I Sassi

di mimmo — 

Matera280516 017Quante volte ce lo siamo detti Elena ed io: ma come, abbiamo girato l’Italia in lungo e in largo e non siamo ancora andati a vedere i Sassi di Matera? Rimossa ogni eccezione, la prossima sortita sarà Matera. E l’occasione ce l’hanno data i nostri figli regalandoci per il nostro 45° anniversario di matrimonio (se ci fosse una pensione per gli anni di convivenza coniugale neanche la Fornero ce l’avrebbe negata) un week-end attraverso quei pacchetti-vacanze tanto di moda oggi.

Riempito il borsone di pochi indumenti necessari e tanti superflui, si parte. Autostrada Napoli-Salerno, quindi l’eterna A3 fino a Sicignano degli Alburni e poi la Basentana. La città di Potenza è di strada e decidiamo di fermarci. Lì abbiamo avuto la nostra prima casa da sposi e ci fa piacere rivedere luoghi di cui conserviamo ancora un buon ricordo. Tranne il centro storico, l’impianto urbanistico è profondamente cambiato e una passeggiata per via Pretoria tra due ali di negozi eleganti ci confermano l’idea di una città benestante. Ho sempre pensato che gli esercizi commerciali siano un buon termometro del modo di vivere di una civitas: il numero di banche danno il senso del denaro che circola, la qualità dell’abbigliamento presente nei negozi indicano il gusto prevalente e le possibilità economiche generali, le librerie e le edicole sono il segno proporzionale dell’interesse culturale, le agenzie di viaggio, poche o tante, denotano il grado di benessere, così i ristoranti e i teatri.
È l’ora di pranzo e dal passato mi torna in mente un ristorante già frequentato: ‘Da Mimì’, nei pressi della chiesa di San Michele. Mimì, invecchiato (come me) ma sempre gioviale, ci accoglie con la cortesia che ricordavo e il nostro pranzo, per quanto semplice è all’altezza delle mie reminiscenze: un antipastino di prodotti locali e un piatto di stracenate accompagnate da un bicchiere di aglianico del Vulture gratificano spirito e palato. Chiudiamo con una fetta di dolce al cioccolato, ma rinuncio all’amaro Lucano che Mimì mi vuole offrire. Devo guidare e non vorrei che un palloncino galeotto possa rivelare un tasso alcolico tale da intossicarmi la vacanza.

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Ponte sulla Gravina

La prossima sosta è Gravina in Puglia. Gravina è un luogo aspro, un esempio di come l’uomo ha saputo abitare in maniera sostenibile tra acqua e pietra all’interno di un territorio ostile, potente espressione della natura. Molto suggestivo è il ponte sulla Gravina che collega le due sponde del burrone.
Poi, finalmente c’è Matera con i suoi Sassi. Dal belvedere che introduce al Sasso Caveoso, il colpo d’occhio è un pugno nello stomaco. Ti rendi conto subito della testimonianza storica e culturale che hai davanti e tornano in mente le parole di Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”:

Arrivai ad una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera. Ma di lassù dov’ero io non se ne vedeva quasi nulla, per l’eccessiva ripidezza della costa, che scendeva quasi a picco, vedevo soltanto, affacciandomi, delle terrazze e dei sentieri, che coprivano all’occhio le case sottostanti. Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto color grigiastro, senza segno di coltivazioni, né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo… un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca ed impaludata tra i sassi del greto. Il fiume e il monte avevano un’aria cupa e cattiva, che faceva stringere il cuore. La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca: S.Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l’inferno di Dante. E cominciai anch’io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se quelle così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone: ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle con qualche modesto ornato settecentesco. Queste facciate finte, per l’inclinazione della costiera, sorgono in basso al filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto. Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando, e vedevo l’interno delle grotte, che non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette. Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte per abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini, bestie.

