I biancosi

di mimmo — 

schedaProprio di recente abbiamo vissuto un episodio di astensione dalle urne. Certo, era un referendum, rispetto al quale molti cittadini hanno scelto di non scegliere ritenendo il quesito sbagliato o inutile. Ma tra gli astenuti c’è stato anche chi ha raccolto l’invito del premier Renzi, sostenuto dal presidente emerito Napolitano, a starsene a casa. In questo caso, l’astensione è stata utilizzata come arma impropria per far naufragare una consultazione popolare, il cui probabile risultato abrogativo non era gradito. Non è stato un momento di alta politica, né si ricorda nella storia italiana che una delle massime autorità dello Stato invitasse gli elettori a rinunciare a una scelta popolare. Questo è l’atteggiamento più consono a un opportunista che a un democratico. Soprattutto in un’Italia che registra una disaffezione elettorale piuttosto alta.
Oggi, un italiano su due non ritiene di dover esprimere una scelta, decidendo così di rinunciare a un diritto, che per certi versi è anche un dovere. Chi è chiamato al voto, infatti, lo fa anche per coloro che non possono farlo: minorenni, malati gravi, incapaci di intendere e volere. Un consesso civico necessita di un governo che faccia leggi e le faccia applicare, che curi l’organizzazione della macchina statale e la faccia funzionare, che creda nella democrazia rappresentativa e ne curi la realizzazione.
Ma cosa accadrebbe se a seguito di elezioni la quasi totalità dei cittadini si rifiutasse di dare il proprio voto?
Un uso sfrenato della scheda bianca renderebbe ingovernabile il sistema democratico, dice José Saramago nel suo libro ”Saggio sulla lucidità”, dove racconta che in un certo Paese, nel giorno delle elezioni, solo un numero esiguo di cittadini esprime una scelta. E, a spoglio avvenuto, il primo ministro comunica i risultati:
Egregi cittadini, il risultato delle elezioni che oggi si sono svolte nella capitale del paese è il seguente, partito della destra, otto per cento, partito di mezzo, otto per cento, partito di sinistra, uno per cento, astenuti, zero, schede nulle, zero, schede bianche, ottantatré per cento.
Nell’impossibilità di formare un nuovo governo e indispettite per la mancanza di espressione degli elettori, le autorità politiche decidono di lasciare la capitale e, dopo averla messo “in stato di assedio”, abbandonano al loro destino l’intera cittadinanza. Dalla nuova residenza, il capo dello Stato si presenta in tv per un comunicato alla nazione e, con particolare riferimento ai “biancosi”, cioè quelli che hanno votato scheda bianca, dice:

