L’altro 11 settembre

di Isabel Allende — 

Nel nominare la data dell’11 settembre tutti pensano all’attentato alle Torri Gemelle. L’evento ne ha messo in ombra un altro non meno importante e non meno grave nel quale sono interessati anche gli americani: la morte di Salvador Allende a seguito del colpo di stato guidato dal generale Pinochet avvenuta nel 1973.
Salvador Allende, il Compañero Presidente, una volta insediatosi nel novembre del 1970, avviò riforme di tipo socialista e democratiche, tanto che la sua “rivoluzione” fu definita “con empanadas (panini farciti di carne e verdure tipici della cucina sudamericana) e vino rosso”, a sottolinearne il carattere pacifico.
Nel suo libro “Paula” (edito da Feltrinelli), Isabel Allende racconta alcuni avvenimenti a lui legati e la sua tragica fine.

1280px-Allende_supportersIl giorno delle elezioni i più sorpresi della vittoria furono i vincitori, perché in fondo non se lo aspettavano. Dietro le porte e le finestre chiuse dei quartieri alti gli sconfitti tremavano, certi che le turbe si sarebbero sollevate in una ventata d’odio di classe accumulato da secoli, ma non fu così, ci furono solo pacifiche manifestazioni di gioia popolare. Una folla che cantava El pueblo unido jamás será vencido invase le strade agitando bandiere e stendardi, mentre all’Ambasciata degli Stati Uniti il personale si riuniva in seduta d’emergenza…

Nei tre anni seguenti il governo di Unità Popolare nazionalizzò le risorse naturali del paese – rame, ferro, nitrati, carbone – che da sempre erano state in mano straniere, rifiutandosi di pagare anche il compenso simbolico di un dollaro; dilatò drammaticamente la riforma agraria, distribuendo fra i contadini latifondi di antiche e potenti famiglie, cosa che scatenò un odio inaudito; disarmò i monopoli che per decenni avevano impedito la concorrenza sul mercato e li costrinse a vendere a un prezzo conveniente per la maggior parte dei cileni. Nelle scuole si distribuiva il latte ai bambini, si creavano ospedali nelle località più emarginate e i salari dei più poveri salirono a un livello ragionevole. Questi mutamenti erano accompagnati da gioiose dimostrazioni popolari di appoggio al governo, ma gli stessi partigiani di Allende si rifiutavano di ammettere che le riforme andavano pagate e che la soluzione non poteva consistere nello stampare più banconote. Presto ebbero inizio il caos economico e la violenza politica. All’estero si seguiva il processo con curiosità, si trattava di un piccolo paese latinoamericano che aveva scelto la via della rivoluzione pacifica; Allende era visto come un leader progressista impegnato a migliorare la situazione dei lavoratori e a superare le ingiustizie economiche e sociali, ma all’interno del Cile metà della popolazione lo detestava e il paese era diviso in due fazioni inconciliabili. Gli Stati Uniti, terrorizzati dalla possibilità che le sue idee avessero successo e il socialismo si estendesse irresistibilmente al resto del continente, chiusero il credito e stabilirono un blocco economico. Il sabotaggio della destra e gli errori di Unità Popolare produssero una crisi di proporzioni mai viste, l’inflazione raggiunse livelli talmente incredibili che non si sapeva al mattino quanto sarebbe costato un litro di latte nel pomeriggio, c’erano banconote a iosa ma non c’era quasi niente da comprare, cominciarono code per acquistare prodotti essenziali, olio, dentifricio, zucchero, pneumatici. Il mercato nero era inevitabile. Per il mio compleanno le mie colleghe di lavoro mi regalarono due rotoli di carta igienica e un barattolo di latte condensato, i due articoli più preziosi del momento. Come tutti, fummo vittime dell’angoscia di far provviste, spesso ci mettevamo in coda per non perdere un’occasione qualsiasi, anche se la ricompensa era lucido da scarpe giallo. Nacquero nuovi mestieri: c’era chi teneva il posto in coda e chi acquistava prodotti al prezzo ufficiale per rivenderli al doppio…

