Il carro attrezzi

di mimmo — 

carro attrezziStava uscendo dallo studio del notaio Cerreti alquanto contrariato e volgendo lo sguardo verso il posto dove aveva parcheggiato la macchina ebbe la sgradita sorpresa di non vederla. Scomparsa. Si guardò intorno confuso e poco distante vide una vigilessa congedare un carro attrezzi che trainava proprio la sua automobile. In un attimo realizzò l’accaduto: per la fretta, aveva parcheggiato in prossimità della fermata dell’autobus e la rimozione forzata ne fu la conseguenza.
Non era sua abitudine violare il codice della strada, ma quella volta non aveva trovato alternative ed essendo in ritardo aveva lasciato la macchina nel posto sbagliato. Pensava di sbrigarsi presto, ma le comunicazioni per le quali era stato convocato richiesero più tempo.
«Mi scusi… » disse rivolto al vigile che gli volgeva le spalle.
«Dica… »
Ma nel guardarsi in faccia, entrambi rimasero sorpresi. Piacevolmente sorpresi.
«Ma tu sei… Manfredi… Carlo Manfredi!»
«E tu… Giovanna. O meglio, Corbelli Giovanna… Liceo Umberto, Napoli, 19… »
«Lascia perdere l’anno e fatti abbracciare» esclamò la vigilessa, incurante della formale condotta che la divisa richiedeva. Si cinsero contenti e tra un guarda chi si vede e un chi l’avrebbe mai detto, si avviarono verso il vicino bar per prendere insieme un caffè.

