Nero e bianco

di mimmo — 

Salvador de Bahia

Salvador de Bahia

L’aeroporto di Salvador de Bahia dista dalla città circa venti chilometri. Andreina e Franco atterrarono con un volo proveniente da Roma nel tardo pomeriggio di una calda giornata di luglio. Erano stanchi e accaldati, ma non andarono subito in albergo. Al tassista chiesero di condurli presso la Fondazione “Crianças da Bahia”, dove li aspettava padre Alvarez per perfezionare le procedure di affidamento del piccolo Patrício, un bimbo di tre anni di carnagione ambrata e dai capelli neri e ricci. Bastò uno sguardo e Andreina lo sentì subito suo, e in un attimo dimenticò tutte le riserve che aveva sul colore della pelle.

Lei e Franco erano sposati da oltre dodici anni e non riuscivano ad avere bambini. Avevano consultato molti medici e si erano sottoposti a ogni tipo di accertamento sanitario. Il responso era stato sempre lo stesso: “Siete entrambi sani. Prima o poi una gravidanza ci sarà”. Ma l’ansia di avere un figlio lievitava di giorno in giorno e così decisero di adottarne uno. L’impresa però si rivelò lunga e penosa. Stanchi di aspettare, si rivolsero a un diacono, amico di famiglia, che li mise in contatto con un’agenzia d’intermediazione familiare. Fu loro proposto l’affidamento di un bimbo brasiliano. La procedura sarebbe stata semplice e rapida. Ancor più veloce se avessero sborsato una somma di denaro per avere la precedenza su una fantomatica lista di attesa. Accettarono. Le pratiche amministrative si rivelarono poco trasparenti e chissà quanto regolari, ma la poca chiarezza sulla disciplina delle adozioni internazionali lasciava agli avvocati dell’organizzazione ampi spazi di manovra. Dopo aver versato quanto richiesto, tutto divenne fluido e nel giro di pochi mesi, Andreina e Franco, divennero mamma e papà.
Nella nuova famiglia, Patrício cresceva sereno e coccolato. I novelli genitori erano felicissimi, e in lui vedevano realizzato il loro più grande desiderio. Andreina era diventata un’altra. Non provava più le angosce di un tempo e ora trepidava soltanto per quel piccino.
pasticceria 2Un giorno, mentre passeggiava con Patrício per una strada del centro, nei pressi di una pasticceria fu investita da un profumo proveniente dal laboratorio interno. L’effluvio, che le era stato sempre gradito ora le provocava nausea. Sbiancò e si sentì mancare.
«Si sente bene, signora?» le chiese un passante. Andreina non rispondeva. Si appoggiò alla vetrina, mentre la fronte si imperlava di sudore.
«Mio Dio, presto prendi una sedia per quella donna. Si sente male!» urlò la commessa dall’interno rivolta alla cassiera.
«Vi prego, aiutatemi… sto male».
«Le prendo un po’ d’acqua, signora, le farà bene».
«Sì, grazie. Non so cosa mi succede. Questo odore… Ma che cos’è?» chiese Andreina in una smorfia di disgusto. Il pasticciere, accorso, si sentì offeso.
«Ma signora, sono i miei dolci! hanno un profumo delizioso!»
«Mi dispiace, ma è un odore per me insopportabile. Non capisco… »
Il pasticciere, la cassiera e la commessa si guardarono in faccia. Forse tutti e tre pensarono la stessa cosa, ma solo la ragazza del banco parlò:
«Non sarà mica incinta, signora?» le sussurrò.
Mancò poco che Andreina svenisse. Si ricordò che le sue mestruazioni erano in ritardo di circa venti giorni. Incinta? io incinta? no, non è possibile, pensò. Poi, come tornata in sé, emise un grido: «Patrício!»
«Suo figlio è qui, signora. È qui, accanto a lei. Stia tranquilla».
Nel sentirsi chiamare con quel tono spaventato, il piccolo scoppiò a piangere. In un attimo, il pasticciere prese un dolce alla crema e lo porse al bambino. Andreina ebbe un altro sussulto. L’odore era forte. Ma fu solo un momento. Si riprese. Ringraziò per tutto quello che avevano fatto per lei e il bambino e andò via.
Ora cercava una farmacia. Quello che le serviva era un test di gravidanza.

