Al di là delle ipocrisie

di mimmo — 

veltroniLa nascita del Partito democratico sembrava l’inizio di un percorso che avrebbe portato verso una formazione politica che ben potesse esprimere quell’idea inclusiva di libertà, uguaglianza e giustizia sociale. Chi come me ha forte la convinzione che un moderno partito progressista deve avere un posto di rilievo nel panorama politico italiano doveva e poteva crederci, soprattutto perché le varie formazioni della sinistra, divise e litigiose, avevano fallito il tentativo di rifondazione di un partito comunista nuovo in grado di opporsi all’area moderata rappresentata per anni dal peggiore qualunquismo opportunistico. E il Pd, in quel momento, con tutti i suoi limiti, era l’unica strada percorribile. Sapevamo tutti che per amalgamare nella nuova formazione sensibilità differenti non sarebbe stato facile e che necessitava tempo e comune disponibilità. L’irruzione di Matteo Renzi, però, ha introdotto ragioni e obiettivi del tutto differenti dai propositi iniziali, fino a conferire al partito un carattere rampante che non disdegna i voti di nessuno, neanche della destra. La sua politica, le alleanze contratte, il modo di gestire gli organi centrali e periferici, ma soprattutto la personalizzazione imposta, grazie anche al sostegno di una manipolo di cortigiani pronti a votare e sostenere qualsiasi sua proposta, ne hanno fatto un soggetto privo di una linea politica chiara e aperto a chiunque, tanto da renderlo vulnerabile a ogni malversazione.
Per converso, la dissidenza interna non è mai riuscita a trovare un’identità comune e si è dispersa in più rivoli. Alcuni esponenti importanti, poi, hanno sbattuto la porta nel tentativo di dar vita a nuove formazioni che si sono rivelate senza spessore politico, prive di seguito significativo e incapaci di ritrovarsi sotto un programma comune. Insomma, un’inconcludente replica dell’atavica polverizzazione della sinistra.
Tutto questo mentre il partito si trasformava in un raggruppamento anodino, monocratico al centro e nebulizzato in periferia. A Roma, il licenziamento di Marino e il malaffare dilagante hanno aperto le porte del Campidoglio ai 5Stelle. A Napoli, ancorché De Magistris non abbia brillato, in cinque anni non si è riusciti a costruire una valida alternativa. A Torino, il sindaco uscente, pur avendo governato la città senza infamia, è stato visto come una paladino del segretario-premier e quindi da disarcionare. A Milano, per vincere, è stato candidato un signore che nulla ha a che fare con un’idea di centrosinistra. Senza contare che in alcune realtà locali vi sono feudatari padroni di consenso che lo affittano al monarca in cambio della libertà di scorribandare nei territori di appartenenza. E al prossimo congresso nazionale sarà grazie a questi latifondisti di voti che i delegati andranno a consolidare la posizione dominante di Renzi. Inoltre, con la nuova legge elettorale anche la futura compagine parlamentare sarà tutta ai suoi ordini. Molto probabilmente Bersani, Cuperlo, Gotor e Speranza troveranno posto nel prossimo Parlamento, ma solo col ruolo di giullari del re, cioè gli unici autorizzati a parlar male del sovrano, giusto per conferire al tutto una parvenza di apertura democratica.
Un quadro desolante che non lascia prefigurare nulla di buono per il futuro. E ancor peggio se si considera che a tutt’oggi non c’è una formazione progressista di opposizione in grado di attrarre coloro che ancora credono nella validità di una sinistra nuova, declinata secondo canoni moderni e che tenga conto dei cambiamenti epocali e dei nuovi equilibri economici e sociali.

Stefano Fassina e Nichi Vendola (D) alla convention "Human Factor" a Milano, 25 gennaio 2015. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Bando alle illusioni quindi, e smettiamola di aspettare Godot. Oggi, a sinistra del Pd non vi è nessuno che ha la caratura del leader, ancor meno c’è chi è in grado di proporre un progetto credibile e praticabile. L’abbiamo detto e lo ripetiamo: Fassina, Civati e anche Vendola non hanno idee chiare e nemmeno unità d’intenti. Per giunta, bisogna prendere atto che solo una minoranza di italiani è disposta a dar credito a un partito di ispirazione comunista. La rivoluzione può attendere è l’italica filosofia degli ultimi settant’anni, altrimenti non si spiegherebbe l’egemonia democristiana prima, poi del pentapartito (DC-PSI-PRI-PSDI-PLI), più avanti del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), successivamente di Berlusconi e oggi di Renzi. Che senso ha, quindi, metter su un partitino del 3-4% che assumerebbe solo la funzione dei due minuti d’odio di stile orwelliano? Non è di questo che ha bisogno la politica italiana, bensì di un grande partito laico, progressista, che abbia come programma la prima parte della Carta Costituzionale e che si impegni a votare le leggi che diano piena attuazione ai principi in essa espressi. Questo partito, oggi, potrebbe essere il Partito Democratico. Ma senza Renzi e senza il suo cerchio magico. Quindi, bisogna mandarlo via.
Ma non è una cosa facile. A meno che…
A meno che non si utilizzi la filosofia del judo, arte marziale che ribalta la forza dell’avversario in squilibri a danno dell’avversario stesso. Insomma, raccogliere la sfida di Renzi quando afferma che se non dovesse passare il referendum confermativo di ottobre, lui abbandona governo e partito e se ne torna a Rignano sull’Arno. Perché è così che ha detto fino al 5 giugno scorso. Non solo il governo, ma governo e partito.