Giovanna Corbelli, agente della polizia municipale, aveva terminato il proprio turno di servizio da qualche minuto e poteva tranquillamente intrattenersi con il suo ritrovato amico. Carlo Manfredi, rappresentante di cosmetici e profumi di un importante azienda, per la gradita sorpresa dimenticò i problemi di quella mattina.
Erano stati compagni di scuola dal primo al terzo liceo e si erano iscritti poi alla stessa facoltà universitaria: scienze politiche. Spesso studiavano insieme e avevano avuto anche una storia di breve durata. Poi Carlo aveva lasciato l’università e si era trasferito a Lodi, dove aveva trovato lavoro come impiegato amministrativo in una ditta di prodotti alimentari. Non era proprio un impiego coerente con le sue aspettative, ma gli permetteva di continuare a frequentare la donna che aveva conosciuto quell’estate in vacanza. Cornelia non era più giovanissima. Aveva circa trent’anni più di lui, ma era una donna ricca di fascino e… di denaro. Carlo stravedeva per lei e per la bella vita che la donna gli offriva e, al momento di separarsi, dopo circa due settimane di vacanze trascorse insieme, non ebbe la forza di rinunciare a lei e neppure al nuovo tenore di vita. Anche Cornelia provava attrazione per lui e gli propose di trasferirsi in Lombardia, nella sua città, dove si adoperò per trovargli quell’impiego, grazie alle influenti amicizie di cui godeva.
«Allora, raccontami di te. Com’è finita con la tua amica… diciamo, un po’ attempata? Vivi sempre a Lodi con lei o sei tornato all’ovile?». Giovanna lo interrogava col sorriso sulle labbra, ma anche con un pizzico di risentimento. Erano trascorsi molti anni da quando era partito, ma non aveva dimenticato che era scomparso senza neanche salutarla.
«No, no. È una storia finita da tempo… o almeno così credevo fino ad oggi».
Giovanna lo guardò perplessa. Che voleva dire? Ma non fece in tempo a chiederglielo che lui continuò:
«Mi dispiace di essere andato via senza avvertirti né salutarti, ma… »
«Ma eri cotto, anzi stracotto di lei e del nuovo mondo che ti offriva. Ho saputo per caso e solo qualche tempo dopo del tuo trasferimento a Lodi e della tua… travolgente storia d’amore. L’ho appreso da tua sorella che incontrai in un centro commerciale. Ci sono rimasta male, ma poi, confesso che non ci ho pensato più».
«Sei sposata?»
«Felicemente e con due splendidi figli, oggi adolescenti. Ma, dimmi, con la “fanciulla del nord”, è una storia chiusa o no?»
«Con Cornelia è finita da tempo. Non è durata molto: meno di quattro mesi. Poi quando… »
«Poi quando vi siete stancati l’un dell’altra e lei ha capito che miravi solo ai suoi soldi… Perché era molto ricca, vero?» lo interruppe con una certa cattiveria Giovanna.
Carlo storse la bocca e assunse un’espressione offesa.
«Non dire così. Con lei stavo bene… almeno fino a quando sono riuscito a sopportare quegli orribili cagnolini dai quali non si separava mai… Neanche…»
«Via, non prendertela. Non volevo offenderti. Ma pensando a voi due, mi è venuta in mente una considerazione non proprio benevola nei confronti delle coppie di età molto diversa… Ma forse è meglio che me ne stia zitta. Sorvoliamo, dai… è una sciocchezza!»
vecchio e giovane 2«Invece no! Ora devi dirmi cosa pensi. In fondo siamo stati sempre buoni amici e la sincerità era un modo di stimarci reciprocamente», protestò Carlo. «Avanti, spara!»
«D’accordo. Poco tempo fa, la figlia di una mia amica si è sposata con un uomo molto ricco, un imprenditore di successo. Niente di strano se non il fatto che lei ha ventiquattro anni e lui oltre sessanta. Mi dirai: “coppie così ce ne sono tante”; “non è lo scarto di età che conta, ma l’amore”; “se stanno bene insieme, perché mai non avrebbero dovuto sposarsi?”. Tutto ovvio, incontestabile, giusto. Ma è possibile, mi chiedo, che quando le coppie sono così anagraficamente assortite, chi è più avanti con gli anni è sempre benestante? A mia memoria, non rammento di aver conosciuto o, quanto meno, sentito parlare del contrario. Se la dominante è l’amore, e l’amore è cieco, come mai un ragazzo giovane e bello non si mette mai con un’anziana signora senza un soldo, e perché una fanciulla non sposa mai un vecchio che vive in un monolocale in periferia con la pensione al minimo?»
Carlo guardava Giovanna a bocca aperta. Non riusciva a dire niente. In fondo, la sua osservazione non era così peregrina. A pensarci bene, neanche lui aveva contezza di casi simili. Gli venne in mente di una sua cugina che da ragazza aveva sposato un senatore con alle spalle diverse legislature. Ora il marito era deceduto e lei faceva una vita agiata grazie ai lasciti dell’anziano consorte già parlamentare. E poi, si chiese, se Cornelia, per quanto affascinante, non fosse stata ricca, dopo l’infatuazione iniziale, l’avrebbe seguita a Lodi piantando di colpo tutto e tutti?
«Sarà anche così, mia cara» ammise a fatica, «ma non era il mio caso». Arrossì.
Giovanna fece un sorriso beffardo. Poi chiese:
«E come mai ti trovi da queste parti?»
«Volevi cambiar discorso, ma non ti è riuscito. Stamattina avevo appuntamento con un notaio, ero in ritardo e ansioso di conoscere il contenuto del testamento. Non avendo trovato alternative ho parcheggiato in divieto di sosta».
«Un testamento?»
cani«Sì, il testamento della vecchia». Questa volta Carlo si espresse così, con spregio. «Sono stato inserito nelle ultime volontà di Cornelia e sai cosa mi ha lasciato? I suoi due fastidiosissimi cagnolini. A me! Capisci? A me che non li sopportavo! Li faceva mangiare sul tavolo insieme a noi! “I miei figlioletti” li chiamava… Inaudito!».
Si era un po’ lasciato andare e senza rendersene conto aveva alzato la voce, tanto che alcuni avventori di un tavolo accanto rivolgevano lo sguardo verso di loro. Giovanna si sentì imbarazzata, ancor di più perché era in uniforme. Carlo inarcò le sopracciglia e accennò ad allargare le braccia come in segno di scusa.
«Non te la prendere» disse Giovanna riprendendo un contegno disinvolto «in fondo, è stato un modo per pensare a te. L’affido dei suoi figlioletti a me sembra una dimostrazione di stima».
«Dici? Ora ti racconto tutto. Le sue volontà testamentarie prevedono l’affidamento al sottoscritto dei suoi due cani per un periodo di nove mesi. Intanto che, una sua nipote, unica erede e orfana di entrambi i genitori, che ora si trova in un college di Bruxelles, diventi maggiorenne e torni in Italia per entrare in possesso di tutte le sue ricchezze. Nel frattempo, io riceverò un assegno mensile di trecento euro per le loro cure. Dovrò portarli settimanalmente presso un centro di bellezza per animali e una volta al mese dal veterinario, impegnandomi a inviare le fatture al notaio. Alla fine, dopo aver consegnato in perfetta salute e ottime condizioni le bestie alla nipotina ereditiera, riceverò in cambio una Porsche Cayenne».
«Ma è l’auto che hai sempre sognato!» esclamò Giovanna.
«È la macchina che dopo nove mesi partorirà la mia pazienza» precisò Carlo.
«Insomma, hai accettato le condizioni?»
«E che potevo fare? rinunciare a quel gioiello della tecnologia?»
Giovanna alzò la testa e guardò l’orologio posto su una parete del locale.
«Si è fatto tardi» disse alzandosi, «devo proprio andare. Mi ha fatto piacere rivederti».
«Ci vedremo ancora?»
Giovanna allargò le braccia e alzò le spalle. «Stammi bene» e lo baciò sulle guance. Poi si avviò verso l’uscita.
«Ehi! E la mia macchina?» gridò Carlo.
Giovanna si voltò.
«Intanto, tu pensa ai figlioletti. Nove mesi passano in fretta»
Un attimo dopo scomparve insieme al suo sorriso.

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