AllendeNoi cileni eravamo orgogliosi del fatto che i nostri capi di Stato circolassero senza scorta, e che il cortile del Palazzo della Moneda fosse una pubblica piazza; ma con Salvador Allende tutto questo ebbe fine, l’odio si era esacerbato e si temeva per la sua vita. I suoi nemici accumulavano armi per attaccarlo. Il Presidente socialista si muoveva con venti uomini armati in una flottiglia di automobili prive di distintivi, tutte uguali, perché non si potesse scoprire in quale si trovava lui. Fino allora i governanti avevano vissuto nelle loro case, ma la sua era piccola e non all’altezza della carica. Sotto un diluvio di critiche odiose, il governo acquistò nei quartieri alti una dimora per la Presidenza, e la famiglia si trasferì con le sue ceramiche precolombiane, i quadri collezionati nel corso degli anni, le opere d’arte donate dagli artisti stessi, le prime edizioni di libri con dediche degli autori e le fotografie che testimoniavano momenti importanti della carriera politica di Allende. Nell nuova residenza mi toccò assistere a un paio di riunioni, in cui l’unico tema di conversazione era sempre la politica. Quando i miei genitori rientravano dall’Argentina il Presidente ci invitava in una casa di campagna affacciata sui monti circostanti la capitale, dove soleva passare i fine settimana. Dopo colazione guardavamo assurdi film western. Che erano il suo relax. In alcune camere che davano sul patio vivevano dei guardaspalle volontari che Allende chiamava il suo gruppo di amici personali, e che gli oppositori definivano guerriglieri terroristi e assassini. Giravano sempre armati, all’erta, pronti a proteggerlo col loro stesso corpo. In una di quelle giornate campestri Allende cercò di insegnarci a tirare al bersaglio con un fucile che gli aveva regalato Fidel Castro, lo stesso che fu trovato accanto al suo cadavere il giorno del golpe. Io, che non avevo mai preso in mano un’arma, e che ero stata allevata in base al detto del Tata che le armi da fuoco le carica il Diavolo, impugnai il fucile come fosse un ombrello, lo brandii goffamente puntandoglielo alla testa senza accorgermene. Immediatamente sbucò fuori una delle sue guardie, che mi balzò addosso e rotolammo insieme a terra. È uno dei pochi ricordi che ho di lui durante i tre anni del suo governo. Lo vidi meno di prima, ma partecipai alla vita politica e continuai a lavorare nella casa editrice che lui considerava il suo peggior nemico, senza comprendere realmente cosa stava accadendo nel paese.

01_salvador_allendeChi era Salvador Allende? Non lo so, e sarebbe pretenzioso da parte mia tentare di definirlo, ci vorrebbero molti volumi per dare un’idea della sua complessa personalità, della sua difficile gestione e del ruolo che occupa nella storia. Per anni lo considerai uno dei tanti zii in una famiglia numerosa, l’unico rappresentante di mio padre; fu dopo la sua morte, lasciando il Cile, che capii la sua dimensione leggendaria. In privato fu buon amico dei suoi amici, leale fino all’imprudenza, non riusciva a concepire il tradimento e gli costò molto accettare l’idea di essere stato tradito. Ricordo la fulmineità delle sue risposte e il suo senso dell’umorismo. Era stato battuto in un paio di campagne elettorali ed era ancora giovane quando un giornalista gli chiese cosa avrebbe voluto che si scrivesse sulla sua lapide, e lui replicò all’istante: qui giace il futuro presidente del Cile. Mi sembra che le sue caratteristiche più evidenti fossero l’integrità, l’intuizione, il coraggio e il carisma; seguiva gli slanci del cuore, che raramente lo ingannavano, non indietreggiava davanti al rischio ed era capace di sedurre le masse quanto gli individui. Si diceva che fosse in grado di rovesciare qualsiasi situazione a suo favore, perciò il giorno del colpo di Stati i militari non osarono affrontarlo di persona e preferirono mettersi in contatto con lui per telefono o tramite messaggeri. Assunse la carica di Presidente con tanta dignità da sembrare arrogante, aveva gesti ampollosi da tribuno e una maniera di camminare caratteristica, molto eretto, petto in fuori e quasi in punta di piedi, come un gallo da combattimento,. Dormiva pochissimo, solo tre o quattro ore per notte, usava aspettare l’alba leggendo o giocando a scacchi con gli amici più fedeli, ma poteva dormire per pochi minuti, in generale in automobile, e si svegliava fresco e riposato. Era un uomo raffinato, amante dei cani di razza, degli oggetti d’arte, degli abiti eleganti e delle donne formose. Curava molto la propria salute, era prudente nel mangiare e nel bere alcolici. I suoi nemici lo accusavano di essere affettato, e puntavano l’indice contro i suoi gusti borghesi i suoi amorazzi, le giacche di camoscio e le cravatte di seta. Metà della popolazione temeva che conducesse il paese verso una dittatura comunista e si accinse a impedirlo a ogni costo, mentre l’altra metà festeggiava l’esperimento socialista con murales di fiori e colombe…

