L’arcobaleno

di Enzo Mazzi — 

poderaccio 5Il volontario della Caritas ebbe un momento di esitazione. Si stava svolgendo una riunione importante. Rappresentanti di varie associazioni per i diritti e la solidarietà stavano discutendo un progetto di iniziative per affermare la multiculturalità. La proposta che aveva udito gli creava dei problemi. Invitare i Rom del campo nomadi del Poderaccio a presentare testimonianze della loro cultura, come canti e danze, nel cerchio domenicale in piazza dell’Isolotto poteva rischiare strumentalizzazioni e risultare una mancanza di rispetto. “La celebrazione in piazza della Comunità dell’Isolotto è pur sempre un rito cristiano – disse il volontario, con un’inflessione della voce che tradiva lo sforzo di dover ammettere una cosa contestata nel suo ambiente parrocchiale, – mentre i Rom del Poderaccio sono tutti musulmani. Non c’era forse il pericolo di strumentalizzare a fini confessionali il loro bisogno di farsi conoscere e accettare? E loro non saranno a disagio? Io mi metto nei loro panni. I riti cristiani li sentono estranei”. Chi parlava era un uomo di età matura. La serenità perenne del suo volto nascondeva a fatica la durezza delle esperienze che lo avevano maturato al punto da immedesimarsi con la vita, la cultura e la situazione concreta dei rom accampati alla discarica dismessa chiamata “Il Poderaccio”, ai margini del quartiere dell’Isolotto. Qualcuno che gli era vicino criticava un certo suo paternalismo. È sicuro però che egli aveva fatto uno sforzo notevole per superare il ben più consistente paternalismo dell’ambiente parrocchiale in cui era radicato. Non si era accontentato di distribuire abbigliamento usato e scatolette di sardine. Era andato là nell’inferno del campo. Ne era rimasto sconvolto. Quei bambini dagli occhi grandi, neri e furbi, che sguazzavano nella melma maleodorante d’inverni senza fine, con il moccio sempre colante dal naso, che gli si aggrappavano ai calzoni, lo chiamavano per nome e volevano giocare con lui, lo avevano ammaliato. Cominciò a frequentare il campo poderaccio 4sempre più spesso. Alcuni bambini più grandicelli se li portava a casa per qualche ora per riscaldarli e rifocillarli. Soprattutto cercò di spronare l’ambiente parrocchiale a uscire dalle abitudini consolidate e rassicuranti dell’assistenzialismo. Non trovò molto consenso e rimase quasi solo. Era dunque consapevole e competente nell’esprimere le sue riserve verso la proposta scaturita nella riunione per la multiculturalità. Ma la persona che aveva fatto per prima la proposta non era tipo da mollare alla prima difficoltà. Non sottovalutava problemi e stimava il volontario che le aveva parlato, ma voleva andare oltre. Aveva incontrato i rom nella scuola. alcuni bambini rom erano stati inseriti nelle scuole del quartiere dell’Isolotto, per una pressione dal basso. L’inserimento degli handicappati, negli anni ’70-80, aveva preparato la strada. Ma i problemi nuovi sembrano sempre più difficili di quelli già affrontati e superati. Questo inserimento si presentava alle maestre carico di ben maggiori problemi. Erano impreparate a relazionarsi con una umanità culturalmente tanto diversa. Dovevano scolarizzarli come gli altri bambini? Ma non rischiavano così di distruggere la loro identità? Quale danno psicologico e morale avrebbero potuto creare? E come affrontare i problemi di igiene senza umiliare creature che vivono in mezzo a montagne di rifiuti, in baracche o roulottes sgangherate, in campi senz’acqua né servizi igienici? Ma il problema dei problemi era un altro e lo sapevano bene. Bisognava vincere la tradizionale prevenzione verso gli zingari, il disagio a causa di una microcriminalità che allarmava la gente del quartiere, la diffidenza dei genitori e dell’ambiente, diffidenza che in certi casi rasentava l’avversione. C’era da abbattere un muro più spesso e consolidato di molti altri. I genitori, dopo un primo impatto, si erano presto convinti della bontà dell’inserimento. I bambini a casa parlavano dei loro amici rom con simpatia e disinvoltura. Poi erano venuti gli incontri fra genitori e soprattutto le feste. I genitori non avevano avuto modo di farsi conoscere e stimare. Le loro canzoni, poesie e danze erano apprezzate durante le feste. E i cibi che portavano andavano a ruba nelle abbuffate di fine anno. E allora bisognava andare oltre.