Nove mesi dopo nacque Matilde. Tre anni più tardi, Stefano. Infine, Guglielmo. Quando si dice “la Provvidenza”! Ma una famiglia numerosa non sempre è una famiglia felice. Patrício non fu mai accettato dai fratelli. Il colore della pelle rimase sempre un distintivo che lo collocava fuori dal “gruppo”. Per quanto il ragazzo fosse gentile e disponibile con tutti, la sua melanina rappresentava una barriera. La sorella, in particolar modo, lo escludeva da tutto. Fino a rinnegarlo.
«Quello lì non è mio fratello. Vive con noi, ma non ci appartiene. Fosse per me, l’avrei mandato via da un pezzo!» ebbe a dire una volta. Neanche Stefano e Guglielmo avevano grande simpatia per Patrício, ma non erano così duri come la sorella.
Un pomeriggio si trovavano tutti in casa davanti alla televisione. Matilde, con il telecomando in mano, saltava da un canale all’altro, quando fu incuriosita dalle immagini di un vecchio film.
«Che strano vedere un film nero e bianco» fece Patrício.
«Stupido! Si dice “in bianco e nero”» lo riprese Matilde.
«Beh, è uguale!»
«No, è diverso. Ricordati che il bianco viene sempre prima del nero» chiosò la sorella con un tono che non ammetteva replica.
I genitori, troppo occupati nel lavoro, non davano molto peso ai rapporti tra i figli, considerando certi comportamenti come screzi giovanili. Gli atteggiamenti ostili verso Patrício, però, erano sempre più frequenti e più marcati. Il ragazzo non reagiva mai, soprattutto per non addolorare i genitori, che, in fondo, gli avevano sempre voluto bene.
Un giorno, un triste giorno, Franco fu colpito da un infarto. Rimase privo di conoscenza per circa una settimana, poi morì. A seguito della scomparsa del marito, Andreina cadde in una forma di depressione che la condusse alla demenza senile. Matilde decise di ricoverare la madre in una casa di cura per anziani. Stefano e Guglielmo tentarono qualche timida obiezione, ma contraddire la sorella non era facile. Patrício, invece, si oppose con energia, ma lei lo stroncò con la consueta cattiveria.
«Chi sei tu per discutere l’argomento? Siamo noi che dobbiamo decidere che cosa è giusto per nostra madre» e marcò sull’aggettivo “nostra”.

donna in casa anzianiNel giro di qualche giorno Andreina fu trasferita a “Villa Serena”, pressoché dimenticata dai suoi veri figli. Solo Patrício andava a farle visita. La vecchia signora non parlava, ma gli riservava sempre un sorriso. Poi, una mattina non si svegliò e la sua triste esistenza ebbe fine lì, in quella scialba dimora. Accorsero i figli, afflitti e singhiozzanti.
«Avevamo scelto il meglio per la sua vecchiaia, ma il Signore l’ha voluta con sé» sussurrava Stefano a chi gli faceva le condoglianze.
«Qui, stava come a casa sua, assistita e curata nel migliore dei modi» aggiungeva contrito Guglielmo.
Matilde, intanto, si sbatteva dal dolore. Piangeva a dirotto. Si teneva la testa tra le mani e si agitava. Restò accanto alla madre tutto il tempo, fino quando il corpo fu prelevato dagli addetti alle pompe funebri. Al momento del distacco urlò tanto che sembrava dovesse scoppiare di dolore. Patrício, invece, non riusciva a versare una lacrima. Restò in un angolo della camera ardente sgomento, lo sguardo nel vuoto e senza parlare.
«Non c’è che dire, solo un figlio sa cosa significa perdere la propria madre. Guarda i figli veri e guarda il brasiliano» sentenziò una lontana parente di Andreina, intervenuta.
«Proprio così, sangue chiama sangue» aggiunse chi l’accompagnava.
Ma quel che appare, spesso non è!