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“Marcia delle pentole vuote “, organizzato dalle donne delle classi superiori cilene contro il governo di Salvador Allende

Agli inizi del 1973 il Cile sembrava un paese in guerra, l’odio cresciuto nell’ombra giorno dopo giorno si era scatenato in scioperi, sabotaggi e atti di terrorismo di cui si accusavano reciprocamente gli estremisti di sinistra e di destra. Gruppi di Unità Popolare occupavano terreni privati per costruirci villaggi, fabbriche per nazionalizzarle e banche per metterle sotto controllo, creando un tale clima di insicurezza che l’opposizione al governo non dovette darsi troppo da fare per seminare il panico. I nemici di Allende perfezionarono i loro metodi di aggravare i problemi economici fino a trasformarli in scienza, circolavano voci che spaventavano la gente inducendola a ritirare i risparmi dalle banche, i raccolti venivano bruciati e il bestiame ucciso, si facevano sparire dal mercato articoli fondamentali, dalle gomme dei camion ai più minuscoli pezzi dei sofisticati apparati elettronici. Privi di aghi e di cotone, gli ospedali erano paralizzati, senza i pezzi di ricambio per macchinari le fabbriche smettevano di produrre. Bastava eliminare un solo pezzo e si fermava un’intera industria; così migliaia di operai rimasero senza lavoro. In risposta i lavoratori si organizzavano in comitati, cacciavano i capi, prendevano in mano la direzione della fabbrica e si accampavano vicino agli ingressi, vigilando giorno e notte affinché i padroni non rovinassero le loro stesse imprese. Anche gli impiegati di banca e i funzionari della pubblica amministrazione montavano la guardia, per evitare che i loro colleghi del partito avversario confondessero le carte degli archivi, facessero sparire documenti e collocassero bombe nei bagni. Si perdevano ore preziose in interminabili riunioni in cui si pretendeva di prendere decisioni collettive, ma tutti si disputavano la parola per esporre il loro punto di vista su cose insignificanti, e raramente si raggiungeva un accordo; quello che normalmente il capo decideva in cinque minuti costava agli impiegati una settimana di discussioni bizantine e di votazioni democratiche. Su scala più ampia, la stessa cosa avveniva nel governo: i partiti di Unità Popolare si dividevano il potere proporzionalmente, e le decisioni passavano attraverso tanti filtri che quando finalmente si approvava qualcosa non somigliava neppure lontanamente al progetto originale. Allende non aveva la maggioranza al Congresso e i suoi progetti si infrangevano contro il muro inflessibile dell’opposizione. Il caos aumentò, si viveva in un clima di precarietà e di violenza latente, il pesante meccanismo dello Stato era inceppato. Di notte Santiago aveva l’aspetto di una città devastata da un cataclisma, le strade rimanevano buie e quasi vuote perché pochi si cile2211azzardavano a circolare a piedi, i trasporti pubblici funzionavano a metà per gli scioperi e la benzina era razionata. In centro ardevano i falò dei compagni, come si chiamavano i sostenitori del governo, che durante la notte custodivano edifici e strade. Brigate di giovani comunisti dipingevano murales di propaganda sulle pareti, e gruppi di estrema destra circolavano su auto dai vetri oscurati sparando alla cieca. Nelle campagne dove era stata applicata la riforma agraria, i padroni progettavano la rivincita provvedendosi di armi che introducevano di contrabbando attraverso la lunga frontiera della cordigliera andina. Migliaia di capi di bestiame furono portati in Argentina attraverso i passi del sud, e altri furono sacrificati per evitarne la distribuzione ai mercati. A volte i fiumi si tingevano di sangue e la corrente trasportava cadaveri gonfi di vacche da latte e di maiali. I contadini che avevano vissuto per generazioni obbedendo agli ordini, si riunivano in cooperative per lavorare, ma mancavano di iniziativa, conoscenze e credito. Non sapevano far uso della libertà e molti invocavano segretamente il ritorno del padrone, quel padre autoritario e spesso odiato, ma che almeno dava ordini chiari e in caso di bisogno li proteggeva contro le sorprese del clima, le malattie delle piante e le epidemie degli animali, aveva amici e trovava sempre quanto gli serviva, mentre loro non osavano varcare la porta di una banca ed erano incapaci di decifrare le clausole in caratteri minuscoli dei documenti che gli mettevano davanti da firmare. E neppure capivano che diavolo cianciassero gli assistenti inviati dal governo, con la loro lingua forbita e le parole difficili, gente di città con le unghie pulite che non sapeva usare un aratro e non aveva mai dovuto tirar fuori con le mani un vitello mal messo dalle visceri di una vacca. Non misero da parte le sementi per l’anno successivo, si mangiarono i tori da riproduzione e persero i mesi più utili dell’estate a discutere di politica mentre i frutti cadevano maturi dagli alberi e le verdure marcivano nei solchi. Infine i camionisti dichiararono lo sciopero e non ci fu modo di trasportare le merci da una parte all’altra del paese, alcune città rimasero senza viveri mentre in altre marcivano gli ortaggi e il pesce. Salvador Allende perse la voce tanto denunciò il sabotaggio, ma nessuno gli badò e non disponeva di gente né di potere sufficiente a rintuzzare i nemici con la forza. Accusò i nordamericani di finanziare lo sciopero; ogni camionista riceveva cinquanta dollari al giorno se non lavorava, per cui non c’era alcuna speranza di risolvere il conflitto, e quando mandò l’Esercito a ristabilire l’ordine si scoprì che mancavano parti fondamentali dei motori e non si potevano muovere le carcasse abbandonate in fila sulle strade; per giunta le carreggiate erano disseminate di chiodi che forarono le gomme dei veicoli militari. La televisione mostrò da un elicottero quello spreco di ferraglie inutili che arrugginivano sull’asfalto delle strade. Procurarsi da mangiare divenne un incubo, ma nessuno soffrì la fame perché chi poteva pagare si riforniva al mercato nero e i poveri si organizzavano quartiere per quartiere per trovare l’essenziale. Il governo invocava pazienza e il ministero dell’Agricoltura distribuiva opuscoli per insegnare alla cittadinanza a coltivare ortaggi sui balconi e nelle vasche da bagno…