gironata-rom-e-sinti“L’esperienza della scuola deve diventare l’esperienza dell’intero quartiere – disse la persona che aveva fatto la proposta –. La cultura rom deve essere introdotta in tutti gli ambienti. Tutti devono conoscerla. La scuola non può restare un’isola felice. Se si sfonda con i rom, è aperta la strada per l’affermazione di una società multiculturale. Non si affronta la sfida dell’immigrazione con la paura della contaminazione culturale. La vecchia cultura dell’accostamento fra ghetti separati ha fatto ormai il suo tempo. Il cerchio che si forma ogni domenica in piazza è il più aperto e disponibile. Da tanti anni è un po’ l’anima del quartiere: cominciamo da lì”. Pronunciò quest’ultima frase con un senso di orgoglio. Era un’affermazione ardita e forse eccessiva. Ma non ebbe incertezze. Ne era convinta. E parlava per diretta esperienza perché il cerchio in piazza la vedeva da molto tempo partecipe e animatrice.
“Allora rinunciate all’eucarestia!” – osservò il volontario.
“Ci risiamo! – fu la risposta – Nessuno deve rinunciare a nulla. L’importante è porsi su un piano di parità. Oggi i rom partecipano a un’espressione della nostra fede e cultura. Domani noi parteciperemo a una delle loro espressioni. Oppure pensiamo ancora ai nostri riti come all’assoluto e crediamo che i riti musulmani siano solo approssimazioni, roba da serie B!”. Quest’ultima affermazione fu decisiva. Toccava un nervo scoperto. La parità sostanziale tra le fedi e le religioni faceva parte ormai del bagaglio di sensibilità del volontario ed era il suo orizzonte di idealità. Ma anche in questo si ritrovava praticamente solo. E ne soffriva. Non ebbe più nulla da obiettare.
Erano straordinariamente eleganti le dodici coppie di giovani rom che danzavano in mezzo al cerchio in piazza dell’Isolotto, quella domenica mattina. I ragazzi con i calzoni neri e la camicia bianca. Le ragazze con lucenti vestiti di seta dai colori sgargianti che fasciavano totalmente il loro esile corpo. Era una giornata fredda e la piazza era spazzata dalla tramontana pungente che scendeva dal Mote Morello come da un ghiacciaio. Tuttavia danzarono a lungo, accompagnati da melodie sensuali e malinconiche. E recitarono poesie d’amore e cantarono canzoni di nostalgia per un’identità eternamente negata.
Olginate_piedibus_nastri_consapevolezza_1Non era in costume l’uomo che si fece avanti. Aveva lunghi baffi, capelli lucidi, volto marcato, pelle abbronzata. Era il capo spirituale della comunità rom del Poderaccio.
“Ho un dono per voi – disse in un italiano assai incerto –. È una sorpresa. Vi preghiamo di accettarla in segno di profonda amicizia”.
Tirò fuori un grosso pane e lo pose sul tavolo.
“Lo abbiamo fatto noi stessi, al campo, in un forno di fortuna. Vi servirà per i vostri riti. Spartire il pane è un nostro sogno. Condividiamo volentieri questo sogno con voi”.
La commozione scaldava perfino il gelido vento e prese la mano al capo rom.
“Anche voi siete un po’ zingari. Vi raccogliete sotto una tettoia, all’aperto. Non trovate facile accoglienza. Siete precari. Vedo un arcobaleno che unisce con il suo arco di luce di tanti colori la piazza dell’Isolotto e il campo del Poderaccio. Che questo arcobaleno illumini tutti.”
Le parole del capo rom si alzarono come ideali aquiloni multicolori e sospinte dalla tramontana si diffusero nell’aria tersa come messaggi di valore universale.

(Il brano è tratto da “Cristianesimo ribelle” di Enzo Mazzi edito da manifestolibri srl – Roma)
Don Enzo Mazzi (Borgo San Lorenzo, 1927 – Firenze, 2011) è stato parroco nel quartiere Isolotto a Firenze, dove esercitò la sua azione pastorale aderendo radicalmente alle istanze rinnovatrici alimentate dal Concilio Vaticano II.

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