Nei giorni seguenti Patrício era come un pesce fuor d’acqua e sentì forte il desiderio di vedere la sua terra. Aveva conosciuto una ragazza proveniente da Praia do Forte, un bellissimo paesino sulla costa, a cinquanta chilometri da Salvador. Si chiamava Rita Adália. Due nomi e due occhi profondi e neri. Se ne innamorò e partì con lei per Bahia. Il Brasile lo conquistò totalmente. Ma più di ogni altra cosa fu ammaliato dalla musica. Conobbe Vadinho, un giovane cantante che si accompagnava con la chitarra in maniera sublime. La sua bossa nova lo faceva sognare. Il ritmo soffuso, senza particolare enfasi vocale e senza vibrato, affascinò Patrício a tal punto che volle imparare a suonare la chitarra. Quando ascoltava Vadinho, gli tornavano in mente i suoi genitori italiani, che fin da piccolo gli facevano ascoltare la musica del suo paese, forse per non allontanarlo dalle sue origini. Provava per loro un sentimento d’amore e gratitudine e si rammaricava di non averlo esternato come avrebbe voluto, forse inibito dall’ostilità dei fratelli.
Erano trascorsi tre mesi dalla sua partenza dall’Italia quando ricevette una telefonata da Guglielmo, che lo informava di Matilde: era stata ricoverata in ospedale a seguito di una crisi respiratoria. Riferì che stava molto male e che avrebbe voluto incontrarlo.
«Vuole chiederti perdono per tutto il male che ti ha fatto» disse il fratello.
«Non so che senso possa avere pentirsi delle proprie cattiverie solo nel momento in cui si ha paura di morire. Ho il sospetto che serva solo a salvarsi l’anima».
«Ascolta, Matilde è stata colpita da un virus che resiste a qualsiasi tipo di antibiotico. Le sue condizioni sono molto critiche, anche a causa di una malformazione cardiaca congenita scoperta di recente. Lei vorrebbe vederti. Io te l’ho detto. Tu decidi come meglio credi».
Il colloquio finì lì. Patrício, piuttosto turbato da quella comunicazione, ne parlò con Rita Adália, che gli consigliò di partire e andare dalla sorella.
Alcuni giorni dopo era al suo capezzale presso la Clinica “Nostra Signora del Carmelo”, Reparto Medicina Interna, letto 26.
«Ciao, Matilde, come va?»
«Va!» rispose Matilde senza guardarlo. Si era ripresa ed era ritornata quella di sempre.
«Ho saputo di te. Guglielmo mi ha raccontato delle tue disavventure e sono venuto subito».
«Ti ho fatto pena, forse?» domandò lei scontrosa.
«Non esattamente. Diciamo, che ero in pena per te e… »
mediciLa porta della camera fu spalancata con violenza. Apparve un uomo dalla carnagione nerissima che contrastava quasi con violenza col camice bianco che indossava. In tenuta verde, lo seguivano deferenti alcuni medici e infermieri d’incarnato bianco, acuito ancor di più dal pallore del volto che manifestava apprensione. Un insieme cromatico dai tratti surreali.
«Qui, cosa abbiamo?» esordì l’uomo che guidava il plotone senza rivolgere il saluto a nessuno.
«La signora è stata colpita da un acinetobacter e la stiamo trattando con cefalosporine. Purtroppo, senza risultati apprezzabili» rispose uno dei medici al seguito, mentre gli porgeva la cartella clinica.
«Giovanotto» ribatté l’uomo di colore nero con l’indice puntato «innanzitutto, qui non ci sono signore o signori, ma infermi, e questo è il numero 26. Inoltre, quando ti rivolgi a me, non ti scordare mai il titolo che mi compete: professore!»
«Sì, professore, mi scusi. Volevo comunque suggerire… »
«Tu, non devi suggerire nulla, ma solo ascoltare ed eseguire»
Il giovane medico non replicò. Da bianco, il suo viso divenne paonazzo. Il professore diede un rapido sguardo alla cartella clinica e si avvicinò a Matilde. Le sollevò il mento con un dito ed esaminò gli occhi. Non sembrava che avesse a che fare con una persona, ma con un fantoccio. Patrício, intanto, si era fatto da parte e osservava la scena in silenzio.
«Professore, posso sapere di cosa sono ammalata. Qui nessuno mi dice niente»
«E tu, niente devi sapere, ma solo sottoporti alle cure e gli esami che dispongo io».
«Ma quando guarirò? quando andrò via da qui?»
«Prima o poi, lascerai questo letto, Ventisei».
«”Prima o poi” è un immagine metafisica, un concetto d’infinito» osservò Patrício con una certa ironia. E un letto d’ospedale, bene o male, si lascia sempre, si trattenne dal dire.
«E tu chi sei?» domandò severo il professore.
«Io sono un congiunto della signora Matilde, qui presente. Mentre tu, immagino, devi essere il primario di questo reparto» e sottolineò la parola “signora” e il pronome “tu”.
Il professore, fece una smorfia di disappunto, ma non reagì. Poi, si avvicinò alla finestra volgendo le spalle a tutti.
«La paziente deve essere sottoposta al Black&White» disse irritato, mentre alle sue spalle, sollecita, un’infermiera prese dal carrello che spingeva due flaconi di capsule, uno con l’etichetta nera e l’altro bianca. Il professore si volse e spiegò: «Si tratta di un antibiotico di mia creazione. La Ventisei prenderà la capsula nera al mattino e quella bianca la sera. Tutti i giorni! Interromperà solo quando lo deciderò io! Chiaro?»
«Black&Whithe? Bianco e nero, un simpatico nome per una medicina!» esclamò Matilde come presa da una sorta di incipiente sindrome di Stoccolma.
Il professore si voltò di scatto. Era ancora più burbero, e il colore nero della pelle ancora più tenebroso.
«Black&Whithe, Ventisei! Nero e bianco!»
«Beh, è uguale» disse Matilde intimorita.
«Niente affatto! È diverso!» urlò piccato il primario «E ricordati, che viene sempre prima il nero e poi il bianco».
Matilde annuì. Il professore uscì spedito e impettito, senza salutare, rincorso dal piccolo stuolo ubbidiente. Patrício chiuse la porta della camera lasciata aperta e volse lo sguardo verso la sorella allargando le braccia senza commentare. Questa, come inebetita, ripeté:
«Viene sempre prima il nero e poi il bianco… Si riferiva alla cronologia della terapia… O no?»

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