Augusto Pinochet

Augusto Pinochet

Nonostante le gravi difficoltà di quel periodo, il popolo continuava a festeggiare la sua vittoria, e quando a marzo si tennero le elezioni parlamentari Unità Popolare vide aumentare la sua percentuale di voti. La destra allora pensò che la presenza dei chiodi sulle strade e l’assenza dei polli dai mercati non erano sufficienti ad abbattere il governo socialista, e decise di passare alla fase finale della cospirazione. Da quel momento cominciarono le voci di un colpo di Stato militare. Per la maggior parte non sospettavamo di cosa si trattasse, avevamo sentito che in altri paese del continente i soldati prendevano il potere con fastidiosa regolarità, e ci vantavamo che questo non sarebbe mai accaduto in Cile, avevamo una solida democrazia, non eravamo una di quelle repubbliche delle banane del Centroamenrica e neanche l’Argentina, dove per cinquant’anni tutti i governi civili erano stati abbattuti da sollevazioni militari. Ci consideravamo gli svizzeri del continente. Il capo delle Forze Armate, generale Prats, intendeva rispettare la costituzione e permettere ad Allende di terminare il suo mandato in pace, ma una frazione dell’esercito si ribellò e in giugno fece uscire i carri armati nelle strade. Prats riuscì a imporre la disciplina alla truppa, ma ormai la battaglia si era scatenata, il Parlamento dichiarò illegale il governo di Unità Popolare e i generali chiesero le dimissioni del loro comandante in capo, senza osare mostrare la faccia: mandarono le loro mogli a manifestare di fronte alla casa di Prats, uno spettacolo vergognoso. Il generale si vide costretto a dimettersi e Allende nominò al suo posto Augusto Pinochet, un oscuro militare di cui nessuno aveva mai sentito parlare, amico e compare di Prats, che giurò di rimanere leale alla democrazia. Il paese sembrava fuori controllo e Salvator Allende annunciò un plebiscito affinché il popolo decidesse se doveva continuare a governare o dimettersi per indire nuove elezioni; la data proposta fu l’11 settembre…

Salvador Allende al Palazzo della Moneda

Salvador Allende al Palazzo della Moneda

L’11 settembre 1973, all’alba, si ribellò la Marina, e quasi subito dopo l’Esercito, l’Aviazione e infine i Carabinieri, la polizia cilena. Salvador Allende fu avvertito immediatamente, si vestì in fretta, salutò la moglie e partì per il suo ufficio pronto a fare ciò che aveva sempre detto. dalla Moneda non mi faranno uscire vivo. Le sue figlie, Isabel e Tati, che allora era incinta, accorsero accanto al padre. Presto la cattiva notizia si sparse e convennero al Palazzo ministri, segretari, impiegati, medici di fiducia, alcuni giornalisti e amici, una piccola folla che si aggirava per le sale senza saper che fare, improvvisando tattiche di battaglia, barricando le entrate con i mobili secondo le confuse istruzioni della scorta del Presidente. Voci concitate suggerirono che era venuto il momento di chiamare il popolo a una manifestazione di massa in difesa del governo, ma Allende comprese che ci sarebbero state migliaia di orti. Intanto cercava di dissuadere gli insorti per mezzo di messaggeri e telefonate, perché nessuno dei generali ribelli ebbe il coraggio di affrontarlo faccia a faccia. I carabinieri di guardia ricevettero l’ordine di ritirarsi dai loro superiori che si erano affiancati al Golpe, il Presidente li lasciò andare, ma volle che consegnassero le armi. Il Palazzo rimase indifeso e i grandi portoni di legno con rinforzi