E li chiamano educatori…

di mimmo — 

A Milano in un asilo nido si è verificato l’ennesimo caso di maltrattamenti ai danni di bambini. È una cosa abominevole che non trova nessuna giustificazione. Alcuni lamentano che queste cose sono frutto della nostra epoca, ma non è così, queste cose accadevano anche in passato, per di più tollerate dalle famiglie, che avevano nei confronti della scuola e dei suoi operatori una certa soggezione. Leggendo la cronaca attuale, il mio ricordo è andato a un caso personale che riprendo dal mio libro “FotoNote”.

Mimmo 6anniIl 1° ottobre 1952 cominciai a frequentare la scuola elementare. Non avevo ancora sei anni: li avrei compiuti il mese successivo. Vestivo un grembiule nero e un fiocco rosso mi chiudeva il sovrapposto colletto bianco. Il colore del fiocco era il distintivo della classe frequentata: rosso per la prima, celeste per la seconda, blu per la terza, verde per la quarta e giallo per la quinta. Il grembiule era nero per i maschi e di colore bianco per le ragazze.
La scuola, intitolata a “Carlo Cucca” (ma chi era? un abate docente di diritto canonico vissuto nel XIX secolo? così pare! ma tanto importante da intitolargli una scuola? Tant’è!), era una succursale del 41° Circolo Didattico di Bagnoli. Distava da casa mia poche centinaia di metri e raggiungibile attraverso un percorso tra sentieri in terra battuta. L’edificio, da un punto di vista della staticità architettonica, era considerato “pericolante”. Ciò nonostante, regolarmente in funzione e frequentato da un considerevole numero di alunni. La mia insegnante era una signora anziana, severa ma tutto sommato buona. Si chiamava Giulia. Il cognome non lo ricordo.
Il primo giorno di scuola ci fece fare le astine, cioè dovevamo riempire intere pagine del nostro quaderno di aste orizzontali, verticali e anche oblique. Poi passammo alle vocali e, pian piano, alle consonanti. Ma prima di mettere insieme le parole dovevamo riempire pagine e pagine di quaderno della stessa lettera.
Una paginetta di “a”, una paginetta di “b”… Una paginetta del numero “1”, poi del numero “2”… Così tutto il giorno per tanti giorni. Oggi i bambini cominciano la scuola elementare che già sanno leggere e scrivere molte parole, ma allora leggere, scrivere e far di conti era la finalità didattica. Prima che si passasse alla logica e l’insiemistica ci vollero molti anni ancora.
I miei progressi erano piuttosto soddisfacenti, tanto che alcune settimane dopo, tra il compiacimento di mia madre e il mio orgoglio rilevai un errore su una piccola tabella posta su un terreno in vendita, dove il contadino aveva scritto “SI VENTE”.
Per scrivere si usava una penna da intingere nell’inchiostro. I pennini, innestati in un cannello, erano di due tipi: semplici e a cavallotto. Il primo serviva per esercitarsi nella scrittura, il secondo per la bella calligrafia.

Conclusa la “prima”, la mia maestra andò in pensione. La sostituì il professore Del Vecchio, un maestro di cui serbo ancora un buon ricordo. Magro e alto, vestiva sempre con un abito a doppio petto grigio scuro piuttosto largo per il suo fisico asciutto. Era una persona semplice, di cui non ricordo particolari atteggiamenti o marcate situazioni, forse proprio per il suo comportamento poco esposto. Vi era un altro insegnante invece che era sempre sulla bocca di tutti per la sua esuberanza non sempre positiva. Era il vicario e veniva a scuola in Lambretta, la qual cosa era già di per sé, in quel tempo, un elemento di attrazione.
La “Lambretta” era uno scooter che aveva preso il nome dal fiume Lambro, nei pressi di Milano e lungo il quale era situata lo stabilimento della “Innocenti”, che cominciò a produrla nel 1947.
Il suo arrivo era notato da tutti… notato e temuto. Era severissimo, ma di una severità sopra le righe, cattiva oserei dire. E usava metodi alquanto discutibili. Intanto, era un violento uso a menar ceffoni senza alcuna remora. Inoltre, se un suo alunno risultava impreparato alle interrogazioni, gli confezionava un cappello di carta con le orecchie d’asino e, sempre con la carta, una coda che gli appuntava ai pantaloni. Completava l’opera un cartello attaccato al collo dello sventurato con su scritto “Sono un asino”. Così conciato, lo scolaro veniva accompagnato in tutte le aule esposto al ludibrio generale. Una pantomima che rappresentava una mortificazione enorme dai risvolti psicologici imprevedibili.
violentoUna volta (ero in terza elementare), egli venne nella nostra classe per una comunicazione di cui non ne ricordo l’argomento. Ascoltammo quanto diceva in piedi, in deferente attenzione. Concluse il suo discorso con una domanda: «Tutti d’accordo?». Ci fu un coro di “Sììì!” e un solo secco “No!”.
«Chi ha detto “no”?», urlò con tono rabbioso. Ero stato io, che semplicemente non ero d’accordo su quanto egli aveva appena detto. D’altronde mi sembrava normale esprimere la mia opinione in proposito, visto che proprio lui l’aveva specificatamente richiesta. Egli aveva posto una domanda: “Tutti d’accordo?” ed io che d’accordo non ero, avevo schiettamente manifestato il mio parere. Senza dispetto o mancanza di riguardo.
Ma non era così semplice. Quel signore che nulla aveva dell’educatore considerò la mia risposta un affronto e, avvicinatosi, mi diede un violentissimo ceffone. Poi mi chiese adirato: «Come hai detto?» Ero confuso. Non capivo la reazione. Mi era stata posta una domanda e avevo dato una risposta scevra da qualsiasi sentimento avverso nei suoi confronti. Guardandolo in faccia, ribadii la mia opinione: «No!». Nuovo violentissimo manrovescio e reiterata collerica domanda «Come hai detto?» Ancora un mio “No!” di risposta e rinnovato tentativo di ceffone fermato questa volta dal professore Del Vecchio, che non potendo ulteriormente tollerare il comportamento del collega gli afferrò il braccio che stava per cadere ancora una volta violentemente sulla mia guancia. «Ora basta!» gli disse, «Stai esagerando». Non oso pensare cosa poteva ancora accadere senza l’intervento, sia pur tardivo, del mio maestro.

Il modo di agire dell’uomo purtroppo non era isolato. Altri ancora si abbandonavano a maltrattamenti più o meno analoghi verso i propri scolari. Bacchettate sulle mani o condannati a rimanere inginocchiati per ore, erano le punizioni corporali più frequenti.
Eppure Maria Montessori sosteneva che il maestro non insegna al bambino la sua verità, non cerca di travasare in lui il suo sapere, ma dirige le attività del bambino, quelle attività che gli permettono di sviluppare il suo spirito in modo libero, di liberare le sue immense energie e potenzialità, che la società e la scuola tradizionale invece comprimono implacabilmente.

Parole di perenne attualità.

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