In vino vita!

di mimmo — 

vineria 1Era seduto al tavolo della vineria Novecento, un luogo gradevole che di tanto in tanto frequentava. Enzo e Giosuè, i proprietari, due fratelli molto affabili, conoscevano bene Girolamo, che, pur non essendo un assiduo avventore, era una persona cordiale, sempre pronto a scambiare qualche parola con loro. Girolamo, di solito, si fermava lì all’ora di pranzo. Gli piaceva molto. Poteva mangiare variopinte insalate, tranci di pizza, bruschette oppure salumi e formaggi di qualità. Pietanze sempre accompagnate da un buon bicchiere di vino, che sceglieva insieme ai giovani proprietari, esperti di enologia e buoni conoscitori di case vinicole. Quella sera, entrò nel locale intorno alle dieci. Alquanto rabbuiato in viso, si sedette a un tavolo in fondo alla sala piccola, come per nascondersi. Rispose con un borbottio al saluto di Giosuè che si era avvicinato e ordinò, non un bicchiere, ma una bottiglia di vino.
«Una bottiglia?» chiese sorpreso Giosuè. «Quale bottiglia? E da mangiare cosa le porto?»
«Porta ciò che vuoi. Ma solo da bere. Non ho fame» rispose brusco.
«È sicuro di star bene, signor Girolamo?».
«Non preoccuparti, sto benissimo. Per favore… voglio solo bere qualcosa».
Il ragazzo si congedò mentre la piccola orchestra di archi nella sala grande concludeva un Adagio di Mozart. Qualche minuto dopo Giosuè ritornò con una bottiglia di rosso e un bicchiere a calice tondo.
«Le propongo un Falerno del 2000, un vino della sua terra di origine prodotto da uve aglianiche del monte Massico. È una vite che nasce su terra vulcanica, non lontano dalla costa tra i fiumi Volturno e Garigliano. Ha caratteri morbidi e avvolgenti, e tonalità leggermente balsamiche. Che ne dice?».
Girolamo si limitò a un cenno del capo senza alzare nemmeno lo sguardo dal tavolo. Giosuè si rese conto che doveva lasciarlo in pace e in compagnia della sola bottiglia. Non gli faceva piacere quella situazione perché nel suo locale non si ubriacava mai nessuno. Di rado, qualcuno era giunto ad essere un po’ alticcio, ma niente di più. Ora aveva timore che quel cliente volesse alzare il gomito di proposito, per annegare una contrarietà nell’alcol. Scambiò uno sguardo preoccupato con il fratello Enzo che aveva seguito il colloquio e si allontanò per ritornare dietro il banco di mescita per occuparsi d’altro. Ma non poteva fare a meno, ogni tanto, di lanciare uno sguardo di controllo verso il tavolo di Girolamo. Questi, osservava la bottiglia e l’etichetta. Poi soffermò lo sguardo su “Massico”, il monte che da bambino vedeva da una finestra di casa sua, non lontano da un tratto dell’antica via Appia. Gli avevano raccontato che, nei secoli passati, quel vino era molto apprezzato dai Romani, che lo serbavano nelle grotte che si aprivano sulle pendici della montagna. Sia durante la vendemmia che nella conservazione alcuni pretoriani erano incaricati di controllarne la genuinità per evitare che i contadini l’annacquassero. Si può dire, pensò, che è stato il primo vino della storia a denominazione di origine controllata. Ne bevve un sorso e, sul fondo del bicchiere, gli sembrò di vedere quattro numeri: 3 – 11- 33 – 46. Era la combinazione che da trentasette anni giocava al lotto. Prima una, poi due, e ora tre volte la settimana. Tenacia e perseveranza non l’avevano mai abbandonato, anche se non aveva mai vinto.
fortunaMa quella volta aveva detto basta! Dopo tanti anni gli sembrò ridicolo insistere e con i soldi in mano davanti al botteghino delle scommesse, disse “No, è ora di finirla”. E rinunciò a puntare. Ma la fortuna più che cieca è perfida, perché quella volta l’estrazione presentò i primi quattro numeri nel 3, 11, 33, 46. Seguiva e chiudeva la cinquina il numero 89. Ma di quest’ultimo non gliene importava nulla. Nel leggere la serie vincente, mancò poco che gli venisse un colpo. Si sentì mancare ma non svenne. Bevve un sorso d’acqua e uscì di casa senza neanche spegnere il televisore. Vagò a lungo per la città e, senza rendersene conto, si ritrovò a quel tavolo col bicchiere di vino in mano. Mentre lo deponeva vuoto accanto alla bottiglia, Giosuè gli portò un vassoio con una bruschetta coperta di lardo di Arnad e un’altra con filetti di acciughe di Cetara.