in ferro battuto furono chiusi dall’interno. Poco dopo le nove del mattino Allende calcolò che tutta la sua abilità politica non sarebbe basta a deviare il tragico corso degli eventi, in realtà gli uomini asserragliati nell’antico edificio coloniale erano soli, nessuno sarebbe accorso in loro aiuto, il popolo era disarmato e senza capi. Ordinò che le donne uscissero, e le sue guardie del corpo distribuirono le armi agli uomini, ma pochissimi sapevano usarle. Zio Ramón aveva avuto la notizia all’ambasciata di Buenos Aires e riuscì a parlare per telefono col Presidente. Allende si congedò dal suo amico di tanti anni: non mi dimetterò, uscirò dalla Moneda solo quando avrà termine il mio mandato presidenziale, quando me lo chiederà il popolo, oppure morto. Intanto le guarnigioni militari di tutto il paese cadevano a una a una in mano ai golpisti e nelle caserme cominciava la purga di coloro che rimanevano fedeli alla costituzione, i primi fucilati di quel giorno indossavano la divisa. Il Palazzo era circondato da soldati e da carri armati, si sentirono colpi isolati e poi una fitta sparatoria che perforò gli stessi muri centenari e incendiò mobili e tende al primo piano. Allende uscì sul balcone con un elmetto e un fucile e sparò un paio di raffiche, ma presto qualcuno lo convinse che era una pazzia e lo costrinse a rientrare. Fu concordata una breve tregua per far uscire le donne e il Presidente chiese a tutti di arrendersi, ma pochi lo fecero, la maggior parte si trincerò nelle sale del secondo piano, mentre lui si accomiatava con un abbraccio dalle sei donne che ancora gli rimanevano accanto. Le figlie non volevano abbandonarlo, ma a quell’ora era già vicina la fine e per ordine del padre le fecero uscire a viva forza. Nella confusione uscirono in strada e camminarono senza che nessuno le fermasse, finché un’auto non le raccolse per condurle in un luogo sicuro. Tati non si riprese mai dal dolore di quella separazione e dalla morte del padre, l’uomo che aveva più amato nella sua vita, e tre anni più tardi, esiliata a Cuba, affidò i figli a un’amica e senza prendere congedo da nessuno si sparò. I generali, che non si aspettavano tanta resistenza, non sapevano come agire e non volevano trasformare Allende in un eroe, gli offrirono un aereo per andare in esilio con la famiglia. Vi sbagliate sul mio conto, traditori, fu la risposta. Allora gli annunciarono che sarebbe iniziato il bombardamento aereo. Restava pochissimo tempo. Il Presidente si rivolse per l’ultima volta al popolo attraverso l’unica emittente radio che non era ancora nelle mani dei militari insorti. La sua voce era talmente calma e ferma, le sue parole così determinate, che quel commiato non sembra l’ultimo respiro di un uomo che sta per morire, ma il saluto dignitoso di colui che entra per sempre nella storia. Certamente Radio Magallanes sarà messa a tacere e il timbro tranquillo della mia voce non vi giungerà. Non importa. Continuerete a sentirlo. Sarà sempre accanto a voi. Almeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno, che fu leale alla lealtà dei lavoratori… Hanno la forza, potranno soggiogarvi, ma non si arrestano i processi sociali né col delitto né con la forza. La storia è nostra e la faranno i popoli… Lavoratori della mia terra: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Resistete sapendo che presto si apriranno le grandi strade da cui passerà l’uomo libero per coistruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