José Saramago

José Saramago

Vi parlo con il cuore in mano, vi parlo squassato dal dolore di un allontanamento incomprensibile, come un padre abbandonato dai figli che ha tanto amato, smarriti, perplessi, loro ed io, di fronte a un susseguirsi di alcuni avvenimenti insoliti che sono venuti a spezzare la sublime armonia familiare. E non dite che siamo stati noi, che sono stato io, che è stato il governo della nazione, nonché i deputati eletti, che ci siamo separati dal popolo. Certo, ci siamo ritirati stamattina all’alba in un’altra città che da ora sarà la capitale del paese, certo, abbiamo decretato per questa che è stata la capitale e non lo è più un rigoroso stato di assedio che, per forza di cose, renderà seriamente difficile il funzionamento equilibrato di un agglomerato urbano di tale importanza e di queste dimensioni fisiche e sociali, certo, ora vi ritrovate accerchiati, circondati, confinati entro il perimetro della città, senza poterne uscire, e se tenterete di farlo subirete le conseguenze d una immediata risposta armata, ma quello che non potrete mai dire è che la colpa ce l’abbiano questi cui la volontà popolare, liberamente espressa in successive, pacifiche e leali contese democratiche, ha affidato i destini della nazione perché la difendessimo da tutti i pericoli interni ed esterni. Siete voi, sì, soltanto voi, i colpevoli, siete voi, sì, che ignominiosamente avete disertato dal concerto nazionale per seguire il cammino contorto della sovversione, della indisciplina, della più perversa e diabolica sfida al potere legittimo dello stato di cui si abbia memoria in tutta la storia delle nazioni. Non lamentatevi di noi, lamentatevi piuttosto di voi stessi, non di questi che pure parlano attraverso la mia voce, di questi che, mi riferisco al governo, più di una volta vi hanno chiesto, che dico, vi hanno supplicato e implorato di emendare la vostra maliziosa ostinazione, il cui senso ultimo, malgrado gli ingenti sforzi messi in moto dalle autorità dello stato, ancora oggi, disgraziatamente, continua a essere impenetrabile. Per secoli e secoli siete stati la mente del paese e l’orgoglio della nazione, per secoli e secoli, in frangenti di crisi nazionale, di pena collettiva, il nostro popolo si è abituato a volgere lo sguardo verso questo borgo, verso queste colline, sapendo che da qui gli sarebbe giunto il rimedio, la parola di conforto, la rotta giusta per il futuro. Avete tradito la memoria dei vostri antenati, ecco la dura verità che tormenterà per tutta l’eternità la vostra coscienza, furono essi a erigere, pietra su pietra, l’altare della patria, voi avete deciso di distruggerlo, che la vergogna ricada dunque su di voi. Con tutta la mia anima, voglio credere che la vostra follia sarà transitoria, che non perdurerà, voglio pensare che domani, un domani che prego i cieli non si faccia attendere troppo, il pentimento penetrerà dolcemente nei vostri cuori e voi tornerete a riconciliarvi con la comunità nazionale, radice di radici, e con la legalità, rientrando, come il figliuol prodigo, nella casa paterna. Ora siete una città senza legge. Non avrete un governo a imporvi ciò che dovete e ciò che non dovete fare, come dovete e come non dovete comportarvi, le strade saranno vostre, vi appartengono, usatele come vi aggrada, nessuna autorità vi si presenterà a sbarrarvi il passo e a darvi il buon consiglio, ma pure, badate bene a ciò che vi dico, nessuna autorità verrà a proteggervi dai ladri, stupratori, assassini, sarà questa la vostra libertà, godetevela. Forse immaginate, illusoriamente, che, abbandonati al vostro arbitrio e ai vostri liberi capricci, sarete capaci di organizzare meglio e meglio difendere le vostre vite di quanto avevamo fatto noi a favore loro coi sistemi antichi e le antiche leggi. Terribile equivoco, il vostro. Più prima che dopo sarete obbligati a prendere dei capi che vi governino, a meno che non saranno loro a irrompere bestialmente dal caos inevitabile in cui sprofonderete, e a imporvi la loro legge. Allora vi renderete conto della dimensione tragica del vostro errore. Forse finirete per ribellarvi come al tempo delle costrizioni autoritarie, come nell’ominoso tempo delle dittature, ma, non fatevi illusioni, sarete repressi con altrettanta violenza, e non sarete chiamati a votare perché elezioni non ce ne saranno, o, forse, sì, ci saranno, ma non saranno libere, pulite e oneste come quelle che avete disprezzato, e sarà così sino al giorno in cui le forze armate che, insieme a me e al governo della nazione, oggi hanno deciso di abbandonarvi al destino che avete scelto, dovranno tornare per liberarvi dai mostri da voi stessi generati. Tutta la vostra sofferenza sarà stata inutile, vana tutta la vostra ostinazione, e allora capirete, troppo tardi, che i diritti lo sono integralmente solo nelle parole con cui sono state enunciati e nel pezzo di carta al quale siano stati consegnati, vuoi che sia esso una costituzione, una legge o un regolamento, capirete, voglia il cielo convinti, che la loro applicazione smisurata, sconsiderata, rivoluzionerebbe la società più solidamente stabilita, capirete, insomma, che il semplice senso comune ci ordina di considerarli un mero simbolo di quello che potrebbe essere, se lo fosse, e mai come sua effettiva e possibile realtà. Votare scheda bianca è un diritto irrinunciabile, nessuno ve lo negherà, ma proprio come proibiamo ai bambini di giocare col fuoco, così abbiamo avvisato i popoli che va contro la loro sicurezza cincischiare con la dinamite. Concluderò. Prendete la severità dei miei avvertimenti non come una minaccia, ma come un cauterio per l’infetta suppurazione politica che avete generato nel vostro seno e in cui vi state rivoltando. Tornerete a vedermi e udirmi il giorno in cui avrete meritato il perdono che, nonostante tutto, siamo propensi a concedervi, io, il vostro presidente, il governo che avete eletto in tempi migliori e la parte sana e pura del vostro popolo, quella di cui in questo momento non siete degni. Fino ad allora, addio, e che il Signore vi protegga.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella infila la scheda nell'urna dopo aver votato per il referendum sulle trivelle, Palermo, 17 aprile 2016. Il Capo dello Stato ha votato nel seggio allestito nella scuola statale Piazzi, in via Rutelli, a poca distanza dalla sua abitazione in via Libertà. ANSA/ MIKE PALAZZOTTO

Anche oggi, qui in Italia, per molti cittadini è “faticoso” recarsi a votare. Candidati sotto ricatto, eletti sotto controllo, primarie fasulle, primarie truffaldine, primarie confirmatorie, personaggi destrorsi chiamati a rappresentare la Sinistra, personaggi di Sinistra in perenne libera uscita, reduci, ripescati, nominati promossi e nominati bocciati, riservisti, voltagabbana e transumanti, per non dire della “normalità” parlamentare e amministrativa locale fatta di prepotenti, ipocriti, imbroglioni, incapaci e ignoranti. È in questo contesto che la disaffezione trova il suo humus. E non è un caso che il Presidente Mattarella, a proposito di astensionismo ha parlato di una ferita che nessuno può permettersi di trascurare, perché è compito della politica riguadagnare la fiducia dei cittadini, con coerenza e serietà, con attenzione al bene comune e ai principi di legalità. Il potere non si legittima da se stesso, ma dal servizio che rende alla comunità. La disaffezione e la distanza, che i cittadini avvertono, va ridotta con una ripresa di vitalità delle istituzioni e dei partiti, che restano strumento essenziale della vita democratica.

Parole importanti, signor Presidente, però questa volta dia un esempio di partecipazione più forte, anziché alle 20.40 vada a votare in mattinata.

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