«La prego di gradire, offriamo noi. Sono prelibatezze della nostra Italia. Le chiamiamo “NorSud”. Sa, è un modo nostro per tenere l’Italia unita… almeno a tavola».
Depose il vassoio e andò via. Girolamo sembrò non ascoltare. Il suo pensiero era bloccato sul momento beffardo in cui aveva deciso di rinunciare a quella giocata che gli avrebbe risolto un bel po’ di problemi. Non poteva capacitarsi. Ma cosa gli era saltato in mente di dire “Basta!”. Se almeno avesse aspettato ancora una settimana. Senza rendersene conto abbassò gli occhi su quelle fette di pane farcite e osservò il fondo del bicchiere rosso purpureo. Lo riempì di nuovo senza toccarlo. Il suo sguardo andava dal pane al vino. Pensò che il vino e il pane non esistono in natura, ma sono il prodotto di una lunga e sapiente elaborazione dell’uomo, che attraverso informazioni ed esperienze è riuscito a trasformare un chicco di uva e uno di miglio in bevanda e cibo.
Alzò il bicchiere e, mentre beveva, considerò che la vigna non è una coltivazione che dà frutti immediati. A differenza dei cereali, piantare una vite significa stipulare un’alleanza con un pezzo di terra, affermare che in quel posto preciso si vuole dimorare e attendere con pazienza i frutti del proprio lavoro. Un patto tra uomo e natura che implica voglia di vivere e speranza per il futuro. Il suo pensiero andò a suo nonno, che sulle pendici del monte Massico aveva un bellissimo vigneto. Riandò alla sua fanciullezza, quando seguiva il vecchio tra i tralci e gli faceva mille domande.
Mentre nella testa si affastellavano pensieri e ricordi, udì lo squillo di un telefonino. Era il suo.
«Pronto?» Il tono era dimesso. «Domani? Non so se ci sarò… No, nemmeno nei giorni a venire… Ti saluto».
Posò il telefono sul tavolo e si accorse che sulla tovaglietta di carta che gli avevano messo al momento di sedersi vi era scritto qualcosa. Lesse:
Accanto al pane del bisogno, al pane che sfama, al pane quotidiano necessario per vivere, l’ uomo ha avuto il vino della gratuità e della festa: una bevanda non necessaria alla sopravvivenza, ma preziosa per la consolazione, la gioia condivisa, l’amicizia ritrovata… Il vino: bevanda che, bevuta in solitudine, ne stordisce l’amarezza solo per accentuarne la tristezza, ma anche bevanda che, gustata nell’ intimità di un’amicizia, ne esalta il sapore e ne affina il piacere. Bevanda esigente, anche, perché richiede a chi beve lo sforzo di liberarsi dalla schiavitù dell’efficienza esasperata, per abbandonarsi alla gratuità, senza la quale la vita è priva di sapore; bevanda che invita a cantare la vita, a immettere nella consapevolezza della morte la volontà di dire di sì alla vita.*

Si alzò. Prese con una mano il bicchiere e la bottiglia e si trasferì nell’altra sala dove i musicisti ora stavano suonando un rondò. Tutti i tavoli erano occupati e nel guardarsi intorno un po’ smarrito, incrociò lo sguardo di due avventori seduti a un tavolo accanto all’orchestra. C’era posto ma non li conosceva. Un sorriso, un gesto d’invito e si ritrovò in compagnia di due persone che non aveva mai visto prima. Nessuno parlò per non disturbare l’esecuzione degli archi, ma Girolamo versò dalla sua bottiglia il Falerno rosso nei tre bicchieri spenti che giacevano sul tavolo. Insieme li alzarono aprendosi tutti in un cordiale sorriso. Uno dei tre disse:
«Alla vita!»

*da “Il pane di ieri” (Einaudi Editore) di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose

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