palazzo della Moneda 2Come uccelli fatali, i bombardieri volarono sul palazzo della Moneda sganciando il loro carico con tanta precisione che le bombe entrarono dalle finestre, e in meno di dieci minuti tutta un’ala dell’edificio era in fiamme, mentre dalla strada i carri armati lanciavano proiettili a gas lacrimogeno. Simultaneamente altri aerei e carri armati attaccavano la residenza presidenziale nei quartieri alti. Fiamme e fumo avvolsero il primo piano del palazzo e incominciarono a invadere le sale del secondo, dove Salvador Allende e alcuni suoi seguaci erano trincerati. C’erano corpi da ogni parte, alcuni feriti si dissanguavano rapidamente. I superstiti, soffocati dal fumo e dai gas, non riuscivano a farsi sentire sopra il rumore della fucileria, degli aerei e delle bombe. La truppa d’assalto dell’Esercito entrò attraverso le brecce, occupò il pianterreno in fiamme e ordinò con gli altoparlanti agli occupanti di scendere da una scala esterna di pietra che dava sulla strada. Allende capì che ogni resistenza sarebbe finita in un massacro e ordinò ai suoi di arrendersi, perché sarebbero stati più utili al popola da vivi che da morti. Li salutò uno per uno con una forte stretta di mano, guardandoli negli occhi. Uscirono in fila indiana con le mani in alto. I soldati li accolsero picchiandoli con i calci dei fucili e prendendoli a pedate, li fecero rotolare giù per la scala e quando furono in fondo finirono di stordirli prima di trascinarli nella strada, dove rimasero sdraiati faccia terra, mentre un ufficiale impazzito minacciava di fargli passare addosso i carri armati. Il Presidente rimase con il fucile in pugno accanto alla bandiera cilena strappata e insanguinata della Sala Rossa in rovina. I soldati irruppero con le armi puntate. La versione ufficiale è che si appoggiò la canna del fucile al mento, tirò il grilletto e lo sparo gli fracassò il cranio.

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