È persino pleonastico precisare che in una situazione normale, dovendo esprimersi su un argomento così importante atto a regolare la vita sociale e democratica degli italiani, non ci sarebbe discussione: si va a votare sulla base del quesito referendario e si sceglie se accettare o respingere le norme approvate dal Parlamento. Ma quella che ci occupa non è una situazione normale. Intanto, perché al cittadino dovrebbero essere forniti tutti gli elementi di valutazione utili a manifestare il proprio pensiero e non la minaccia i cataclismi biblici se dovesse passare il NO alle ri-forme del premier. E non lo è in quanto lo stesso Renzi ha inteso utilizzare il referendum per procacciarsi quella legittimazione popolare che non ha, aggravata dal fatto che governa con una maggioranza ibrida e variabile. Lo ha fatto persino nella campagna elettorale delle ultime elezioni amministrative, introducendo in ogni sua uscita il tema del referendum costituzionale anziché supportare i candidati del Pd nelle singole realtà locali.
E ora, acquisita l’ostilità di una parte consistente dell’elettorato nei suoi confronti, cambia le carte in tavola pensando di allontanare la data del voto, lascia intendere che è meno intransigente a eventuali cambiamenti da apportare all’Italicum e nega di essere disponibile a prendere in considerazione l’ipotesi di spacchettamento. Ma pochi ci credono perché quest’ultima soluzione, anche se costituzionalmente discutibile, potrebbe conferirgli la possibilità di trasformare comunque il risultato in una vittoria prendendo per sé il dato più favorevole. E, com’è noto, il nostro campione ha sempre adattato le convinzioni alle convenienze.

RenziAllora, usciamo da ogni ipocrisia e diciamocelo con chiarezza: questo rimane un referendum pro o contro Renzi. La sfida l’ha lanciata lui per chiamare a raccolta i suoi sostenitori più acritici allo scopo di riceverne un plebiscito, non disdegnando di paventare la fine del mondo per convincere gli indecisi. Ha cercato lo scontro convinto di vincere a man bassa e ora non sa come uscire dalle angustie in cui la sua protervia lo ha spinto. Questa ri-forma costituzionale è un abito confezionato per vestire le sue sfrenate ambizioni, di cui la nuova legge elettorale fa da perfetto pendant. E come ci è stato spiegato da eminenti politologi e costituzionalisti non risolve i problemi del Paese. Anzi, in certi casi li aggrava.

Caro Matteo, oggi ti sei reso conto che hai una corte di modesta levatura politica, i tuoi candidati sindaci hanno poco appeal al punto che anche se hanno ben governato non vengono riconfermati, l’alleanza con Alfano e compagnia di giro non piace e quella con Verdini è impresentabile, come impresentabili sono alcuni tuoi soci (Vincenzo De Luca in primis). Ma soprattutto, la gente non crede alle tue rassicurazioni perché gli zero virgola non incidono sulla loro difficile condizione di vita.
Questo stato di cose ha regalato altri consensi ai 5Stelle e non te ne ha portato nessuno dal centrodestra, dal quale ti aspettavi molto. Anzi, se quest’ultimo si ricompatta, la partita elettorale si giocherà a tre, e dei tre tu sei il più debole. Ora vorresti cambiare strategia, ma non sai cosa fare. C’è un’unica strada, Matteo, cambiare radicalmente la legge elettorale, magari attingendo da quella francese col doppio turno di collegio e primarie regolate per legge. Sarebbe una rivoluzione, lo so, ma restituirebbe agli elettori la possibilità di scegliersi i rappresentanti e far riflettere quella fascia di opinione pubblica che al momento propende per il NO ai cambiamenti costituzionali, proprio a causa dei limiti democratici dell’Italicum. Salvo poi rivedere le competenze del nuovo Senato.

Certo, per te sarebbe un danno d’immagine non indolore, ma questo è il momento della verità e solo tu puoi decidere sul da farsi. Ma senza alcun infingimento. Trovare una soluzione per il bene del Paese o insistere sulla filosofia del “chi non è con me è contro di me” è il tuo dilemma. Sappi comunque che uno statista pone la sua persona in secondo piano, un azzeccagarbugli no, pensa solo a sé stesso.

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