipazione

di mimmo — 

referendum-abrogativo-buona-scuola-RenziDal 1974 ad oggi si è fatto un uso dei referendum che definire inflazionato è dir poco. Il referendum è uno strumento che andrebbe usato con più accortezza, perché il rischio di cadere nel populismo è sempre dietro l’angolo. Così come bisogna stare attenti alla strumentalizzazione che se ne fa di esso a fini di lotta politica. Per altro, non sempre è facile esprimersi con un SÌ o con un NO rispetto al quesito posto. Un conto è chiedere se si è favorevoli al divorzio o l’aborto, altro è manifestare assenso o dissenso sulla responsabilità civile dei giudici o sul divieto dell’Enel di partecipare a impianti nucleari all’estero. In alcuni casi il quesito è chiaro a tutti e la scelta può essere consapevole. Non così in tanti altri referendum, che presupporrebbero informazioni chiare ed esaustive, le quali, anche quando ci fossero, non sempre consentono di esprimersi in maniera categorica. Né aiuta la promozione di più quesiti contemporaneamente.
Che senso ha mettere in mano agli elettori 5 schede – com’è accaduto nel 1981 – e chieder loro un sì/no per due proposte di modifica della legge sull’interruzione della gravidanza (una del partito radicale e l’altra del movimento per la vita), oltre che sull’ordine pubblico, l’abolizione dell’ergastolo e sul porto d’armi?
E che dire dei quesiti posti nel 1993? ben 8 schede riferite ad argomenti disparati e complessi: competenze USL, stupefacenti e sostanze psicotrope, finanziamento pubblico dei partiti, casse di risparmio e monte di pietà, partecipazioni statali, elezione Senato, agricoltura e foreste, turismo e spettacolo.
O vogliamo parlare delle 12 domande poste con la consultazione del 1995, dove gli italiani furono chiamati ad esprimersi contemporaneamente in materia di sindacato, pubblico impiego, rai, soggiorno cautelare, commercio e legge elettorale? il mondo e dintorni da definire con un buono/non buono.
È evidente che il ricorso spropositato e sproporzionato al referendum ne ha svilito l’importanza, tanto da ridurre la partecipazione dall’87,7% del 1974 al 23,31% del 2009.

E di questo fenomeno, oggi, tenta di avvalersi il capo del governo per far naufragare il prossimo referendum sulle trivellazioni in mare, invitando esplicitamente e con estrema spregiudicatezza gli elettori a disertare le urne, così come fece la Conferenza Episcopale nel 2005 vanificando i referendum sulla procreazione assistita. Un comportamento riprovevole per un vescovo, indecente se avanzato da una delle massime cariche repubblicane. E pensare che una volta il ciclo delle tribune politiche televisive si chiudeva con l’appello al voto del presidente del Consiglio dei Ministri.

trivellaA voler entrare nel merito di questo referendum ci sarebbe molto da dire e anche ridire, a cominciare da fatto che porre un quesito a futura memoria in un mondo che cambia con grande velocità è quanto meno inopportuno. Che senso ha prendere oggi una decisione su cosa deve accadere fra dieci anni, quando le stesse Regioni che hanno chiesto di fermare le trivellazioni in nome della salvaguardia ambientale oggi fanno poco o niente per l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il verde pubblico, lo sversamento nei mari e nei fiumi di sostanze inquinanti, la manutenzione dei depuratori, lo smaltimento dei rifiuti?

A questo punto, verrebbe da pensare, che ha ragione Renzi a raccomandare agli italiani di evitare una perdita di tempo e, anziché al seggio, andarsene in gita. No, Renzi non ha ragione perché comunque il gioco non vale la candela. L’inquinamento prodotto dalle trivellazioni e il rischio di un disastro ambientale non giustifica l’esiguo sfruttamento energetico di cui si avvarrebbe il Paese. Né sono a rischio oggi posti di lavoro degli addetti alle trivellazioni. Anzi, forse bisognerebbe preoccuparsi della riduzione del pescato e del turismo che qualche problema lo sta già provocando.

partecipazione 2Ma soprattutto Renzi non ha ragione perché, al di là della questione, egli svilisce un momento di partecipazione democratica. Non ha ragione perché tiene in conto zero il parere degli italiani. Non ha ragione perché tenta di far passare l’astensione come una scelta che ha pari dignità del SÌ o del NO. Ci si astiene quando non si è a favore e non si hanno elementi sufficienti per votare contro, mentre ricorrere all’astensione per raggiungere un proprio scopo è sleale.
In questi casi, un premier, in quanto capo di un governo che deve tutelare gli interessi e le posizioni di tutti i cittadini, dovrebbe astenersi, lui sì, dal prendere posizione, e prodigarsi per fornire elementi informativi affinché ognuno possa scegliere con cognizione di causa. Invece egli scende in campo e si schiera, ma non lo fa a viso aperto parteggiando per il NO, ma tenta di sfruttare la diffusa disaffezione elettorale, il qualunquismo endemico, la strafottenza di alcuni, la disinformazione dilagante, l’impossibilità di chi è impedito a recarsi al seggio allo scopo di ostacolare il raggiungimento del quorum. È regolare correre col vantaggio di 10, 15, 20 metri rispetto agli altri? È onesto sostenere che l’astensione è una posizione costituzionalmente corretta quando la Carta afferma che l’esercizio del voto è un dovere civico (art. 48)?
Certo, astenersi non è reato e quindi legittimo. Ma costituisce l’abdicazione di un diritto. Inequivocabili sono le parole del presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi:
“Al referendum si deve votare. Certamente nel modo come il cittadino crede opportuno di votare, ma credo che si debba partecipare al voto, perché partecipare al voto significa essere pienamente cittadini”.
Allora vien da chiedersi: se suddito è colui al quale non è concesso votare, chi consapevolmente rinuncia al voto ha l’animo del suddito?

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2 thoughts on “La libertà è partecipazione

  1. La prima parte sullo svilimento di uno strumento democratico con l’uso, anzi l’abuso del ricorso al quesito popolare, mi trova pienamente d’accordo. Parimenti mi associo nel deplorare l’invito ad astenersi da parte di funzioni istituzionali. Dove non sono affatto d’accordo e nel denigrare gli astenuti. C’è che si asterrà, non certo per l’attribuzione unilaterale e gratuita di una sorta di “prona” appartenenza ad uno schieramento, come spesso con toni offensivi viene attribuita, ma perchè considera il quesito inutile ai fini che ipocritamente vogliono sbandierare i promotori, autolesionista per gli interessi economici del paese e pregiudizievole per la salvaguardia ambientale, con l’intensificazione dei trasporti marittimi ed il paraocchi sulle vere proplematiche che sono all’origine dell’inquinamento marino.Mi fermo perché potrei andare avanti con tante altre motivazioni per spiegare quanto è falso indurre i cittadini ad una contesa che non realizza l’interesse conclamato di salvaguardare il mare.

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