La demo-autocrazia di Erdogan

di mimmo — 

turchiaAbbiamo sentito più volte parlare di autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto di una nazione di fare ciò che vuole nell’ambito dei propri confini. “Padroni in casa propria” è lo slogan che in maniera più esplicita (e volgare) va declamando qualcuno rispetto alle problematiche inter-nazionali che investono i diversi Stati europei e non.

Anche se potrebbe sembrare ovvio e naturale, questo assunto oggi non può aver più valore. Gli interessi politici di ogni singolo Stato si vanno a intrecciare inevitabilmente con quelli degli altri e quasi sempre travalicano anche i confini dei continenti. Accade oggi sulla questione dei migranti, del terrorismo, dell’ambiente e dell’economia. Per non parlare poi dei diritti umani, un tema che tocca la sensibilità del mondo intero. Spesso questo tema è stato oggetto di guerre che hanno portato alla morte civili e militari e alla distruzione di intere comunità. L’ex presidente americano Bush, spalleggiato dall’allora premier inglese Blair, invase l’Iraq per spodestare Saddam Hussein in nome della difesa della libertà del Kuwait. Eppure latitudine e longitudine di questi Stati sono ben distanti tra loro. I maligni dicono che fu il petrolio e il conferir lavoro all’industria pesante a far muovere gli eserciti, e forse hanno ragione. Sta di fatto, però, che a sentir loro le intenzioni dell’Occidente furono di carattere nobile.

Allora, perché la stessa cosa non accade oggi rispetto alla Turchia, dove un tentativo di colpo di Stato, vero o fasullo che sia, vede il comportamento del presidente Erdogan alla stregua del peggior dittatore? Violazione dei diritti umani, negazione di quelli politici, repressioni di massa, privazione delle libertà personali, revoca della facoltà di insegnamento per molti docenti, licenziamento di dipendenti pubblici, destituzione di giudici,  introduzione della censura sui media sono i provvedimenti messi in atto dal presidente turco senza inchieste e regolari processi, senza contraddittorio pubblico e senza garanzie giuridiche. E si parla anche della pena di morte per i presunti golpisti, che, a detta dello stesso Erdogan, sarà da lui applicata senza riserve se solo il Parlamento l’approverà.
Insomma, siamo in un contesto di totale inosservanza di quei principi generali sanciti dall’ONU, atti a tutelare le libertà fondamentali dei cittadini. In tutto questo, la comunità internazionale tace. E quando non tace biascica qualche timida dichiarazione di circostanza.

o-SOLDATI-900Si può dire che questo è solo un affare interno della Turchia? Sì, è vero, Erdogan è stato eletto con un voto democratico e la Costituzione turca gli attribuisce il potere di proclamare lo stato di emergenza e la legge marziale, ma tanto basta a lasciargli le mani libere e fare il bello e il cattivo tempo come se fosse il capo tribù di una antica società tribale? Non sarebbe il caso che la comunità internazionale avanzasse qualche vibrata obiezione su un malinteso diritto di autodeterminazione dei popoli e di sovranità popolare, piuttosto che trincerarsi dietro il principio di non interferenza nelle questioni interne di un altro Stato?
Solo una concezione errata della democrazia può far pensare che il voto popolare possa consentire ogni azione interna fino alla compressione dei diritti delle opposizioni. Nessuno nega che in presenza di un tentativo di sovversione dell’ordine democratico si debba ricorrere a misure di emergenza, ma proprio perché si vuole difendere e mantenere quell’ordine democratico minacciato bisogna rifarsi alle sue regole e non all’arbitrio individuale tipico del despota.

La verità è che altre questioni impediscono all’Europa e agli Stati Uniti di alzare la voce: gli accordi sui migranti per la prima e gli interessi strategici militari per i secondi. E ancora una volta la ragion di Stato mette in ombra giustizia e rispetto per la persona. Ma è civiltà democratica questa?

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