In Vico Solitario vi è la Casa Grotta, un esempio autentico di quella che era l’abitazione della gente del luogo. Una grande cavità rocciosa alla quale si accede tramite un arco d’ingresso tufaceo, unico elemento costruito dall’uomo.

casa_grotta_materaLe case dei contadini sono tutte eguali, fatte di una sola stanza che serve da cucina, da camera da letto e quasi sempre da stalla per le bestie piccole, quando non c’è per quest’uso, vicino alla casa, un casotto che si chiama in dialetto greco catoico. Da una parte c’è il camino, su cui si fa da mangiare con pochi stecchi portati ogni giorno dai campi: i muri e il soffitto sono scuri pel fumo. La luce viene dalla porta. La stanza è quasi interamente riempita dall’enorme letto, assai più grande di un comune letto matrimoniale: nel letto deve dormire tutta la famiglia, il padre, la madre, e tutti i figliuoli. I bimbi più piccini, finché prendono il latte, cioè fino a tre o quattro anni, sono invece tenuti in piccole culle o cestelli di vimini, appesi al soffitto con delle corde, e penzolanti poco più in alto del letto. La madre per allattarli non deve scendere, ma sporge il braccio e se li porta al seno; poi li rimette nella culla, che con un solo colpo della mano fa dondolare a lungo come un pendolo, finché essi abbiano cessato di piangere.

Al centro della casa c’è un piccolo tavolo dove si deponeva un unico grande piatto dal quale mangiavano tutti i componenti della famiglia. Il ripieno del materasso è di foglie di granturco e al di là di un piccolo tramezzo si scorge una stalla con la mangiatoia e una cavità usata come letamaio o come deposito per la paglia. Adiacente alla casa è presente anche un’antica neviera.
Il letto è piuttosto alto e ci è stato spiegato che lo scopo era di utilizzare lo spazio sottostante a mo’ di ripostiglio. Allora mi sono venuti in mente i moderni letti ribaltabili che nascondono un vano per riporvi oggetti diversi in una sorta, appunto, di ripostiglio, e ho pensato che in fondo i mobilieri di oggi non hanno inventato nulla, ma si sono semplicemente rifatti alla sapiente filosofia contadina “mater artium necessitas”.

Così vivono ventimila persone. Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno diecine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le schiacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma. Sapevo che ce n’era, quaggiù: ma vederlo così nel sudiciume e nella miseria è un’altra cosa. Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come i vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria. Le donne, che mi vedevano guardare per le porte, m’invitavano a entrare: e ho visto, in quelle grotte scure e puzzolenti, dei bambini sdraiati in terra, sotto le coperte a brandelli, che battevano i denti dalla febbre. Altri si trascinavano a stento, ridotti pelle e ossa dalla dissenteria. Ne ho visto anche di quelli con le faccine di cera, che mi parevano malati di qualcosa di ancor peggio della malaria, forse qualche malattia tropicale, forse il Kala Azar, la febbre nera. Le donne, magre, con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi mi salutavano gentili e sconsolate: a me pareva, in quel sole accecante, di essere capitata in mezzo a una città colpita dalla peste.

Oggi i Sassi sono un luogo frequentato da molti turisti e ben organizzato, ma io li ho visti così, con gli occhi di Carlo Levi. Il suo libro, riferito al periodo 1935-36, quando fu confinato in Lucania per le sue posizioni antifasciste e pubblicato nel 1945, rappresentò una denuncia che servì a smuovere le coscienze degli italiani. Negli anni a venire sono stati attivati studi e indagini che hanno fatto riemergere i segni di una millenaria civiltà contadina, in seguito riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità e designato Matera quale capitale europea della cultura per l’anno 2019.

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One thought on “I Sassi

  1. Bellissimo commento! Matera è struggente per la sua storia e comprendere le opere dell’uomo è commovente!!!! Ritornare alla preistoria ha snellito la mente che abita nei meandri del progresso. Grazie!

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